Regno Unito: hotel-rifugio e immigrazione, esplode la sindrome NIMBY
Non è stata questa solo climaticamente la più calda estate della storia inglese, come conferma l’ufficio meteo. Il grido di “not in my backyard”, acronimo NIMBY, è tornato a scaldare gli animi e a far temere un bis degli scontri xenofobi del 2024, allora seguiti all’accoltellamento a morte di tre ragazzine in un campo estivo a Southport, falsamente attribuito a un immigrato.
Anche quest’anno la scintilla è stata un episodio di cronaca: molestie sessuali verso una giovane di Epping Forest, località a nord di Londra, appena superato il confine con la contea dell’Essex. Responsabile un rifugiato eritreo in attesa di asilo, ospite di uno dei tanti alberghi utilizzati come centri di accoglienza. Per giorni e giorni sono così scesi in strada migliaia di manifestanti, chiamati a raccolta tramite il tam tam dei social e dei gruppi Whatsapp di residenti, ma anche di movimenti di estrema destra. Cartelli “We want Epping safe”, scontri con la polizia che proteggeva l’albergo in questione e i suoi 140 ospiti.
Alla fine, su istanza dell’autorità locale, un giudice dell’Alta Corte ha dato ragione ai dimostranti, con un’ingiunzione allo sgombero per motivi di ordine pubblico e di licenza inadeguata. Il Ministero degli Interni ha fatto ricorso rivendicando la propria autorità nelle scelte, ma ormai il vaso di Pandora era stato scoperchiato: decine di altri enti locali, guidati dai Conservatori e dal Reform party di Nigel Farage, ma anche alcuni laburisti, si preparano a battaglie legali per chiedere la chiusura degli hotel-centri di accoglienza nella loro zona e lo spostamento altrove dei migranti in attesa di esame della domanda di asilo.
Le proporzioni del fenomeno e la strategia di FarageL’episodio estivo ha riportato alla luce le proporzioni del fenomeno. Sono oltre 30 mila i rifugiati ospitati in circa 210-220 strutture ricettive in Gran Bretagna. Meno numerosi rispetto al picco raggiunto sotto i governi conservatori — 56 mila con Premier Rishi Sunak –, ma in aumento anche nel primo anno di governo Starmer. Se Epping ha aperto la strada, già altri sono sul piede di guerra: proteste contro l’Hotel Britannia a Canary Wharf, nella nuova City sul Tamigi, e in molte altre località.
Terreno fertile per la propaganda del leader di destra Nigel Farage che delle politiche muscolari anti immigrazione clandestina è stato facile paladino restando all’opposizione, finora mai al governo nemmeno di amministrazioni locali, tranne una decina conquistate nel voto del maggio scorso. Tuona contro gli immigrati arrivati illegalmente attraverso la Manica e “accolti con tutti gli onori, albergo compreso, a spese del contribuente inglese”. Propone soluzioni draconiane: detenzione e deportazione immediata, senza alcun esame della domanda di asilo, diritto garantito dalle convenzioni internazionali.
Lo scontro istituzionale: Starmer vs FarageSe andrà al governo — annuncia — uscirà subito dalla Convenzione europea dei diritti umani (Roma, 1950), da quella delle Nazioni Unite sui rifugiati (Ginevra, 1951) e persino da quella dell’ONU contro la tortura (New York, 1984). Gli risponde il Premier laburista Starmer: “Così il Regno Unito, che di quelle convenzioni è stato promotore, si metterebbe alla pari di Stati canaglia come Russia e Bielorussia“. In lui parla non solo il capo del governo, ma anche l’ex avvocato per i diritti civili ed ex magistrato, sua precedente carriera prima della politica.
Ma la sindrome NIMBY predispone all’ascolto della voce grossa dei populisti: Farage promette di espellere 600 mila illegali in pochi anni, rimandandoli nei Paesi d’origine, Afghanistan, Eritrea e Iran compresi.
I numeri dell’emergenza e le misure del governo CooperCome in tutti i Paesi europei, il problema esiste. Gli arrivi illegali sono aumentati del 38 per cento nell’ultimo anno; oltre 50 mila clandestini hanno attraversato la Manica dall’insediamento del governo laburista. Senza misure efficaci, con i tabloid a soffiare sul fuoco parlando di invasione e Farage a raccoglierne il malcontento, aumenteranno anche le difficoltà politiche dell’esecutivo.
