L’incerto futuro del caffè
Il caffè affronta un caos inaspettato: un mix di prezzi mai visti prima, nuovi regolamenti, catene del valore fragili e una crisi climatica sempre più evidenti rischiano di trasformare in maniera irreversibile il mercato di una delle commodity più richieste e commerciate al mondo.
Nel febbraio 2025 i prezzi del caffè hanno infatti raggiunto un livello senza precedenti: 4,4 dollari a libbra per i futures arabica (la varietà più richiesta), un aumento di oltre il 300% rispetto a meno di due anni prima. Nonostante una decrescita importante negli ultimi mesi, i prezzi si mantengono ancora intorno ai 3 dollari – oltre il doppio rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Alcuni produttori esultano e così gli speculatori che hanno scommesso dalla parte giusta, ma è un problema serio per le aziende di caffè, per le ONG che si occupano delle certificazioni di sostenibilità come Fairtrade e Rainforest Alliance, e per altri attori del settore. Soprattutto, è l’indice di una situazione complessa, che andrà affrontata quanto prima.
Il picco di prezzi di febbraio è sì dovuto a eventi circoscritti, ma arriva infatti dopo anni di crescita più o meno costante, a sua volta dovuta a una serie di fattori in alcuni casi globali, in altri locali. L’evento scatenante è stato il mix di siccità in Brasile (il primo produttore al mondo) e di siccità e piogge torrenziali in Vietnam e Indonesia (secondo e quarto produttore).
Costi Crescenti e Sfide della FilieraIl settore del caffè affronta però costi e difficoltà crescenti. L’aumento globale dei costi dell’energia ha toccato il trasporto della commodity (un fattore rilevante, perché il consumo è mondiale ma la produzione è concentrata nella fascia tropicale), con effetti locali dovuti, ad esempio, all’aumento dei costi dell’elettricità in Brasile a causa della minore produzione idroelettrica dovuta proprio alla siccità. Rilevante è stato anche l’aumento del costo di fertilizzanti e pesticidi, principalmente a causa dell’invasione russa dell’Ucraina – tra settembre 2022 e settembre 2023 il costo del carbonato di potassio, una delle componenti fondamentali per i fertilizzanti, è cresciuto del 149%. C’è poi il costo del lavoro, che per i produttori di caffè è tra il 40 e il 60% del totale, e che in molti paesi è in costante aumento: regioni che vantano una produzione storica di caffè come Veracruz e Chiapas in Messico stanno affrontando da anni una carenza di lavoratori a causa di uno scarso ricambio generazionale e dell’abbandono rurale, a loro volta causati dalla scarsa attrattività economica della coltivazione del caffè – per anni il prezzo è stato sotto il dollaro alla libbra, un valore che molti considerano di poco superiore al costo di produzione.
Impatto del Cambiamento Climatico e Nuove NormativeCi sono poi altri effetti della crisi climatica a rendere il lavoro del coltivatore di caffè sempre meno interessante. La pianta ha bisogno di condizioni particolari di temperatura e umidità per crescere, che stanno scomparendo: nel 2050 i terreni adatti alla coltivazione di caffè potrebbero ridursi del 50% a causa del cambiamento climatico, con un impatto particolarmente forte sull’arabica. E questo non conta l’aumentare di malattie e funghi (come la devastante ruggine del caffè) e altri impatti indiretti della crisi climatica.
La goccia che farà traboccare la tazzina potrebbe essere però il nuovo Regolamento europeo contro la Deforestazione, lo EUDR, che impone il tracciamento di sette commodity chiave (caffè incluso) affinché si dimostri che la loro produzione non ha causato deforestazione. È un regolamento rivoluzionario, che per la prima volta affronta la causa reale del problema del disboscamento (ossia l’agricoltura), ma solo il 30% del caffè è tracciato (e questo è anche il valore più alto tra tutti i prodotti agricoli escluso il cacao). Il costo della creazione di questi sistemi potrebbe essere rilevante, e soprattutto andare a cadere sui produttori, in particolare quelli piccoli e quindi con meno potere di negoziazione (e che in molti casi hanno beneficiato meno dell’attuale aumento dei prezzi).
Iniziative Globali e Prospettive FutureÈ una situazione complessa ma non irrisolvibile, e su cui qualcosa già si sta muovendo. Nel 2024 il G7 a presidenza italiana ha promosso un forte focus sul tema del caffè, molto presente anche nel comunicato di lancio dell’Apulia Food Systems Initiative di giugno di quell’anno, seguito poi a ottobre dalla creazione di un Global Coffee Sustainability and Resilience Fund. Se da un lato queste iniziative stanno ancora continuando nel 2025 (ad esempio con il lancio di un’altra partnership tra Italia a UNIDO, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale), dall’altro hanno però tutte un focus africano, in maniera coerente con la visione italiana del Piano Mattei. Serviranno quindi misure più ampie e, soprattutto, globali per affrontare una questione così complessa, che prendano in considerazione gli hub di produzione del caffè globali (Sudest asiatico e America Latina). Strumenti che dovranno lavorare su tutta la catena del valore, ma soprattutto considerare l’importanza dei piccoli agricoltori, i più esposti a fattori come le fluttuazioni di prezzo e la crisi climatica. Giocano un ruolo centrale nel settore, perché rappresentano il 60% della produzione di caffè globale, ma la maggior parte di loro vive ancora sotto la soglia di povertà. Affrontare questa situazione è una questione etica, prima di tutto, ma è anche nell’interesse dei consumatori: coltivatori più fragili abbandoneranno più facilmente la produzione di caffè per altre commodity o per trasferirsi in città, aggravando una situazione già critica e portando a un’offerta nei nostri supermercati e nei nostri bar più scarsa e meno varia. In un caffè equo e sostenibile, in fondo, c’è la soluzione per questa burrasca pronta ad esplodere.
Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034: 2 trilioni per il bilancio europeo
Il 16 luglio la Commissione Europea ha presentato la proposta per il prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), che determinerà il bilancio europeo per il periodo 2028-2034. Si aprono ora due anni di intensi negoziati fra le istituzioni dell’Ue e gli Stati membri, poiché, oltre a plasmare il bilancio comunitario e stabilire le fonti di finanziamento con cui sostenerlo, la struttura del budget Ue riflette anche i cambiamenti nelle priorità politiche dell’Unione. Non è casuale, dunque, che la proposta della Commissione riprenda le priorità europee emerse negli ultimi anni: la necessità di rilanciare le capacità europee nell’ambito della difesa, l’investimento nella competitività del continente e la volontà di semplificare la governance dell’Ue.
Un bilancio da quasi due trilioni di euroLa principale novità della proposta è costituita dall’aumento nel valore complessivo, che sfiora i due trilioni di euro. Una cifra significativa, ma che deve essere contestualizzata, considerando che copra sette anni di attività. Inoltre, se confermato, il nuovo bilancio equivarrebbe a ‘solo’ l’1,26% del reddito nazionale lordo europeo: se paragonato al peso della spesa pubblica negli Stati membri, si tratta di un onere ancora relativamente modesto. D’altro canto, Stati influenti come la Germania si sono già schierati contro l’aumento di bilancio ed è comunque prassi consolidata che la proposta ambiziosa della Commissione venga poi ridimensionata.
Flessibilità e semplificazione del bilancioGli aspetti che potrebbero sopravvivere ai negoziati sono invece incardinati in alcuni principi di policy trasversali al bilancio. La proposta della Commissione dichiara esplicitamente la necessità di orientare spese e investimenti verso le priorità strategiche dell’Unione. Per ottenere questo risultato, la Commissione ritiene necessario elevare il grado di flessibilità fra le diverse voci di spesa, prevedendo meccanismi che consentano di trasferire più facilmente i fondi da un capitolo a un altro, in modo da rispondere con efficacia ad eventuali nuove crisi. La lezione dell’ultimo bilancio, che ha costretto l’Ue a ricorrere a soluzioni innovative per il sostegno all’Ucraina o per rispondere alla pandemia, ha segnato profondamente la proposta.
Allo stesso obiettivo concorrono i principi di semplificazione e complementarietà. La Commissione promette infatti sia una struttura più snella per il bilancio, sia procedure semplificate per accedere ai fondi europei, anche tramite un rafforzamento del ruolo dei governi a scapito degli enti locali. Le categorie di spesa del bilancio sono quindi state ridotte a quattro, raggruppando i numerosi programmi precedenti. Le nuove categorie sono le Partnership Nazionali e Regionali da 895 miliardi di euro, che aggregano alcune voci storicamente pesanti del bilancio Ue: la Politica Agricola Comune e i fondi per la coesione, un nuovo Fondo Europeo per la Competitività da 409 miliardi – che elenca a sua volta cinque priorità tematiche (difesa e spazio, transizione digitale, transizione ecologica, sanità ed economia bio, Horizon Europe) –, un capitolo per un’Europa Globale, da circa 200 miliardi, che finanzia le attività dell’azione esterna, ed infine le spese per l’amministrazione dell’Unione.
Sulla base del principio di complementarietà, la divisione per capitoli di spesa non è rigida: ad esempio, il rafforzamento della difesa europea passerà dalla combinazione di risorse provenienti da diverse voci, come il Fondo per la Competitività, il potenziale re-indirizzamento dei fondi per la coesione e l’utilizzo di quelli previsti per i progetti di mobilità. Inoltre, sono previsti strumenti extra-budget, come lo European Peace Facility da 30 miliardi, e iniziative già approvate, come SAFE. Anche i fondi per il sostegno all’Ucraina non sono direttamente incorporati nel QFP, ma, nelle intenzioni della Commissione, saranno garantiti da uno strumento esterno al bilancio da 100 miliardi.
Le sfide della condizionalità e del finanziamentoSe questi aspetti potrebbero essere accettati da diversi paesi Ue, la condizionalità prevista dalla Commissione, che lega l’erogazione dei fondi al raggiungimento di risultati e riforme, ha già sollevato maggiori perplessità. Questo principio riprende ancora una volta le lezioni della pandemia e in particolare il modello di governance del Recovery and Resilience Facility (RFF), ma i governi potrebbero essere scettici ad ampliarne l’applicazione a porzioni più corpose del bilancio comune.
Un altro aspetto spinoso, a cui Germania e altri paesi ‘frugali’ si sono già opposti, riguarda l’espansione delle risorse proprie per finanziare una quota più elevata del bilancio e quantomeno stabilizzare i contributi nazionali, che costituiscono comunque di gran lunga la principale fonte di finanziamento dell’Ue. Le risorse proprie sono anche esplicitamente legate al rimborso dei fondi del RFF. La Commissione propone infatti di introdurre nuove forme di tassazione su tabacco, rifiuti elettronici e, soprattutto, sulle aziende con un fatturato nell’Ue superiore ai 100 milioni. Tuttavia, la proposta di tassare ulteriormente le imprese europee mal si sposa, agli occhi delle forze di centro destra (e non solo) che controllano numerosi governi e costituiscono il principale gruppo politico nel PE, con l’obiettivo di rilanciare la competitività europea. La proposta rischia quindi di rimanere lettera morta a poche settimane dalla sua pubblicazione.
È stata inoltre accolta con uguale scetticismo la promozione di un nuovo meccanismo di crisi “temporaneo” da quasi 400 miliardi, che fornirebbe prestiti a tassi agevolati agli Stati membri (e non sovvenzioni a fondo perduto) grazie a forme di indebitamento comune garantite dal bilancio Ue. Sostanzialmente si riprenderebbe l’esperienza del RFF, concedendo all’Unione di finanziarsi sui mercati. Ancora una volta, la Germania e altri paesi si sono però già dichiarati contrari a nuove forme di indebitamento comune.
In conclusione, la proposta della Commissione rischia di venire fortemente rimaneggiata, nonostante sia stata presentata in nome del realismo. Gli aspetti più ambiziosi, come l’aumento di bilancio e le nuove forme di finanziamento, costituiscono punti estremamente controversi, così come la definizione dei fondi che ogni paese potrà aspettarsi di ricevere alla luce della nuova struttura semplificata del budget.
La crisi degli aiuti allo sviluppo: quali vie d’uscita?
Secondo il Center for Global Development, il 2025 passerà alla storia come “l’anno in cui i donatori hanno mandato in fumo i loro impegni per lo sviluppo internazionale”.
La cooperazione internazionale si trova oggi a un punto di svolta: da un lato, i bisogni legati allo sviluppo sostenibile crescono in modo esponenziale; dall’altro, i principali donatori stanno tagliando drasticamente i fondi destinati agli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS, noti internazionalmente come ODA, Official Development Assistance), che comprendono sia finanziamenti bilaterali destinati direttamente ai Paesi in via di sviluppo, sia contributi erogati attraverso organizzazioni multilaterali.
Nel 2024 questi aiuti ammontavano a 212,1 miliardi di dollari, pari appena allo 0,33% del PIL globale, ben lontani dal target ONU dello 0,7% del reddito nazionale lordo per ciascun paese donatore. Il rischio di non raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) entro il 2030 è ormai altissimo: a soli cinque anni dalla scadenza dell’Agenda 2030, appena il 17% dei target globali risulta in linea con gli obiettivi, mentre la maggior parte presenta ritardi o addirittura regressi. Il divario di finanziamento per i Paesi in via di sviluppo è stimato in oltre 4.000 miliardi di dollari e potrebbe salire fino a 6.400 miliardi entro il 2030 in assenza di un deciso cambio di rotta. Eppure, invece di colmare questo gap, molti Paesi ad alto reddito stanno continuando a tagliare i fondi per lo sviluppo, con un impatto potenzialmente disastroso sulle popolazioni più vulnerabili.
Dopo aver raggiunto un picco di 223,7 miliardi di dollari nel 2023, gli APS sono calati del 7% nel 2024, segnando il primo arretramento in cinque anni. Secondo alcune proiezioni dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico), per il 2025 si prevede una flessione ancora più grave, tra il 10% e il 17%: una crisi storica per l’assistenza allo sviluppo.
Gli Stati Uniti, finora il principale Paese erogatore di aiuti internazionali, guidano la ritirata: l’amministrazione Trump ha avviato tagli drastici, prevedendo una riduzione del 56% degli aiuti Usa entro il 2026 rispetto ai livelli del 2023 e cancellando l’83% dei programmi della propria Agenzia per lo Sviluppo USAID. Il vuoto lasciato, pari a circa 60 miliardi di dollari annui, è difficilmente colmabile.
L’UE e i suoi Stati membri hanno fornito il 42% degli APS globali nel 2022-2023, ma in Europa si moltiplicano i tagli: Francia, Germania, Belgio, Paesi Bassi, Regno Unito, Svezia e Svizzera hanno annunciato riduzioni di almeno il 25%. Solo la Spagna ha invertito il trend, aumentando il proprio contributo. L’intera architettura del finanziamento allo sviluppo è sotto pressione, con un divario crescente tra impegni formali e risorse effettive.
L’ONU parla dei “tagli più gravi mai inflitti al settore umanitario internazionale”, con conseguenze devastanti per la salute globale e la lotta alla carestia. Uno studio pubblicato su The Lancet stima che lo smantellamento di USAID potrebbe causare oltre 14 milioni di morti evitabili entro il 2030, di cui 4,5 milioni tra i bambini. I tagli minacciano anche il 47% delle organizzazioni impegnate nei diritti delle donne e rischiano di compromettere gli impegni finanziari per il clima anche perché, sebbene i fondi per il clima dovrebbero essere aggiuntivi rispetto agli aiuti allo sviluppo, in molti casi vengono rietichettati, riducendone l’impatto effettivo.
I tagli sono ufficialmente motivati da vincoli di bilancio, crisi economiche e nuove priorità strategiche, come il ritorno dell’“America First” negli Stati Uniti e il crescente focus sulla sicurezza nazionale da parte di molti governi NATO, che stanno dirottando risorse verso la spesa militare in un clima di tensioni con la Russia e di sfiducia verso Washington. Anche in Australia, Giappone e Corea del Sud si registrano aumenti della spesa militare a scapito degli aiuti allo sviluppo. La retorica del “la carità inizia in patria” attraversa tutto lo spettro politico, alimentata da economie in contrazione e preoccupazioni per la sicurezza. Secondo alcuni osservatori, sta emergendo una dinamica di emulazione negativa tra gli Stati, che ha interrotto quella competizione virtuosa che per decenni, all’interno del Comitato per l’Assistenza allo Sviluppo dell’OCSE (Development Assistance Committee, DAC), aveva spinto i donatori a presentare i propri sforzi in modo positivo e a garantirne la massima efficacia sin dal 1961. Oggi, gli APS appaiono sempre più ostaggio di dinamiche politiche interne, con governi riluttanti ad assumere nuovi impegni e una tendenza crescente a erogare gli aiuti sotto forma di prestiti agevolati piuttosto che di sovvenzioni.
Se Trump liquida gli APS come inutili sprechi, la cooperazione allo sviluppo è in realtà da tempo oggetto di critiche ben più serie e articolate. Molti esperti ritengono il modello attuale obsoleto, inefficace se non addirittura controproducente: si denuncia la crescente esternalizzazione a consulenti privati e la tendenza a servire gli interessi strategici dei donatori, rafforzando la propria sfera di influenza. Si è anche perso il legame con la missione originaria dello sviluppo, come dimostra lo spostamento dell’attenzione verso emergenze a breve termine, che finisce per compromettere obiettivi di lungo periodo come la riduzione della povertà. Infatti, sempre più spesso spese interne come l’accoglienza dei rifugiati nei Paesi donatori vengono conteggiate come APS, gonfiando i numeri record del 2023. In effetti, il calo attuale è dovuto anche al ridimensionamento di queste voci, oltre alla riduzione degli aiuti all’Ucraina, del supporto umanitario e dei contributi alle organizzazioni internazionali.
Alcuni esperti considerano l’attuale crisi un’occasione storica per ripensare il sistema di assistenza allo sviluppo. Tra le priorità: rafforzare la localizzazione degli aiuti, riducendo la dipendenza da forniture esterne che possono compromettere interventi salvavita, come nel caso degli alimenti terapeutici pronti all’uso (RUTF) prodotti negli Stati Uniti. Al contempo, si sottolinea la necessità di diversificare le fonti di finanziamento, coinvolgendo nuovi donatori statali (come Cina, India e Paesi del Golfo) e fondazioni filantropiche, e promuovendo l’uso dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, ad esempio sotto forma di prestiti attraverso le banche multilaterali di sviluppo per finanziare investimenti di sviluppo. Alle Conferenze ONU sul finanziamento per lo sviluppo – dalla prima a Monterrey nel 2002 fino all’ultima di quest’anno a Siviglia – sono da tempo discusse diverse linee di azione per il reperimento di nuove risorse. Uno degli obiettivi centrali è la mobilitazione delle risorse interne nei paesi beneficiari attraverso un miglioramento della riscossione fiscale e un più efficace contrasto all’evasione. Temi ricorrenti sono anche nuove forme di tassazione globale a livello internazionale, come una carbon tax, una tassa sulle transazioni finanziarie o sui biglietti aerei di prima classe. Si punta inoltre a un maggiore contributo del capitale privato con nuovi strumenti di finanza mista.
Nessuna soluzione è definitiva e persistono ostacoli rilevanti: investimenti privati in calo a causa di alti tassi e rischi percepiti, filantropia che si trasforma in filantrocapitalismo, quando applica logiche di mercato allo sviluppo e impone priorità dettate dai donatori, banche multilaterali di sviluppo spesso inadatte nei mercati più vulnerabili perché lente e avverse al rischio. Al centro resta la fragilità strutturale del sistema ONU, dipendente da fondi volontari e vincolati a usi specifici (earmarked): emblematico il caso del Programma Alimentare Mondiale (World Food Programme, WFP), colpito dai tagli al contributo USA (che ammontava al 46% del budget del WFP nel 2024) e da altri donatori europei, oggi costretto a decidere chi lasciar morire di fame. Più in generale, il sistema multilaterale soffre la resistenza dei Paesi ad alto reddito a riformare l’architettura globale del finanziamento allo sviluppo: dalla riluttanza a trasferire la governance dell’APS dal DAC dell’OCSE all’ONU, fino all’indebolimento, a Siviglia, degli impegni sulla ristrutturazione del debito dei Paesi a medio e basso reddito.
Di fronte alla crisi esistenziale che investe il senso stesso dell’assistenza internazionale, può essere utile recuperare una definizione più chiara e operativa di “sviluppo”, capace di ristabilire priorità concrete. Gli APS potrebbero concentrarsi sui contesti più fragili e sulle vulnerabilità estreme (crisi umanitarie, salute, povertà), affidando lo sviluppo a lungo termine ad altri strumenti. Perché qualsiasi transizione del sistema di cooperazione risulti credibile ed efficace, è però indispensabile una narrazione collettiva che presenti l’assistenza allo sviluppo come mera beneficenza, ma come un investimento strategico. Sviluppo e sicurezza sono profondamente interconnessi: la cooperazione internazionale rappresenta, oggi più che mai, una delle forme più lungimiranti di promozione della stabilità e di prevenzione delle crisi.
Sara Vicinanza ha svolto un tirocinio presso il Programma Multilateralismo e Governance Globale dell’Istituto Affari Internazionali (IAI)
A 50 anni da Helsinki, tra speranze deluse e auspici possibili
Nella calda e limpida giornata del primo agosto del 1975, tra le rive placide del Baltico e la tensione ancora glaciale della Guerra Fredda, prendeva forma l’Atto Finale di Helsinki, espressione di una volontà condivisa – almeno in apparenza – di pace e cooperazione tra Est e Ovest. A cinquant’anni di distanza, il sogno di una sicurezza inclusiva e indivisibile resta incompiuto, ma non del tutto smarrito.
La Conferenza sulla Sicurezza e Cooperazione in Europa (CSCE), che diede vita all’Atto, fu frutto di anni di diplomazia silenziosa, di dialoghi ostinati e di visioni lungimiranti. “È necessario muoversi lungo strade nuove per costruire la pace”, disse Aldo Moro, nel 1973, prefigurando lo spirito della conferenza. E Luigi Vittorio Ferraris, diplomatico di grande levatura e tra gli artefici italiani di quel processo, parlava di una “coesistenza attiva, fondata sulla responsabilità e il rispetto reciproco”. Ma fu la Finlandia, con il suo ruolo di paese neutrale e ponte tra i blocchi, ad offrire il terreno diplomatico ideale. Il presidente Urho Kekkonen, consapevole della delicatezza geopolitica del suo paese, si fece promotore instancabile dell’iniziativa, proponendo Helsinki come sede del vertice già nel 1969. “La neutralità non è passività, ma impegno attivo per la pace”, affermava Kekkonen, che nel 1975 si trovò al centro della scena internazionale, ospitando, nel bianco Palazzo Finlandia opera di Alvaro Aalto, 35 capi di Stato e di governo e presiedendo con autorevolezza il vertice. Da quell’Atto nacque un processo che, nel tempo, si trasformò in istituzione: la CSCE divenne OSCE nel 1995, assumendo un ruolo permanente nel panorama della sicurezza europea. L’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa oggi riunisce 57 Stati e opera su tre pilastri: politico-militare, economico-ambientale e umano. Il suo mandato spazia dal controllo degli armamenti alla promozione dei diritti umani, dalla prevenzione dei conflitti all’osservazione elettorale. Non è un organismo con poteri vincolanti, ma un foro di dialogo e mediazione, capace di intervenire nei momenti di crisi e di accompagnare i processi di pace.
Cinquant’anni dopo, la Carta del 1975 appare tanto ambiziosa quanto fragile, schiacciata da conflitti irrisolti, revisionismi territoriali e nuove forme di guerra. Eppure, in questo anniversario, tornano parole che sanno di rilancio. “Siamo chiamati a reinventare Helsinki,” ha dichiarato il Presidente Sergio Mattarella, “non come riproposizione del passato, ma come progetto per una nuova architettura della pace.” A fargli eco, il Segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha sottolineato che “una nuova Helsinki è possibile, se torniamo a credere nel diritto come ponte e non come barriera”.