La ministra degli Interni, Yvette Cooper, cerca di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica alle strategie di contenimento e gestione del fenomeno. Sono state accelerate le procedure di esame delle domande di asilo, per ridurre tempi medi che superano i 12 mesi. Le domande giacenti sono già state così ridotte di un quarto. Sono state aumentate le espulsioni dei non aventi diritto (+30 per cento). Sono stati siglati accordi con la Francia per aumentare i controlli sulle coste di partenza e con Paesi terzi per i rimpatri. È stata fatta la promessa di svuotare gli alberghi e usare solo altre strutture (caserme, scuole in disuso, ecc.).
La percezione distorta e le prospettive futureLa sindrome NIMBY rimane comunque un agente profondo, un potente afrodisiaco che fa percepire la minaccia del clandestino molto più grave di quanto non dicano le statistiche. Se di emergenza immigrazione si deve parlare in Inghilterra è infatti soprattutto per gli arrivi legali post-Brexit da Paesi extracomunitari, a colmare i vuoti dei tanti Europei che se ne sono andati: quasi un milione nel solo 2024. Nei sondaggi, però, la percezione è ribaltata.
Le prossime elezioni generali sono previste nel 2029. Non è detto che Starmer ci arrivi nonostante la schiacciante maggioranza in Parlamento. In ogni caso, il suo governo sarà misurato non tanto sulla politica estera, che ha visto Londra tornare tra i protagonisti, bensì su economia e immigrazione.
Senza misure efficaci che riportino sotto controllo i flussi, esplosi nel caos dei molteplici governi Conservatori recenti, rischia di avverarsi la profezia distopica dell’ultimo libro di J.G Ballard, “Kingdom Come”. Già vent’anni fa immaginava i grandi centri commerciali delle periferie inglesi, luoghi della nuova socialità, trasformarsi in teatro delle marce di militanti con le bandiere di San Giorgio, a rivendicare patriottismo, spirito nazionale e xenofobia. Anche in questa calda estate inglese, il vessillo bianco, crociato di rosso, ha mostrato spesso la sua simbologia più inquietante.
Marco Varvello è corrispondente estero da Londra e Consigliere Scientifco IAI
Trump tra fallimenti globali e conflitti interni
Donald Trump, il presidente che vuol essere re, presidente della Federal Reserve, governatore, sindaco, sceriffo e scrutinatore in capo, se ne inventa sempre una nuova, per fare dimenticare l’ultimo fallimento: se le paci in Ucraina e Medio oriente si allontanano, lui scatena guerre interne.
I vertici in Alaska con Putin e alla Casa Bianca con Zelensky e i leader europei
L’Ambasciatore Michele Valensise, Presidente dello IAI, è intervenuto a Spazio Transnazionale, il programma di Radio Radicale condotto da Francesco De Leo. Valensise commenta gli esiti dei vertici in Alaska con Putin e alla Casa Bianca con Zelensky e i leader europei, concentrandosi sulla posizione degli Stati Uniti e sulle dichiarazioni più controverse di Trump.
L’implosione del MAS segna la fine di un’era politica in Bolivia
Il 17 agosto 2025 resterà nella storia della Bolivia come la data in cui si è chiusa un’epoca. Per la prima volta in quasi due decenni, il Movimiento al Socialismo (MAS) non solo ha perso il potere, ma ha a mala pena raggiunto il 3% di voti necessario per sopravvivere come forza politica. Nessuno dei contendenti è riuscito a vincere al primo turno, ma i principali contendenti, Rodrigo Paz e l’expresidente Jorge Quiroga, rappresentano diverse anime di un’opposizione conservatrice e liberale. Se è vero la mancata riconferma dei partiti al potere è una tendenza che ha caratterizzato la maggior parte dei processi elettorali recenti in America Latina, in questo caso la responsabilità ricade principalmente sul MAS e le sue lotte intestine. I protagonisti di questa implosione sono l’expresidente Evo Morales, fondatore del veicolo elettorale con il quale è rimasto al potere dal 2006 al 2019, e il presidente attuale Luis Arce, in carica dal 2020. Se per anni il MAS era stato capace di incarnare speranze di giustizia sociale e di inclusione delle maggioranze indigene ed emarginate, oggi il partito appare poco più che un guscio vuoto.