Le celebrazioni di quest’estate 2025, che coincidono con il Giubileo della Chiesa cattolica – il cui motto è Peregrinantes in Spem, “Pellegrini di speranza” – offrono un’occasione unica per riflettere sul significato della pace e della speranza nel mondo contemporaneo. “Dobbiamo fare di tutto perché ognuno riacquisti la forza e la certezza di guardare al futuro con animo aperto,” aveva scritto Papa Francesco in vista dell’Anno Santo. L’attuale ambasciatore di Finlandia in Italia, Matti Lassila, sottolinea che “grazie alla sua posizione neutrale in quel periodo, la Finlandia ha sempre agito nel corso degli anni per promuovere la distensione tra i blocchi e il Presidente Kekkonen fu molto attivo su questo obiettivo… quindi l’Atto finale della CSCE è stato davvero un successo di quegli sforzi e la Finlandia venne riconosciuta a livello internazionale come Paese costruttore di pace”.
Le commemorazioni, riassunte in Helsinki +50, in programma nella capitale finlandese, includono tavole rotonde, mostre storiche e riflessioni condivise fra giovani di oggi e testimoni dell’epoca. Un’azione concreta è quella prevista dal lancio, nell’ambito della conferenza, del ‘Fondo Helsinki+50’ : fondo che mira a migliorare l’erogazione di finanziamenti volontari a sostegno delle attività in linea con i principi e gli impegni dell’OSCE e a rafforzare il legame tra donatori e l’OSCE. Il fondo integrerà il bilancio dell’OSCE, non lo sostituirà.
Si respira la consapevolezza di una memoria da riattivare, non da custodire in teche di vetro. Forse l’eredità più vera dell’Atto di Helsinki sta proprio nella sua incompiutezza: nel ricordarci che la pace non è un documento da firmare, ma una pratica da rinnovare. E che il dialogo, come disse Ferraris, “non è debolezza, ma intelligenza della complessità”.(gn)
Riconoscere la Palestina?
Emmanuel Macron ha annunciato che a settembre la Francia riconoscerà ufficialmente la Palestina. La Francia si trova così nella buona compagnia di altri 147 Paesi, fra cui diversi europei. L’annuncio ha tuttavia suscitato in Occidente diffusa perplessità e non poche critiche; in parte perché si tratta della prima decisione di questo genere da parte di un paese europeo membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Le critiche sono però state numerose anche sul piano interno e questo forse riflette l’elevato livello attuale di impopolarità del Presidente; riflette soprattutto la difficoltà che la questione palestinese incontra in un paese dove risiede allo stesso tempo la più grande comunità ebraica d’Europa e una delle più grandi comunità musulmane, i cui rapporti sono peraltro sempre più difficili. La questione merita però un esame più spassionato.
Prima di tutto sulla forma. Macron è stato infatti criticato aspramente, dal governo israeliano ma non solo, per non aver legato la sua decisione alla fine delle ostilità, alla resa di Hamas e alla liberazione di tutti gli ostaggi. Si tratterebbe in sostanza di un implicito riconoscimento della legittimità di Hamas. A ben vedere però questo è un processo ingiustificato. La sua posizione sui crimini di Hamas, sul diritto di Israele all’esistenza e all’autodifesa e anche sulla liberazione degli ostaggi è infatti sempre stata chiara e impeccabile. Forse avrebbe fatto bene a ripetere tutto nello stesso contesto, ma la critica sembra francamente forzata. Del resto, il ministro degli Esteri si è subito affrettato a precisare la posizione complessiva della Francia. Né vale molto la critica di aver rotto l’unità dell’Europa, dal momento che già diversi altri paesi europei avevano compiuto lo stesso passo senza provocare reazioni così accese. Questo per la forma. Ma la sostanza?
Se c’è una costante nella posizione europea e fino a poco tempo fa anche americana sulla questione palestinese, è sempre stata quella di indicare la soluzione dei “due popoli, due stati” come l’unico sbocco possibile. Non è questa la sede per ricordare le spesso tragiche vicissitudini della questione, le speranze deluse e soprattutto le responsabilità largamente condivise fra tutti i principali attori. Tuttavia, il riconoscimento formale della Palestina non si era mai posto in passato con la stessa drammaticità. Cosa è cambiato? Tre cose e non di poco conto. La prima è che l’attuale governo israeliano non solo nega apertamente il principio della prospettiva dei due stati, ma sembra sempre più evidente che l’obiettivo della sua azione a Gaza e in Cisgiordania è quello di renderla di fatto impossibile. Con quale prospettiva? Netanyahu non si pronuncia, limitandosi ad affermare la necessità di debellare completamente Hamas, ma non è illogico pensare che il vero obiettivo sia l’annessione con conseguente parziale o totale espulsione della popolazione palestinese. Altri membri del governo sono più espliciti. Netanyahu sembra del resto anche aver del tutto abbandonato la disponibilità di Israele che esisteva nelle crisi passate ad ascoltare i suoi alleati, a cominciare da quello più importante, gli Stati Uniti. Sembra quasi che egli sia convinto di poter manipolare Trump a suo piacimento; una convinzione che potrebbe rivelarsi pericolosamente illusoria. La seconda novità è che, sia pure con le imprevedibilità proprie di Trump, la prospettiva dei due stati sembra essere stata abbandonata dalla politica americana. La terza novità è la quasi scomparsa dell’Autorità Palestinese come interlocutore credibile, che lascia sul terreno Hamas come unico attore visibile. Ciò non giustifica l’affermazione che dunque “tutti i palestinesi” vogliono la scomparsa di Israele, ma toglie concretezza alla prospettiva di uno stato palestinese. In queste condizioni, non sorprende che gli europei, ancora fedeli all’ipotesi dei due stati, debbano confrontarsi in modo più serrato con il problema del riconoscimento formale. Tutti i governi sono infatti sottoposti a una crescente pressione dell’opinione pubblica, a causa dello stallo politico già descritto, ma soprattutto della drammatica situazione umanitaria a Gaza. Situazione di cui è impossibile negare la tragica realtà, anche scontando una dose di disinformazione da parte di Hamas.
Tuttavia, nella situazione attuale il riconoscimento può avere solo un senso simbolico a causa della già ricordata assenza di un interlocutore credibile che dovrebbe essere la necessaria incarnazione della sovranità di questo nuovo stato. Il riconoscimento formale della Palestina soddisfa quindi un comprensibile bisogno etico, ma qual è la sua giustificazione politica? Il principale argomento a favore è quello secondo cui così si aumenta la pressione internazionale su Israele. Ciò è sicuramente vero, ma non si può negare il pericolo che il riconoscimento della Palestina conduca a una qualche forma di riconoscimento implicito per entità palestinesi che non vorremmo legittimare.
È del resto improbabile che questa mossa possa avere un effetto reale sulla politica di Israele e in un tempo ragionevolmente breve. Resta quindi l’aspetto etico e simbolico, accompagnato dal desiderio degli europei di uscire dalla situazione di marginalità in cui si trovano. Moltiplicare le iniziative di aiuto umanitario, per quanto utile, non fa che accrescere il sentimento di impotenza. Questo desiderio di “esistere”, se è comprensibile, è anche pericoloso. Sul piano internazionale, rischia di farci solo apparire velleitari e di sembrare un cedimento all’accusa di doppiezza nello scarso sostegno alla causa palestinese rispetto all’appoggio incondizionato all’Ucraina. Accusa doppiamente inaccettabile e che dobbiamo invece respingere. Essa proviene da paesi che brandiscono l’etica come pretesto per nascondere una precisa posizione politica: il disinteresse per la sovranità dell’Ucraina e l’accettazione implicita della tesi aberrante di Israele come prodotto del colonialismo europeo. Sul piano interno, la mancanza di risultati concreti può invece avere l’effetto opposto a quello che probabilmente ricerca Macron; potrebbe infatti radicalizzare ulteriormente l’opinione pubblica e incentivare il già crescente antisemitismo. Ciò spiega probabilmente in parte la reticenza di governi come quello tedesco, britannico o italiano. L’Europa farebbe invece bene a spiegare con chiarezza alla sua opinione pubblica che i suoi mezzi reali per influire sulla situazione sono obiettivamente limitati. La brutalità con cui Trump ha affermato che Macron “è un bravo ragazzo, ma quello che fa non cambia nulla”, riflette la volgarità del personaggio, ma non manca di realismo.
Il futuro del conflitto israelo-palestinese, oltre che dall’evoluzione della situazione interna a Israele, dipende infatti da due fattori. Il primo è costituito dagli Stati Uniti, il paese che rappresenta il vero garante della sicurezza di Israele. Il secondo è invece costituito dai principali paesi arabi, i soli che possono rilanciare su basi nuove gli accordi di Abramo, garantire la neutralizzazione di Hamas, assumersi la responsabilità del governo di Gaza in condizioni accettabili per Israele e favorire l’emergere di un credibile interlocutore palestinese; tutte condizioni indispensabili per ridare credibilità alla prospettiva dei due stati. Netanyahu sembra al momento dare per scontata l’inerzia o persino l’incapacità degli arabi. Dal punto di vista europeo, invece, e di fronte al cambiamento della posizione americana, l’unica speranza di mantenere in vita l’ipotesi dei due stati è quella di appoggiarsi su un’iniziativa araba; una prospettiva che possiamo appoggiare, ma non suscitare. È forse proprio questa l’ottica che dà senso all’iniziativa di Macron, il quale ha proposto una conferenza internazionale sul futuro della Palestina, co-presieduta con l’Arabia Saudita. Quello in realtà sarebbe il contesto giusto per porre la questione del riconoscimento dello stato palestinese, ma a condizione che sia accompagnato da una credibile iniziativa araba.
Il bilancio dei primi sei mesi di Trump alla Casa Bianca
Il bilancio dei primi sei mesi del secondo mandato alla Casa Bianca è positivo sui fronti interni, grazie anche al sostegno del Congresso e alla connivenza della Corte Suprema, ma è deficitario su quelli internazionali.
Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta sull’Ucraina?
Dopo aver minacciato pochi mesi fa di porre fine agli aiuti militari all’Ucraina, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump sembra aver cambiato idea. L’ipotesi iniziale della nuova amministrazione statunitense era che la sua retorica, i suoi segnali e la sua diplomazia filo-russa avrebbero provocato reazioni reciproche a Mosca e aperto la strada alla fine della guerra russo-ucraina. Ora, Trump e i suoi collaboratori sembrano aver iniziato a rendersi conto che questo approccio non solo è un vicolo cieco, ma ha anche avuto l’effetto opposto. Negli ultimi mesi, gli attacchi aerei russi contro città, comuni e villaggi ucraini si sono intensificati anziché attenuarsi.
La maggior parte degli americani, tra cui molti membri del Partito Repubblicano, elettori repubblicani e persino sostenitori di MAGA, è ancora favorevole a sostenere l’Ucraina. Trump potrebbe ora rendersi conto che i costi politici del suo approccio filoro russo stanno diventando elevati. Il suo recente cambiamento di rotta è una concessione al sentimento anti-putiniano e filo-ucraino prevalente all’interno del Paese, piuttosto che il risultato di un progresso cognitivo nella valutazione della politica estera russa da parte della Casa Bianca.
Il 14 luglio Trump ha minacciato pubblicamente i partner commerciali di Mosca con sanzioni secondarie se il Cremlino non accetterà presto un cessate il fuoco in Ucraina. Potrebbe trattarsi di un’inversione di rotta nella politica di Trump nei confronti della Russia? Probabilmente no, almeno non ancora. O forse nemmeno in futuro. Finora, questa e altre dichiarazioni ufficiali simili di Trump e della sua amministrazione rimangono semplici dichiarazioni di intenti su azioni future incerte. A dirla tutta, la maggior parte delle dichiarazioni orali e persino alcune dichiarazioni scritte di Trump devono essere prese con cautela.
Le reazioni in Ucraina alla nuova retorica di Washington sono state quindi contrastanti. I commentatori ucraini riconoscono che Trump sta ora assumendo un tono diverso, dopo mesi di atteggiamenti accattivanti nei confronti di Vladimir Putin. Tuttavia, la maggior parte degli ucraini rimane scettica sulla sostenibilità di questo apparente cambiamento di atteggiamento da parte di Washington.
Poiché Trump ha dato per la prima volta un ultimatum a Putin, potrebbe esserci una possibilità di ulteriore sviluppo della questione. Se il Cremlino non accetterà un accordo di pace entro 50 giorni, gli Stati Uniti dovrebbero imporre dazi punitivi del 100% sui partner commerciali della Russia. Sebbene si tratti di un piano molto più concreto rispetto alle precedenti dichiarazioni, con questo schema Washington ha avviato un gioco complicato. La pressione che Trump vuole esercitare su Mosca non dovrebbe provenire direttamente dagli Stati Uniti, ma da paesi terzi come Cina, India e Brasile, che acquistano petrolio e/o altri beni dalla Russia.
Non è chiaro se e in che misura questi e altri paesi si piegheranno alla pressione americana. Un dazio del 100% da parte degli Stati Uniti sarà sufficiente a spingere, ad esempio, l’India a interrompere gli scambi commerciali con la Russia? Se il piano di Trump non dovesse portare a una riduzione significativa del commercio estero non occidentale con la Russia e Washington dovesse effettivamente imporre dazi ai paesi che continuano a fare affari con Mosca, questi ultimi reagirebbero con misure di ritorsione sulle importazioni dagli Stati Uniti. I cittadini americani sono disposti a soffrire per l’Ucraina?
Il piano di Trump non sembra ben congegnato e forse non è mai stato pensato per essere effettivamente attuato. Un approccio più efficace sarebbe stato quello di minacciare i partner commerciali della Russia con dazi molto elevati, come il 500% proposto dal Senato americano. Ciò avrebbe inviato un segnale a questi Stati indicando che è imperativo interrompere i rapporti con la Russia. Resta da vedere quale sarà il risultato dell’attuale approccio tortuoso di Trump per fermare l’aggressione russa.
A breve termine, i nuovi piani di sanzioni degli Stati Uniti potrebbero avere effetti opposti a quelli desiderati. Probabilmente, l’annuncio di Trump porterà solo a un’intensificazione degli attacchi russi all’Ucraina nelle prossime settimane. Stranamente, al Cremlino è stata concessa una sorta di scadenza quasi ufficiale entro la quale potrà continuare i bombardamenti senza conseguenze economiche immediate. La scadenza di 50 giorni imposta da Washington fa sospettare che a Putin sia stata consapevolmente concessa un’altra opportunità per occupare più territorio e ottenere successi militari prima della ripresa dei negoziati.
Se il piano di Trump dovesse funzionare, la perdita dei partner commerciali non occidentali potrebbe effettivamente danneggiare la macchina da guerra di Putin. Se la Cina, l’India e altri paesi, sotto la minaccia delle sanzioni americane, volteranno le spalle alla Russia e seguiranno l’esempio degli Stati Uniti, questo sarà un problema per il Cremlino. Finora, la maggiore – ma non unica – debolezza delle numerose sanzioni internazionali dirette contro la Russia è stata che Mosca era e rimane in grado di rivolgersi a mercati alternativi, acquirenti e intermediari stranieri, nonché a rotte di trasporto non occidentali, compensando così l’impatto delle misure punitive occidentali. Se i dazi di Trump entreranno in vigore, queste alternative potrebbero diventare più complicate per Mosca.
Oltre all’ultimatum sui dazi, Washington ha anche annunciato “massicce” forniture di armi statunitensi all’Ucraina. Si tratta principalmente (ma non solo) dei famosi sistemi missilistici mobili terra-aria “Patriot”. Diversi paesi europei, tra cui la Germania, dovrebbero acquistarli negli Stati Uniti e poi trasferirli all’Ucraina. Anche questo è un piano complicato, ma più realistico delle sanzioni secondarie previste da Washington. In questo caso, le terze parti sono i partner occidentali degli Stati Uniti piuttosto che governi non occidentali meno cooperativi o addirittura ostili.
I sistemi Patriot si sono dimostrati tra le armi di intercettazione più efficaci contro i vari missili di grandi dimensioni della Russia. La domanda è quindi elevata a Kyiv, dove si spera che la difesa aerea ucraina possa presto disporre di un maggior numero di sistemi Patriot. Quante di queste e quali altre armi statunitensi andranno ora all’Ucraina sembra dipendere in gran parte dai loro acquirenti, principalmente dell’Europa occidentale. È difficile stabilire con precisione quali armi arriveranno in Ucraina, in che quantità e in quale arco di tempo. Il governo tedesco, inoltre, ha deciso di non fornire più informazioni dettagliate in anticipo sulle consegne di armi.
L’eterogeneità delle sanzioni e dei programmi di sostegno di Trump è dovuta al fatto che essi hanno origine dalla sua preoccupazione per gli affari interni piuttosto che per quelli internazionali. In particolare, la sua approvazione delle forniture di armi a pagamento all’Ucraina è principalmente una politica America First piuttosto che una nuova strategia geopolitica. Peggio ancora, il suo approccio transazionale in materia di sicurezza mina la credibilità e la fiducia negli Stati Uniti come partner internazionale.
La storia precedente dell’attuale stallo degli aiuti militari americani all’Ucraina è istruttiva. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni ’90, gli Stati Uniti sono stati fortemente coinvolti nel disarmo strategico dell’Ucraina. Seguendo interessi di sicurezza strettamente nazionali, Washington non solo ha fatto pressione su Kyiv affinché cedesse le testate nucleari che il nuovo Stato ucraino aveva ereditato dall’URSS. L’accordo promosso dagli Stati Uniti all’epoca, associato principalmente al famigerato Memorandum di Budapest sulle garanzie di sicurezza del 1994, riguardava anche i sistemi di lancio di queste testate. L’Ucraina ha dovuto sbarazzarsi anche dei suoi aerei da bombardamento di epoca sovietica, dei missili da crociera e di vari razzi, ovvero armi convenzionali che oggi sarebbero molto utili all’Ucraina.
Questi e altri accordi internazionali delle precedenti amministrazioni statunitensi sono ormai storia passata per Trump & Co. Oggi Washington sta invece cercando di trarre profitto dalla triste situazione di Kyiv e dai crescenti timori dell’Europa. Il fatto che Trump insista ora affinché l’aiuto militare statunitense alla lotta per la sopravvivenza dell’Ucraina sia pagato è più che un tradimento americano degli ucraini che, nel 1994, hanno preso sul serio le garanzie di sicurezza di Washington in cambio del disarmo dell’Ucraina.
La nuova strategia dell’amministrazione Trump è anche in contrasto con la logica del regime mondiale di non proliferazione nucleare. In particolare, contraddice la responsabilità speciale che i cinque Stati ufficialmente dotati di armi nucleari – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia – hanno per la salvaguardia dell’ordine internazionale. L’approccio transazionale di Trump alla protezione delle regole fondamentali delle relazioni interstatali post-1945, come l’inviolabilità dei confini e l’inammissibilità del genocidio, sta indebolendo un sistema internazionale che gli Stati Uniti stessi hanno creato e dal quale traggono vantaggio ormai da 80 anni.
A prima vista, far pagare agli altri il prezzo dell’indebolimento quotidiano dell’Ucraina, nemico storico della Russia da decenni, può sembrare una mossa intelligente. Tuttavia, rispetto all’intero bilancio della difesa degli Stati Uniti, i costi del recente sostegno militare gratuito fornito dall’America all’Ucraina sono stati bassi. Al contrario, gli effetti distruttivi delle armi statunitensi nelle mani dell’Ucraina, sull’esercito e sull’economia della Russia, sono stati elevati. Esse hanno continuamente ridotto la capacità di Mosca di attaccare uno Stato membro della NATO che gli Stati Uniti sarebbero obbligati a sostenere, ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington del 1949. L’amministrazione Trump sta ora volontariamente facendo un passo indietro rispetto a questo vantaggio strategico e ignorando stranamente le sue ripercussioni positive per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.
In ogni caso, la recente svolta retorica di Trump nei confronti di Putin è comunque da accogliere con favore. La domanda è se Washington abbia davvero intenzione e, in tal caso, sia effettivamente disposta a mettere in pratica le sue nuove dichiarazioni. Finora, l’amministrazione Trump non ha abbandonato la sua visione generalmente miope degli interessi nazionali statunitensi e la sua disponibilità a definirli con l’aiuto di slogan populisti, se non demagogici. La nuova amministrazione continua a ignorare le profonde implicazioni della posizione americana nei confronti della guerra russo-ucraina per l’ordine mondiale, la cui stabilità e legittimità dovrebbero preoccupare gli americani tanto quanto la maggior parte delle altre nazioni.
Sanzioni europee alla Russia: gli effetti in Finlandia
L’ultimo pacchetto di sanzioni dell’UE contro la Russia impone restrizioni sempre più severe sulle merci, con l’aggiunta di molti nuovi codici merceologici all’elenco dei prodotti vietati all’esportazione. L’elenco include prodotti che possono essere considerati utili alla capacità industriale della Russia. Inoltre, l’UE vieta l’importazione da paesi terzi di prodotti petroliferi estratti dal greggio russo. Anche le sanzioni contro la Bielorussia vengono inasprite, allineandole a quelle contro la Russia.
L’elenco dei beni vietati all’esportazione si amplia di oltre 180 codici merceologici. Tra i beni vietati all’esportazione figurano, ad esempio, vari prodotti in metallo e una varietà di utensili e dispositivi di misurazione.
Il divieto di transito riguarderà anche i trattori per semirimorchi a gasolio, nonché i rimorchi e i semirimorchi destinati al trasporto di merci. Inoltre, il divieto di transito viene esteso ad alcuni beni già vietati all’esportazione, come le macchine utensili a scarica elettrica e a getto d’acqua. Il 18° pacchetto di sanzioni introduce inoltre controlli più severi sulle esportazioni volti a prevenire l’elusione delle sanzioni.
Nell’applicazione delle sanzioni, la Tulli, la dogana finlandese, ha rilevato oltre 30.000 anomalie nel traffico merci e condotto oltre 4.000 controlli mirati. Dall’inizio della guerra in Ucraina, la dogana ha avviato oltre 900 indagini su reati normativi correlati alla violazione delle sanzioni. Circa 130 di questi casi sono oggetto di indagine come reati normativi aggravati. Prima dell’attacco russo all’Ucraina, la dogana indagava in media da due a dieci reati normativi all’anno. Quasi senza eccezioni, le indagini penali relative alle sanzioni richiedono un’ampia cooperazione internazionale.
“Le autorità doganali hanno affrontato attivamente i fenomeni legati alle sanzioni. Sulla base delle nostre attività di contrasto, abbiamo osservato tentativi di elusione delle sanzioni, ad esempio attraverso paesi extra-UE. Abbiamo contrastato questo fenomeno con diverse misure di contrasto. Collaboriamo inoltre strettamente, ad esempio, con Europol, la nostra agenzia di contrasto, e con l’OLAF, l’Ufficio europeo per la lotta antifrode, al fine di garantire un’applicazione uniforme ed efficiente delle sanzioni in tutta l’UE”, dichiara Petri Lounatmaa , Direttore dell’Area di Controllo di Tulli. Gli importatori non sono tenuti a presentare certificati di origine del greggio per quanto riguarda i paesi partner, determinati separatamente, di Canada, Norvegia, Stati Uniti, Regno Unito e Svizzera. Gli elenchi delle merci vietate all’esportazione e delle merci in transito vengono ampliati e i controlli sulle esportazioni vengono rafforzati.