Le radici del conflitto all’interno del MAS risalgono alle elezioni del 2019, quando Morales fu sospettato di aver fatto ricorso a pratiche fraudolente per ottenere la vittoria al primo turno. Le accuse innescarono una crisi post-elettorale che lo spinse a dimettersi e a fuggire dal Paese, mentre gli scontri tra i suoi sostenitori e le forze di sicurezza lasciarono un saldo di 26 persone uccise, principalmente manifestanti. Le tensioni continuarono anche dopo la vittoria di Arce alle elezioni del 2020. A Morales fu concesso di rientrare in Bolivia, ma la sua pretesa di controllare le nomine di governo e delle candidature alle elezioni municipali del 2021 alimentò un crescente malcontento interno.
La distanza tra Arce e Morales si fece sempre più marcata, fino a un punto di non ritorno, quando Morales annunciò, nel settembre 2023, che si sarebbe candidato nelle elezioni di quest’anno. Ciò scatenò una serie di battaglie legali per il controllo del MAS e dei movimenti sociali satelliti, risultando nella frammentazione dell’elettorato del MAS in almeno tre fazioni: una fedele al partito ufficiale, controllato da Arce, che ha presentato un suo ministro, Eduardo del Castillo, come candidato ufficiale; una che ha supportato Andrónico Rodríguez, ex protégé di Morales candidatosi per un altro partito, Alianza Popular; e una alla stregua di Morales, che ha fatto leva sulla mobilitazione sociale per cercare di superare un divieto a ricandidarsi sottoscritto da una sentenza della Corte Costituzionale. Quasi il 30% delle oltre 2.600 manifestazioni registrate da ACLED tra ottobre 2023 e luglio 2025 ha riguardato proprio questa lotta interna al MAS. Il culmine delle mobilitazioni è avvenuto a giugno, quando Morales e i suoi sostenitori hanno provato a forzare la sua inclusione bloccando diverse arterie principali del paese per settimane, scontrandosi con le forze di sicurezza e lasciando otto persone uccise, tra manifestanti e poliziotti.
Mentre la lotta intestina al MAS paralizzava la politica e le strade del paese, l’economia crollava. Dopo anni di crescita trainata dalle esportazioni di gas e materie prime, il paese ha sperimentato negli ultimi tempi stagnazione, inflazione crescente e un aumento del debito pubblico. Il MAS, che aveva costruito la propria legittimità sulla redistribuzione delle rendite delle risorse naturali e sull’espansione delle politiche sociali, si è trovato senza margini di manovra. La mancanza di investimenti e l’aumento della domanda interna hanno fatto crollare la produzione di gas e prosciugato le riserve in dollari della banca centrale necessarie per pagare l’importazione crescente di carburanti.
Le mobilitazioni dei sostenitori di Morales hanno aggravato questa pressione economica. Quasi nove manifestazioni pro-Morales su dieci hanno incluso blocchi stradali, soprattutto nella regione di Cochabamba — nodo cruciale per i flussi commerciali del Paese — massimizzandone l’impatto economico, causando gravi carenze di carburante e forti aumenti dei prezzi alimentari. Tra ottobre 2023 e luglio 2025, ACLED registra oltre 550 proteste relative alla scarsità di carburante e di dollari e contro il rincaro dei prezzi dei generi alimentari.
Morales sperava che il malcontento economico e l’incapacità di Arce di gestire la crisi alimentasse la sua campagna anti-governativa, ma i blocchi prolungati hanno invece provocato il rigetto di una parte crescente della popolazione, allontando anche le basi popolari più fedeli. Il risultato: Eduardo del Castillo si è fermato appena sopra la soglia del 3%. Andrónico Rodríguez, dal canto suo, non è andato oltre l’8,22%. Escluso dalle urne, Morales ha dimostrato di essere ancora capace di catalizzare ancora una discreta parte dell’elettorato del MAS: dopo la conferma della sua esclusione della scheda elettorale, ha lanciato una campagna per un voto di protesta attraverso l’invalidazione della scheda elettorale. Ciò ha indubbiamente contribuito a far sì che circa il 20% delle schede siano state considerate nulle.