Il 30 giugno 2025, il Consiglio dell’Unione europea ha deciso di prorogare la validità delle misure settoriali nei confronti della Russia (regolamento (UE) 833/2014) fino al 31 gennaio 2026. Le nuove sanzioni sono state pubblicate nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea sabato 19 luglio 2024. I pacchetti di sanzioni entrano in vigore a mezzanotte di domenica 20 luglio 2025.
Non c’è pace per la Banca Centrale Europea
La fiammata inflazionistica sperimentata in seguito all’invasione russa dell’Ucraina — e a alla ripartenza economica post-Covid — ha obbligato la Banca Centrale Europea (BCE) a modificare in maniera drastica la politica monetaria ultra-espansiva avviata sotto la Presidenza Draghi.
In tal senso, fra il 2022 e il 2023, l’istituto di Francoforte, al fine di perseguire il primario obiettivo della stabilità dei prezzi, ha proceduto a vari innalzamenti dei tassi di interesse, portando il costo del denaro su livelli che non si vedevano da inizio millennio. Tale restrizione monetaria ha sì contribuito a un rallentamento del ciclo economico ma, già nel 2024, grazie anche all’abbassamento del costo dell’energia, ha permesso di riportare il tasso di inflazione in prossimità dell’obiettivo del 2%.
Alla luce di ciò, a partire dalla metà dell’anno passato, i tassi hanno cominciato progressivamente a scendere, per tornare nelle ultime settimane su valori affini a quelli di fine 2022. In condizioni “normali”, con un livello di inflazione stabilizzatosi intorno all’obiettivo statutario, sarebbe naturale aspettarsi una politica monetaria che, sostanzialmente, rimane ferma. A fronte della presenza di Trump alla Casa Bianca, e della guerra commerciale da lui avviata, possiamo però tranquillamente affermare come queste non siano condizioni normali e che, conseguentemente, la BCE non possa godersi alcun tipo di riposo. I dazi di Trump possono infatti condizionare il lavoro della Banca Centrale Europea in maniera diversa a seconda della risposta che le istituzioni euro-unitarie sceglieranno di dare all’innalzamento delle tariffe deciso dal tycoon.
Nel caso in cui l’Unione Europea dovesse optare per una reazione “dura” — prevedendo un significativo innalzamento dei dazi verso gli USA — si rischierebbe di assistere a un aumento del livello dei prezzi che porrebbe la BCE davanti a un complicato scenario di natura simil-stagflattiva. Invero, il possibile aumento dell’inflazione spingerebbe Francoforte a una nuova restrizione monetaria; tuttavia, il probabile rallentamento del ciclo economico che potrebbe derivare da una vasta guerra commerciale renderebbe tale operazione particolarmente dolorosa, visto il rischio di aggravare ulteriormente uno scenario economico già in affanno.
Nel caso in cui l’UE decidesse invece di adottare un approccio “morbido” — evitando un rilevante innalzamento delle tariffe sulle importazioni americane — il rischio di assistere a un aumento dei prezzi sarebbe ridotto e, anzi, si paleserebbe la possibilità di fronteggiare una condizione di quasi-deflazione. In questo scenario, la contrazione delle esportazioni verso gli Stati Uniti che potrebbe ingenerarsi nei prossimi mesi rischierebbe infatti di portare a una riduzione del PIL e a un conseguente raffreddamento del lato della domanda che, inevitabilmente, si rifletterebbe sul livello dei prezzi; la BCE si troverebbe quindi obbligata a operare (in maniera tempestiva) ulteriori riduzioni dei tassi, in modo da sostenere la fiducia degli operatori economici ed evitare una caduta dell’inflazione in terreno negativo.
Visto il comportamento finora adottato dalle istituzioni europee, la seconda ipotesi sembra allo stato attuale la più probabile; d’altronde, non alzando in modo significativo le tariffe, l’UE continuerebbe ad avere accesso ad alcune fondamentali materie prime e merci importate dagli Stati Uniti e, al contempo, eviterebbe il sopramenzionato rischio stagflattivo.
Nei mesi passati, diversi economisti avevano inoltre sostenuto che, evitando di imporre rilevanti contro-dazi, il tasso di cambio euro-dollaro avrebbe di fatto bilanciato gli effetti delle tariffe trumpiane. In quest’ottica, con una Federal Reserve “obbligata” a mantenere tassi elevati — a fronte di un’inflazione americana che cresce — e una BCE che invece li riduce — a fronte di un’inflazione europea che cala —, la valuta statunitense si sarebbe apprezzata rispetto a quella del vecchio continente, compensando sostanzialmente l’aumento dei dazi imposto da Trump. Questa previsione era basata su valutazioni economiche più che condivisibili che, in condizioni normali, avrebbero portato al risultato ipotizzato. Come già detto, tuttavia, ora non siamo in condizioni normali.
In tal senso, va infatti rilevato come le due banche centrali abbiano sì operato come previsto (con la Banca Centrale Europea che ha abbassato i tassi e la FED che invece li ha tenuti fermi) ma come il dollaro, invece che apprezzarsi, abbia perso di valore rispetto all’euro: questo è un inaspettato effetto delle “picconate” assestata dalla Casa Bianca alla credibilità dell’economia americana e al ruolo di riserva globale della sua valuta. Un deprezzamento che aggrava ulteriormente gli effetti dei dazi statunitensi.
Nelle passate settimane, esponenti di spicco di alcuni governi nazionali hanno invitato la BCE a procedere speditamente con ulteriori abbassamenti dei tassi. Alla luce di quanto sopra scritto, è ragionevole però affermare come, finora, Francoforte abbia (giustamente) evitato di impegnarsi a procedere in questa direzione, attendendo di capire quale sia lo sviluppo della guerra commerciale in corso: solo una volta compresa la direzione assunta da Consiglio e Commissione Europea sarà infatti possibile determinare la risposta da porre in essere.
In tal contesto, c’è da confidare che queste due istituzioni mantengano un dialogo costante con l’istituto di emissione, al fine di fornire ad esso — e ricevere da esso — informazioni necessarie alla definizione di un’azione tempestiva e ben mirata. Parimenti, è auspicabile che dibattiti palesatesi negli anni passati in merito agli obiettivi attribuiti alla Banca Centrale non tornino ad infiammare il dibattito interno al Consiglio Direttivo e che, in particolare, non riemerga una miope concezione della stabilità dei prezzi (fino a qualche anno fa propugnata da Jens Weidmann, ex-banchiere centrale tedesco) che porterebbe la BCE ad agire in maniera tardiva rispetto al palesarsi di molteplici criticità.
In queste condizioni “anormali”, la Banca Centrale Europea non può quindi che rimanere alla finestra, affilare le armi e prepararsi a una nuova turbolenta fase della sua ancora breve (ma intensa) esistenza.
L’articolo è stato elaborato nell’ambito di “Focus Geofinanza. Osservatorio IAI-Intesa Sanpaolo sulla geofinanza
La posizione europea sui dazi dopo la lettera di Trump
L’Ambasciatore Michele Valensise, Presidente dello IAI, è intervenuto a Spazio Transnazionale, il programma di Radio Radicale condotto da Francesco De Leo. Valensise ha commentato la risposta europea alla lettera inviata dal Presidente Trump all’Unione Europea in merito ai dazi, soffermandosi anche sui tentativi di negoziato attualmente in corso.
La politica di Trump a un anno dal fallito attentato di Butler
Un anno dopo il fallito attentato di Butler, Donald Trump appare sempre più convinto d’essere stato salvato per volontà divina per potere compiere la missione di rendere l’America di nuovo grande.
Dieci anni dalla la stipula dell’accordo JCPOA sul nucleare iraniano
È passato praticamente sotto silenzio il decimo anniversario della stipula, il 14 luglio del 2015, del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA), l’intesa diplomatica che pose fine alla controversia sul nucleare iraniano. Esso è avvenuto in concomitanza con il recente incontro a Washington tra il Presidente Trump e il Primo Ministro Netanyahu, che sono i principali responsabili del suo successivo fallimento.
L’accordo fu inizialmente un vero successo poiché, per una volta, il possibile programma nucleare militare di un paese fu arginato attraverso la diplomazia anziché con l’uso della forza. Un ruolo di rilievo fu svolto dall’Europa con la partecipazione ai negoziati, oltre a Cina, Russia e USA, anche di Francia, Germania e Regno Unito (prima che quest’ultimo abbandonasse l’UE). Gli storici approfondiranno i motivi dell’assenza dal negoziato dell’Italia che era allora il principale partner economico europeo dell’Iran. Un ruolo decisivo fu svolto soprattutto dall’Unione Europea in quanto tale attraverso il suo Alto Rappresentante per la Politica Estera e di Sicurezza, un incarico ricoperto allora dall’italiana Federica Mogherini.
L’accordo prevedeva in sostanza che l’Iran avrebbe potuto produrre e detenere solo le quantità e il livello dell’uranio arricchito utili per le sue future esigenze energetiche ma non per scopi militari. L’intero suo programma nucleare venne sottoposto a ferree misure di verifica da parte dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). In contropartita vennero ritirate le sanzioni in vigore contro l’Iran, ciò che permise al mondo occidentale di avviare una promettente cooperazione politica, economica e finanziaria con Teheran che in tal modo usciva dall’isolamento. Si parlò per l’Italia di commesse per 30 miliardi di Euro.
Tutti questi risultati furono mandati letteralmente all’aria nel 2018, su istigazione di Netanyahu, da Trump che definì il JCPOA il peggiore accordo mai negoziato. Con un suo tratto di penna l’America cessò di attenersi all’accordo e costrinse i suoi alleati e partner a fare altrettanto. L’Iran che lo stava invece rispettando iniziò a sua volta a prenderne le distanze, limitando le ispezioni e ritornando all’accumulo dell’uranio accrescendone il livello di arricchimento.
Il recente rimescolamento delle carte causato dalla crisi di Gaza e l’obiettivo indebolimento dell’Iran che ne è derivato avrebbero potuto offrire a Trump l’occasione per realizzare la sua promessa di un nuovo accordo. Il tentativo negoziale appena da lui iniziato fu sabotato sul nascere da Netanyahu che, proprio in tale occasione, decise un attacco militare contro le installazioni nucleari iraniane cui finirono poi per associarsi gli americani. Anche se vi sono state voci discordanti sul reale esito dell’intervento bellico, non vi è dubbio che le installazioni nucleari abbiano subito danni ingenti ma forse non tali da chiudere una volta per tutte la lunga crisi nucleare iraniana.
Il futuro resta incerto anzitutto a causa della imprevedibilità di Trump. L’Iran per bocca del suo Vice Ministro degli Esteri ha indicato, nonostante l’attacco subito, una preliminare disponibilità a continuare il dialogo con Washington ma al tempo stesso ha richiesto agli ispettori dell’AIEA di lasciare il paese, deprivando l’Agenzia di ogni capacità di verifica. L’Iran aveva in passato minacciato che, in caso di attacco, si sarebbe ritirato dal Trattato di non Proliferazione Nucleare (TNP) analogamente a quanto fatto dalla Corea del Nord prima di procedere ai suoi test nucleari. Non è da escludere che Teheran lo possa fare invocando quella “circostanza straordinaria” che ai sensi dell’articolo 10 gli permetterebbe di ritirarsi dal Trattato che è considerato un pilastro della pace e sicurezza internazionale.
Per sventare tale disastrosa opzione occorre affrontare una volta per tutte i problemi di fondo di questa vicenda che riguardano l’intera comunità internazionale. Fermo restando il “diritto inalienabile” di tutti gli stati all’energia nucleare che è espressamente sancito dal TNP, il vero oggetto del contendere è determinare se tale diritto include anche la possibilità per uno stato di produrre in proprio il combustibile (uranio arricchito o plutonio) che serve per alimentare le centrali nucleari. In realtà il TNP né lo consente, né lo proibisce. L’accordo JCPOA lo consentiva all’Iran ma lo sottoponeva a severe limitazioni e verifiche che se attuate non gli avrebbero permesso di costruirsi la bomba atomica. Tale precedente avrebbe potuto divenire un modello per altri stati desiderosi di intraprendere anch’essi tale pericoloso e costoso percorso.
Il passato insegna che Israele può tollerare la costruzione di centrali nucleari nell’area mediorientale ma cerca di opporsi ad ogni costo alla produzione del combustibile che, come tutti sanno, può servire anche per costruirsi l’arma atomica. La tolleranza israeliana scende a zero quando chi vuole avviarsi su tale strada è un regime come quello iraniano attuale che non riconosce lo Stato di Israele, continua a denominarlo “entità sionista” e persegue l’obiettivo della sua sparizione.
Un ritorno al tavolo negoziale ispirandosi ai principi tecnici del JCPOA avrebbe maggiori possibilità di successo se si arrivasse ad una svolta storica nei rapporti tra Israele e l’Iran analoga a quella, che appariva impossibile, avvenuta nel 1977 tra Israele e l’Egitto dopo la guerra del Kippur. Un “chiarimento esistenziale” tra due stati e due popoli, quello ebraico e quello persiano, che si sono conosciuti e riconosciuti sin dai tempi della Bibbia e che hanno convissuto per secoli. L’Europa, che a differenza degli USA non ha mai interrotto i rapporti diplomatici con l’Iran e che con il popolo ebraico ha un debito indelebile, avrebbe in mano le carte per propiziare un simile approccio.
La “maggioranza Ursula” e l’Europa immaginaria
Del fallito tentativo da parte di un gruppo di deputati di estrema destra di far votare una mozione di censura da parte del Parlamento Europeo contro la Commissione Europea e la sua Presidente Ursula von der Leyen, sappiamo tutto. Non è detto però che il racconto che ce ne è stato fatto, corrisponda alla realtà. In sostanza, quella che ci è stata raccontata è la vicenda di una crisi strisciante che affligge la coalizione che sostiene la Commissione al Parlamento Europeo. Crisi dovuta alla insoddisfazione di tre membri della coalizione, liberali, socialisti e verdi, verso i popolari del PPE, partito di maggioranza relativa a cui appartiene anche von der Leyen. Essi sarebbero infatti colpevoli di due crimini: aver spostato decisamente a destra l’asse dell’UE in alcuni settori e a questo fine di aver coscientemente fatto ricorso in varie occasioni ai voti dei partiti populisti e sovranisti di destra, per definizione “antieuropei”. Prova aggiuntiva, i buoni rapporti che von der Leyen intrattiene con Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio a Roma, ma il cui partito è anche la componente principale di uno dei partiti sovranisti in Europa. Tutto ciò sembra chiaro, ma purtroppo descrive un’Europa che non c’è. Ciò è tanto più pericolosamente distorsivo, perché sembra di facile comprensione per cittadini abituati al funzionamento delle normali democrazie parlamentari.
Il problema è che l’UE non è una federazione e ancor meno funziona come una democrazia parlamentare del tipo da noi conosciuto. È un sistema ibrido, né federale né veramente intergovernativo, che riunisce paesi che restano sovrani ma che condividono all’interno delle istituzioni comuni pezzi della loro sovranità. Come spesso dicono i giuristi, gli Stati restano “padroni dei trattati”. Al centro di questo sistema ibrido c’è un’istituzione, la Commissione, che ha alcune caratteristiche comuni con l’idea del Governo che abbiamo comunemente, ma in misura molto più limitata. La sua legittimità dipende in parte dai governi e in parte dal Parlamento Europeo che vota la sua investitura e che può anche censurarla. Il tutto in un sistema in cui i poteri di decisione sono condivisi fra il Consiglio dei ministri nazionali e il Parlamento Europeo. Condivisione che tuttavia e a causa della natura del sistema, vede un netto predominio dei governi soprattutto nelle materie che sono ai margini dei poteri che i trattati attribuiscono all’UE. Parliamo di materie al cuore della sovranità statale come l’immigrazione o la politica estera e di difesa. Questo sistema, che abbiamo ereditato e con cui viviamo da quasi 80 anni, è certamente criticabile. Tuttavia, nessuno pensa che possa essere modificato nel breve periodo. Una narrativa che suggerisce l’immagine di un sistema di governo dell’UE basato su una maggioranza parlamentare che esprime un governo è quindi gravemente fuorviante.
Di che cosa si accusa von der Leyen? In sostanza di aver “spostato a destra” l’orientamento politico delle proposte della Commissione su molti dei principali problemi che l’UE deve affrontare. Di cosa si tratta? In primo luogo, di una gestione molto restrittiva dell’immigrazione. Poi di una revisione del Green Deal nel senso di dare più peso alle esigenze legate alla crescita e alla competitività. Poi della proposta di considerare il riarmo di fronte alla minaccia russa e all’aggressione all’Ucraina una priorità assoluta dell’UE, anche a scapito di altri obiettivi. Infine, di proporre una risposta non ideologica ma pragmatica e focalizzata sui nostri interessi, al terremoto trumpiano. La svolta è peraltro innegabile, È tuttavia falso che costituisca una scelta autonoma e arbitraria della Commissione e ancor meno un tentativo, in accordo con il PPE, di inseguire la destra sovranista.
Qual è infatti il compito della Commissione, la sua ragion d’essere? In sostanza essa deve fare la sintesi dei problemi che l’UE deve affrontare, interpretarli nell’interesse comune e proporre la strada da seguire. Tuttavia, il fine è raggiungere il consenso. Una difficoltà che la Commissione deve affrontare è che Parlamento e Consiglio non riflettono esattamente gli stessi equilibri politici. Dato l’equilibrio dei poteri già descritto, la Commissione deve prima assicurarsi un certo consenso da parte almeno della maggioranza dei governi per poi negoziare gli opportuni aggiustamenti con il Parlamento. Parlare di una “rottura del patto di maggioranza” alla base della sua elezione, è quindi privo di senso. La famigerata “svolta a destra” operata dalla Commissione sui temi già citati, non fa che riflettere l’attuale orientamento largamente maggioritario dei governi dell’UE. In sostanza, von der Leyen può certamente essere criticata per alcuni aspetti della sua azione, ma nella sua strategia politica fa semplicemente il suo mestiere.
Un altro errore della narrativa corrente è quello di interpretare la dinamica politica dell’UE in termini di scontro fra forze “pro-europee e anti-europee”. Questa distinzione esiste certamente sul piano ideologico, ma nella realtà è molto raro che lo scontro concreto si manifesti in questi termini. È stato certamente il caso nel dibattito britannico su Brexit e per quanto riguarda la particolare posizione attuale dell’Ungheria. È anche vero all’interno del PE per gran parte ma non tutti i gruppi che costituiscono la destra populista. Nella maggior parte del contenzioso permanente che caratterizza i comportamenti dei governi nella la vita quotidiana dell’UE, si può invece affermare che ognuno, caso per caso, è “pro-europeo a modo suo”. Per esempio, non c’è nulla di intrinsecamente anti-europeo nell’avere una visione più o meno ambiziosa del Green Deal.
Con queste premesse, come si spiega il comportamento dei socialisti e dei verdi rispetto a von der Leyen? In un sistema che privilegia il peso dei governi, i verdi ne sono quasi totalmente assenti, mentre quelli a guida socialista sono solo tre, peraltro su posizioni molto diverse sui problemi prioritari già citati. Si può quindi comprendere che alcuni di essi considerino il PE la sola leva di cui dispongono per far valere le loro ragioni. Il comportamento dei liberali è più misterioso, dal momento che la loro componente principale è costituita dai rappresentanti macronisti francesi che quindi dovrebbero in teoria essere vicini alle posizioni del loro governo. Ma questi sono i misteri dell’attuale fase della politica francese.
È possibile che, come alcuni auspicano, questi tre partiti rilancino l’idea di una mozione di censura contro von der Leyen nel prossimo autunno su un terreno politico a loro più congeniale. Sarebbe un grave errore perché condurrebbe con ogni probabilità a un esiziale stallo istituzionale; oppure, dopo un duro confronto, alla nomina di un Presidente ancora più conservatore e probabilmente politicamente più debole. La verità è che il PE è sull’orlo di una grave crisi d’identità. Crisi di cui, è bene dirlo, una certa arroganza del PPE porta una parte di responsabilità. L’origine della crisi è nell’illusione che i cosiddetti “partiti europei” siano molto più che federazioni di partiti nazionali impegnati in una faticosa ricerca di una sintesi.
Questa fase di incertezza identitaria riferita all’Europa attraversa del resto anche la politica dei singoli paesi. In molti casi, la frattura è visibile all’interno delle attuali o potenziali coalizioni di governo. Il caso spagnolo è evidente. Quello francese anche. Il caso più complesso è probabilmente quello italiano, dove sono profondamente divise sia la maggioranza di governo sia l’opposizione. Un problema particolare per Giorgia Meloni che, come governo italiano si situa largamente nelle grandi linee della politica comune dell’UE, mentre in quanto responsabile politico è alla testa di un partito che si vuole sovranista e stenta a trovare una identità stabile all’interno del PE; come dimostrato da numerosi voti recenti.
Mettere ordine in tutto questo è urgente non solo per la gravità dei problemi da affrontare, ma perché siamo obbligati ad inventare strumenti e procedure nuove. È evidente che l’UE non ha la forza né i mezzi per trattare la totalità dei problemi. In un contesto caratterizzato dall’indispensabile ritorno nel gioco europeo del Regno Unito, sarà necessario agire su vari livelli: quello dell’UE, quello della NATO, ma anche in alcuni casi attraverso accordi intergovernativi. Ciò richiederà una notevole immaginazione istituzionale. Con tutti i suoi limiti, la Commissione sembra averlo capito. È bene che lo integrino pienamente tutti i governi, ma soprattutto le forze politiche presenti nel PE. Poi, si tratterà di rendere tutto ciò comprensibile all’opinione pubblica. Compito non facile.
La televisione ucraina in condizioni di guerra totale
Già prima dell’inizio dell’invasione su vasta scala da parte della Russia, il governo ucraino aveva avviato una cosiddetta “deoligarchizzazione” della società ucraina. Questa riforma dei rapporti tra lo Stato ucraino e le grandi imprese aveva lo scopo, secondo le parole di Volodymyr Zelenskyy, di tagliare fuori gli “oligarchi” ucraini dalle “risorse mediatiche concentrate, dall’accesso opaco alle risorse strategiche e dalla loro ‘krysha’ [letteralmente: ‘tetto’, ovvero protezione] nel governo”.
Fino a pochi anni fa, una manciata di grandi gruppi mediatici, che includevano i canali televisivi, le stazioni radio e la stampa più popolari, determinavano l’agenda informativa del Paese. Questi gruppi erano di proprietà di alcuni dei più importanti “oligarchi” ucraini e influenzavano in modo considerevole il dibattito pubblico. Prima del 2022, le cinque più importanti società di mass media e le loro emittenti televisive erano:
- Inter Media Group, che comprendeva i canali televisivi Inter e NTN, di proprietà di Dmytro Firtash e Serhiy Lyovochkin;
- 1+1 media, che comprendeva i canali televisivi 1+1 e Ukraine Today, di proprietà di Ihor Kolomoyskyy;
- Starlight Media, che comprendeva i canali televisivi ICTV, STB e Novyy (Nuovo), di proprietà di Viktor e Olena Pinchuk, genero e figlia dell’ex presidente Leonid Kuchma;
- Media Group “Ukraina”, che comprendeva i canali televisivi Ukraina e Ukraina24, di proprietà di Rinat Akhmetov; e
- le emittenti televisive Priamyy (Direct) e Channel 5, di proprietà dell’ex presidente Petro Poroshenko.
Il politico filorusso Viktor Medvedchuk, la cui figlia è figlioccia di Vladimir Putin, ha iniziato a costruire un gruppo mediatico in Ucraina alcuni anni prima dell’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina all’inizio del 2014. La holding mediatica di Medvedchuk comprendeva i canali televisivi 112 Ukraina, NewsOne e ZIK, che hanno adottato posizioni filo-russe, a volte aperte, a volte meno. Nel contesto dell’escalation delle tensioni tra Kyiv e Mosca alla fine del 2021, l’informazione politica di questi canali è stata classificata dal Consiglio di sicurezza nazionale e difesa dell’Ucraina come una minaccia alla sicurezza nazionale ucraina e sono stati chiusi.
Sotto la pressione della guerra, le più grandi emittenti televisive, che in precedenza erano di proprietà di vari gruppi mediatici, si sono fuse per formare un unico canale. Dopo aver trasmesso i propri programmi speciali il primo giorno dell’invasione su larga scala, Starlight Media, 1+1 media e Inter Media, nonché l’emittente televisiva del parlamento ucraino, Rada, hanno iniziato a trasmettere il 25 febbraio 2022 il programma di informazione politica e commenti 24 ore su 24 Telemarathon, “Edyni novyny” (Notizie unite). Questo canale televisivo unificato offre spazi alle redazioni delle emittenti associate, che li riempiono con i propri presentatori, programmi e reportage. Anche il gruppo mediatico “Ukraina” e la Compagnia Nazionale Pubblica di Tele-Radio dell’Ucraina, meglio conosciuta come Suspilne movlennia (Emittente Pubblica), hanno aderito al Telemarathon. Tuttavia, il canale di radiotelevisione pubblica ha lasciato il progetto United News nel maggio 2024 e ora opera in parallelo con Telemarathon.
La creazione di Telemarathon è stata inizialmente accolta con favore sia dal pubblico che dalla comunità giornalistica. Nei primi mesi di guerra, la programmazione congiunta delle emittenti precedentemente separate ha svolto un ruolo importante nel preservare la coesione della società ucraina. Inoltre, parallelamente alla Telemarathon in lingua ucraina, dall’agosto 2022 il governo ucraino gestisce anche un canale di informazione in lingua russa 24 ore su 24 chiamato FreeDom (Una casa libera), via satellite e YouTube, che continua i precedenti progetti UATV e Dom (Casa), creati nel 2015. L’esistenza di questo progetto statale ucraino in lingua russa contraddice la narrativa propagandistica del Cremlino secondo cui il “regime di Kyiv” reprime spietatamente la lingua russa. Nonostante la sua esistenza dal 2015, per ignoranza o deliberatamente, l’attività di questo canale in lingua russa è stata per lo più ignorata dalle frequenti critiche straniere sull’evoluzione della situazione linguistica in Ucraina dopo l’inizio della guerra russo-ucraina il 20 febbraio 2014.
Allo stesso tempo, dal febbraio 2022 lo Stato ucraino ha circoscritto lo spazio informativo televisivo. Così, diverse emittenti televisive legate all’opposizione o alla cerchia di Poroshenko – come Channel 5 e Priamyy, nonché Espreso TV – sono state deliberatamente e in modo dimostrativo escluse dal programma congiunto Telemarathon. Inoltre, il 4 aprile 2022 la trasmissione digitale di questi canali è stata interrotta senza spiegazioni. Da allora sono accessibili solo via Internet o via satellite e, in parte, tramite trasmissioni via cavo straniere.
Nel corso del tempo, il Telemarathon è stato oggetto di crescenti critiche. A un anno dall’inizio della guerra, gli esperti dei media ucraini hanno suggerito che il formato United News si fosse esaurito. Dal punto di vista dei critici, uno dei problemi è che lo Stato spende ogni anno ingenti somme per finanziare il Telemarathon. Nel 2024, ad esempio, sono stati stanziati circa 465 milioni di UAH (10,5 milioni di euro) dal bilancio dello Stato. Inoltre, il Telemarathon non è più percepito dai telespettatori come una fonte di informazione obiettiva. Mentre nel 2023 il 69% della popolazione ucraina si fidava di United News, secondo un sondaggio condotto in tutta l’Ucraina dall’Istituto Internazionale di Sociologia di Kyiv, nel 2024 questa percentuale si era quasi dimezzata, scendendo al 36%.
Nel suo rapporto del 2024 sull’allargamento dell’UE, la Commissione europea ha criticato la leadership di Kyiv per quanto riguarda il Telemarathon. L’UE ha sottolineato che l’Ucraina dovrebbe costruire un panorama mediatico pluralistico se vuole diventare membro dell’Unione. Il rapporto della Commissione ha espresso preoccupazione per i finanziamenti governativi e la mancanza di obiettività di United News.
Altri punti di vista sono offerti dai canali televisivi che non fanno parte del Telemarathon e hanno una visione critica del governo. Tra questi figurano Espreso TV e i canali un tempo di proprietà di Poroshenko, che ancora oggi gli sono vicini. Prima dell’invasione del 2022, l’ex presidente aveva cercato di limitare il suo controllo sul suo impero mediatico. Nel novembre 2021 ha venduto i suoi media, tra cui Channel 5 e Priamyy, alla holding Vilni media (Free Media), ma mantiene un’influenza indiretta su di essi.
La guerra non ha colpito solo il mercato televisivo nazionale. Anche i grandi gruppi mediatici si stanno allontanando dalla televisione tradizionale per passare a vari formati digitali, trasmettendo non solo via satellite, ma anche via cavo, attraverso canali video, Internet e live streaming. Utilizzando questi metodi, Starlight Media, ad esempio, ha generato nel 2024 un fatturato di 300 milioni di UAH, pari a circa 7 milioni di euro, dalla distribuzione di contenuti di intrattenimento tramite YouTube. Il reddito totale della divisione digitale dell’azienda è stato di circa mezzo miliardo di grivnie nel 2024, circa tre volte superiore rispetto al 2023. Il gruppo mediatico ha creato e sviluppato più di 100 canali YouTube con quasi 50 milioni di abbonati e ora traduce i suoi contenuti in inglese, spagnolo, portoghese e polacco.
Le funzioni e il funzionamento dei mass media ucraini sono cambiati radicalmente dopo il 24 febbraio 2022. I canali precedentemente controllati dagli oligarchi sono scomparsi e sono stati in parte fusi nel Telemarathon United News, finanziata dallo Stato. Le emittenti indipendenti, le agenzie di stampa, i portali web e i periodici rimasti hanno dovuto reinventarsi e cercare nuovi pubblici, formati di pubblicazione, canali di comunicazione e fonti di finanziamento.
Nonostante queste e altre sfide derivanti dalle condizioni di guerra e dalla legge marziale in vigore dal 2022, il dibattito pubblico ucraino rimane pluralistico. La diversità di opinioni è stata garantita, tra l’altro, dalla diversità dei media online e dal loro finanziamento indipendente, dai numerosi canali di informazione non controllati sui social network, dalla presenza di organizzazioni non governative che monitorano gli organi di stampa e da un dibattito pubblico sostanzialmente libero su questioni controverse.
Diana Dutsyk è docente senior di giornalismo presso l’Accademia Kyiv-Mohyla e membro della Commissione ucraina per l’etica giornalistica.
Terre rare e geopolitica: l’accordo USA-Ucraina che sfida la Cina
L’accordo siglato nei mesi scorsi tra Stati Uniti e Ucraina sulle terre rare rappresenta un passaggio cruciale nella nuova geopolitica delle risorse globali. Concluso a fine aprile 2025, questo partenariato va ben oltre la cooperazione economica: abbraccia sicurezza nazionale, sviluppo tecnologico e competizione globale per il controllo di materie prime essenziali.
Il patto è il risultato di settimane di tensioni e prevede lo sfruttamento congiunto delle risorse naturali ucraine, oltre alla creazione del Fondo di Investimento per la Ricostruzione USA-Ucraina, destinato alla ricostruzione del Paese dopo il conflitto.
Al centro dell’accordo vi sono le cosiddette “terre rare”. La loro crescente importanza geopolitica, insieme ai minerali critici, sta trasformando sempre di più gli equilibri di potere a livello globale e la competizione economica. Con questa espressione si identifica una categoria di 17 metalli che include i quindici lantanidi della tavola periodica, insieme allo scandio e all’ittrio. Il termine “rare” è fuorviante: si tratta in realtà di elementi relativamente comuni nella crosta terrestre. Ciò che risulta problematico è trovare questi elementi in alta concentrazione nei giacimenti, poiché risultano essere diluiti nel terreno. Il processo di estrazione è quindi complesso e dispendioso, dovuto al fatto che nella maggior parte dei casi non si trovano in forma pura, ma quasi sempre legati ad altri elementi.
Le terre rare sono fondamentali in numerosi settori strategici: tecnologia hi-tech ( ad esempio per il funzionamento dei display dei dispositivi elettronici), green technology (es. per la realizzazione di pale eoliche e auto elettriche), industria della difesa (in primis per sistemi radar e sonar), catalizzatori delle auto a benzina, lampade fluorescenti, apparecchiature mediche ed elettronica dei semiconduttori. Un singolo caccia F-35, ad esempio, contiene all’incirca 417 kg di leghe a base di terre rare. Tuttavia, l’uso di questi materiali, pur essendo cruciale per la transizione ecologica, non è esente da impatti ambientali: la raffinazione comporta l’uso di acidi e tecnologie poco sostenibili, con produzione significativa di rifiuti tossici e radioattivi.
USA: dipendenza dalla Cina e urgenza di diversificazionePer gli Stati Uniti, l’accordo con l’Ucraina è un tentativo di ridurre la dipendenza dalla Cina, dalla quale attualmente proviene il 70% delle importazioni statunitensi di terre rare. La Cina, con riserve stimate in 44 milioni di tonnellate metriche, controlla anche circa il 70% della raffinazione globale. Da cui la celebre affermazione nel 1992 di Deng Xiaoping: “Il Medio Oriente ha il petrolio, la Cina ha le terre rare”. Tale dominio si è consolidato grazie a costi di manodopera più bassi, normative ambientali meno restrittive e una forte domanda interna di materie prime durante la rapida crescita economica di Pechino. Riprodurre altrove l’efficienza cinese in questo settore è difficile: costruire impianti analoghi, ad esempio negli Stati Uniti, può costare fino a tre volte di più. Proprio per superare questa dipendenza Donald Trump ha inserito le terre rare e i minerali critici tra le priorità della propria agenda politica, aprendo dialoghi con Ucraina, Groenlandia e Arabia Saudita. Accordi simili a quello con Kiev sono in corso con la Repubblica Democratica del Congo (in cambio di supporto militare, sebbene restino dubbi sul luogo di lavorazione dei minerali) e con il Brasile, secondo mercato globale dopo la Cina.
L’Ucraina: potenziale miniera strategica d’EuropaSecondo stime delle Nazioni Unite, l’Ucraina possiede circa il 5% delle riserve mondiali di terre rare. Non solo, secondo il Ministero dell’Economia ucraino, il Paese dispone di 22 dei 34 minerali considerati critici dall’Unione Europea, tra i quali ferroleghe e minerali come litio, grafite, zirconio e titanio. Detiene anche il 7% della produzione globale di titanio e, con riserve di litio stimate in circa 500.000 tonnellate, è il primo in Europa per disponibilità di tale materiale.
L’Ucraina possiede anche circa il 20% delle disponibilità mondiali di grafite (essenziale per la produzione delle batterie elettriche), oltre a notevoli quantità di berillio, manganese, gallio, uranio, apatite e fluorite — tutti elementi chiave per i settori della difesa e dell’elettronica. Il territorio ucraino contiene infine 117 dei 120 metalli e minerali più usati al mondo.
Nonostante queste potenzialità, le informazioni disponibili sulla reale estensione delle risorse di terre rare in Ucraina sono limitate. La mappatura geologica attuale risale all’epoca sovietica (30-60 anni fa) e necessita di una revisione approfondita. Inoltre, l’estrazione su larga scala richiederà ingenti investimenti nelle infrastrutture energetiche, gravemente danneggiate dal conflitto: si stima che il Paese abbia perso circa due terzi della propria capacità di produzione elettrica.
A ciò si aggiunge un ulteriore ostacolo: intorno al 20% del territorio ucraino è attualmente sotto occupazione russa. Le principali risorse minerarie si trovano nelle regioni di Luhansk, Donetsk, Zaporzhizhia, Dnipropetrovsk, Kirovohrad, Poltava e Kharkiv — aree oggi in larga parte controllate da Mosca. Secondo i think tank ucraini We Build Ukraine e l’Istituto Nazionale di Studi Strategici, la Russia controllerebbe circa il 40% delle risorse minerarie ucraine, incluso il più grande giacimento di litio del Paese, situato nel Donetsk.
Per attrarre investimenti sostenibili nel lungo periodo, sono quindi fondamentali condizioni di sicurezza e stabilità, che attualmente non sono presenti nel paese.
Una partnership carica di implicazioni politicheL’accordo concluso tra Kiev e Washington è carico di rilevanza politica. Adottando un linguaggio esplicitamente critico nei confronti della Russia, identificandola come aggressore nel conflitto, afferma “un’allineamento strategico su lungo termine” tra i due stati. Inoltre, gli Stati Uniti “supportano la sicurezza dell’Ucraina, la sua prosperità, ricostruzione e integrazione nel quadro economico globale”. L’accordo lega quindi la stabilità territoriale ucraina agli interessi delle grandi imprese americane.
In conclusione, l’accordo impegna le aziende americane a sviluppare nuovi giacimenti fuori dalle zone occupate, offrendo potenzialmente un’opportunità di crescita economica sostenibile per l’Ucraina, grazie al reinvestimento dei profitti e alla creazione di un solido indotto industriale. Tuttavia, nel testo dell’accordo non vi è alcuna menzione di garanzie di sicurezza — elemento centrale delle richieste di Kyiv. Questa omissione riflette la strategia con cui Washington punta a garantirsi l’accesso alle risorse ucraine senza però farsi carico del peso della difesa dell’Ucraina rispetto all’invasore russo, creando così potenziali tensioni sia con l’Ucraina che con gli alleati europei.
Novità sulla regolamentazione delle attività spaziali
Il 25 giugno, le iniziative sulle regolamentazione dello spazio hanno subito una significativa accelerazione, da un lato con l’entrata in vigore in Italia della Legge 13 giugno 2025, n. 89 “Disposizioni in materia di economia dello spazio” e dall’altra con la pubblicazione, in pari data, della proposta di un’EU Space Act da parte della Commissione europea.
La legge italiana vede la luce a un anno dall’approvazione del Disegno di legge (Ddl) sullo spazio ad opera del Consiglio dei Ministri. Nella seduta del 20 giugno 2024 il Consiglio dei Ministri aveva approvato un ddl contenente Disposizioni in materia di economia dello spazio, da avviare all’iter parlamentare. Esso conteneva previsioni tendenti a fornire un quadro giuridico di riferimento per le attività spaziali, tenuto conto delle evoluzioni del contesto con il sempre maggior coinvolgimento di attori privati e del rilievo del relativo settore economico a livello nazionale.
La legge recentemente approvata mantiene l’impostazione iniziale del ddl con un focus sulla regolamentazione delle attività degli operatori economici nello spazio extra-atmosferico. Include, inoltre, disposizioni sull’ immatricolazione degli oggetti spaziali lanciati nello spazio extra-atmosferico, sulla responsabilità degli operatori spaziali dello Stato, nonché “misure per l’economia dello spazio”.
La proposta di Space Act europeo, giunta contestualmente, è un’iniziativa legislativa elaborata per realizzare obiettivi strategici già individuati dall’Unione nel Competitiveness Compass, nell’ EU Approach for Space Traffic Management e nell’EU Space Strategy for Security and Defence.
All’Unione europea è stata attribuita una competenza condivisa in materia spaziale, a seguito dell’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (2009), e la Commissione europea ha adottato una Strategia spaziale europea nell’ottobre 2016.
La finalità dell’EU Space Act è quella di fornire agli stati membri un quadro giuridico stabile e coerente, così da favorire il potenziamento di un mercato interno per le attività spaziali. L’EU Space Act introduce, pertanto, un quadro armonizzato per assicurare la sicurezza, intesa come safety, la resilienza e la sostenibilità ambientale, facilitando al contempo la competitività dell’Unione nel settore spaziale. Tale armonizzazione consente di superare la frammentazione data dalla diversità delle singole legislazioni statali già vigenti, aiutando start-ups e piccole e medie imprese a crescere e operare oltre i confini nazionali nell’ambito di un mercato unificato.
Entrambe le iniziative focalizzano l’attenzione sulla space economy, che, a livello globale, risulta di rilievo crescente, tanto per il progresso tecnologico quanto per il crescente numero di attori interessati al settore spaziale.
L’economia spaziale è chiaramente aumentata in modo considerevole negli ultimi anni, includendo un’ampia gamma di attività, dalle comunicazioni alla geolocalizzazione, dalle previsioni meteorologica ai servizi satellitari, a supporto dell’agricoltura, della protezione dell’ambiente e gestione delle risorse naturali. A ciò si sommano gli interessi per lo sfruttamento delle risorse minerarie o energetiche ivi presenti. È cresciuta la presenza umana, con la proposta di servizi commerciali connessi al turismo spaziale e l’aumento del numero delle stazioni spaziali, oltre a progetti di colonizzazione della Luna o di Marte.
Inoltre, ben lontano dagli albori quando lo spazio era appannaggio delle due Superpotenze, attualmente molti Stati dispongono di interessanti tecnologie spaziali, alcune Organizzazioni internazionali di carattere regionale hanno acquisito competenze nel settore e diversi attori privati investono in tecnologie e attività da condurre in tale area. Space X di Elon Musk e Blue Origin di Jeff Bezos ne sono esempi.
Lo spazio, peraltro, è considerato dalle Forze armate di vari Paesi, tra cui l’Italia un dominio rilevante in relazione al settore sicurezza e difesa, in quanto può esservi un potenziale uso della forza. Tale evoluzione ha richiesto la predisposizione di norme adeguate nel settore.
In tale prospettiva il Titolo V “misure per l’economia dello spazio” appare come la parte più significativa del provvedimento legislativo italiano, in quanto mira a regolamentare le attività degli operatori privati in considerazione del cambiamento epocale descritto, che ha spostato gli interessi sullo spazio dagli attori statali a quelli privati.
Esso introduce il Piano nazionale per l’economia dello spazio, che la Struttura di coordinamento del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e alla ricerca aerospaziale (COMINT) è chiamata a elaborare e aggiornare con cadenza biennale, in collaborazione con l’Agenzia spaziale italiana e sentiti il Ministero delle imprese e del Made in Italy, il Ministero dell’economia e delle finanze e il Ministero dell’Università’ e della Ricerca.
Nel contempo, “lo Stato promuove lo sviluppo dell’attività’ spaziale quale fattore promettente di crescita economica, favorendo, in particolare, la ricerca, la produzione e il commercio in orbita terrestre bassa.” (art. 24) ed assicura un accesso equo e non discriminatorio ai dati, ai servizi e alle risorse delle infrastrutture spaziali nazionali.
Il legislatore esprime un favor per soluzioni di partenariato pubblico-privato specialmente nella gestione dei servizi commerciali forniti dalle infrastrutture spaziali di osservazione della Terra.
Parallelamente, nella coeva proposta dell’EU Space Act, vi è attenzione al ruolo degli operatori economici. Le disposizioni regolano il tracciamento degli oggetti spaziali e la mitigazioni dei detriti spaziali (c.d. space debris), garantiscono il libero accesso allo spazio, introducono criteri di sicurezza, anche cibernetica, per la protezione delle infrastrutture spaziali europee a tutela degli investimenti nel settore.
Si presta attenzione alla sostenibilità ambientale, con la previsione di misure per la valutazione e riduzione dell’impatto ambientale delle attività condotte e la rimozione dei debris.
Le nuove norme europee dovrebbero essere applicabili a tutti gli operatori spaziali operanti nell’UE. Una volta entrato in vigore l’EU Space Act, vi sarà un’esigenze di coordinamento tra le disposizioni della Legge 89/25 e la normativa europea. A una prima osservazione, i principi ispiratori di entrambi i provvedimenti appaiono convergenti, in particolare per quanto riguarda l’attenzione alle problematiche ambientali e lo svolgimento delle attività spaziali in sicurezza, fermo restando il rispetto della ripartizione di competenze, statali e dell’Unione, nel settore.
Anche la Finlandia a Roma alla conferenza Internazionale sulla Ricostruzione dell’Ucraina
Il Primo Ministro finlandese Petteri Orpo rappresenta il suo Paese alla Quarta Conferenza sulla Ricostruzione dell’Ucraina, in programma a Roma giovedì 10 e venerdì 11 luglio. Durante la visita, il Primo Ministro Orpo incontrerà, tra gli altri, il Primo Ministro italiano Giorgia Meloni.
La conferenza ad alto livello riunirà ancora una volta leader e ministri dei paesi che sostengono l’Ucraina, nonché rappresentanti di organizzazioni internazionali, istituzioni finanziarie, comunità imprenditoriale, regioni e organizzazioni della società civile. L’obiettivo è rafforzare e coordinare il sostegno all’Ucraina per tutto il tempo necessario.
“La Finlandia è uno dei sostenitori più importanti dell’Ucraina, considerando le sue dimensioni. Dall’inizio della guerra di aggressione lanciata dalla Russia, abbiamo sostenuto l’Ucraina con oltre 3,8 miliardi di euro”, afferma il Primo Ministro Orpo, che aggiunge come Finlandia e Ucraina abbiano lanciato congiuntamente una coalizione internazionale di protezione civile per finanziare la protezione civile in Ucraina. Orpo invita tutti i Paesi a partecipare e diverse parti hanno già espresso il loro interesse. Alla vigilia di questo importante vertice, Orpo ha sottolineato che ” Finlandia e Ucraina collaborano da tempo in settori quali la difesa, l’istruzione, lo stato di diritto, l’energia e l’ambiente. La nostra cooperazione è anche un modo per sostenere il percorso dell’Ucraina verso l’UE”. La Finlandia incoraggia inoltre le aziende finlandesi a partecipare alla ricostruzione dell’Ucraina: sono oltre una decina le aziende o attori economici finlandesi partecipanti alla conferenza di Roma sulla ricostruzione.
Un anno di Starmer tra successi esteri e tensioni interne
Luca Cinciripini, ricercatore del Programma UE, Politiche e Istituzioni dello IAI, è intervenuto a Spazio transnazionale su Radio Radicale, condotto da Francesco De Leo.
Cinciripini ha commentato il primo anniversario del governo guidato da Keir Starmer, definendolo un anno complesso: nonostante alcuni successi in politica estera, sul fronte interno i risultati sono stati piuttosto deludenti, segnati anche da tensioni e ribellioni interne al partito laburista.
Cinciripini ha inoltre analizzato le posizioni del governo britannico sulla crisi in Medio Oriente, evidenziando il tentativo di prendere le distanze dalle azioni del governo Netanyahu e di criticare alcune scelte di Israele, pur mantenendo una posizione cauta. Sull’Ucraina, ha sottolineato l’adesione del Regno Unito al gruppo dei “volenterosi”, a sostegno di Kyiv.
Infine, Cinciripini ha commentato anche il ruolo di Nigel Farage nel panorama politico britannico, evidenziando il suo tentativo di influenzare il dibattito all’interno del campo conservatore.
Le tensioni globali tra i dazi di Trump, i BRICS e il Medio Oriente
Ettore Greco, vicepresidente vicario dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), è stato ospite della trasmissione Spazio Transnazionale su Radio Radicale, condotta da Francesco De Leo.
Greco ha commentato l’annuncio dell’ex presidente Donald Trump riguardo l’introduzione di nuovi dazi, con tariffe comprese tra il 25% e il 40%, la cui entrata in vigore è prevista a partire dal 1° agosto.
Greco ha inoltre analizzato i recenti sviluppi nell’ambito del vertice dei Paesi BRICS, evidenziando la crescente unità di intenti emersa tra i membri nel contrastare le politiche commerciali promosse da Trump.
Infine, l’analisi si è concentrata sulla situazione in Medio Oriente e sul futuro della Striscia di Gaza, anche alla luce del recente incontro con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.