Dall’altra parte, la giornata elettorale – svoltasi in relativa tranquillità nonostante i timori di un’ostruzione attiva da parte dei seguitori di Morales — ha consacrato la rinascita delle forze conservatrici marginate politicamente da due decenni. A Rodrigo Paz (32,14%) e Jorge Quiroga (26,81%), che si contenderanno la presidenza nel ballottaggio del 19 ottobre, vanno aggiunti Samuel Doria Medina, favorito nei sondaggi ma fermatosi al 19,86%, e Manfred Reyes Villa (6.62%). A conti fatti, più dell’85% dei voti validi è andato a candidati di stampo conservatore.
Il fallimento del MAS non riguarda solo un partito, ma rappresenta il collasso di un sistema che ha dominato la Bolivia dal 2006, che univa redistribuzione sociale, centralità dello Stato nell’economia e un discorso identitario fondato sulla rivendicazione indigena. È probabile che chiunque vinca il ballottaggio apporti alcune riforme a questo sistema, soprattutto nell’adozione di politiche economiche di stampo liberale volte alla riduzione della spesa pubblica, con possibili implicazioni per le classi meno abbienti che hanno beneficiato in questi anni di sussidi e servizi statali.
L’uscita di scena del MAS come forza politica al potere può essere stata relativamente pacifica nelle urne, ma ciò non esclude che i settori che lo hanno supportato per anni non oppongano resistenza a cambiamenti sostanziali del modello politico, economico e sociale che ha instaurato. L’ombra di Morales, il carisma mancato di Arce e l’insoddisfazione di un elettorato orfano di rappresentanza resteranno elementi cruciali per comprendere la Bolivia che verrà.
Il conflitto israelo-palestinese è un unicum : le parole che lo descrivono dovrebbero esserne il riflesso
Una prima avvertenza, di natura storica. Israele non è nato nel peccato; non è stato il rifugio dal razzismo antisemita fino all’aberrazione della Shoah. Né è uno stato “colonialista” nel senso classico dell’Europa e della sue conquiste coloniali in Africa o in Asia e dello schiavismo imposto alle genti indigene. Gli ebrei hanno vissuto storicamente un legame profondo, emotivo, culturale, identitario e anche fisico con quel lembo minuscolo di terra detto Israele. Lo stato di Israele nella contemporaneità è stato creato legalmente attraverso il piano di spartizione votato dalle Nazioni Unite nel 1947 e la guerra di indipendenza contro gli eserciti dei paesi arabi coalizzati che rigettarono tale decisione. Giustizia – se il termine ha un senso verace – dovrebbe consentire a un popolo disperso e per secoli perseguitato di vivere in pace e in sicurezza una sua esistenza nazionale legittima su quel piccolo pezzo di terra.
Una seconda particolarità: Israele è vissuto sin dalla nascita in uno stato permanente di guerra guerreggiata interrotto da periodi di tregua, in una ostilità atavica del mondo arabo circostante. La non esistenza di uno stato palestinese riflette certo una “colpa” di Israele, ma anche la responsabilità del mondo arabo, delle leadership palestinesi e della comunità internazionale.
Una terza cautela attiene al principio di realtà. Gli israeliani non vivono e non hanno mai vissuto in pace nel quotidiano. Soffrono di un’ostilità che ha assunto storicamente le forme della guerra e quelle infami del terrorismo. L’attuale, aspro dibattito sulla questione se Israele stia commettendo crimini contro l’umanità o persino genocidio trascura il fatto che se Hamas avesse liberato gli ostaggi nelle sue mani ciò avrebbe da tempo messo fine alla guerra distruttiva in atto e con essa alla devastazione di Gaza e dell’esistenza collettiva dei quel popolo. Israele è sì colpevole delle immani sofferenze imposte ai gazawi, ma su Hamas grava una responsabilità politica delle stesse. Il 7 ottobre 2023 Hamas sapeva che la risposta israeliana sarebbe stata durissima ed ha scientemente e cinicamente abbandonato ad essa la popolazione della striscia. Rifiuta tuttora di liberare gli ostaggi sopravvissuti, fornendo così ragioni all’azione bellica così devastante di Israele. 22 stati membri della Lega Araba hanno riconosciuto questa realtà chiedendo nel marzo scorso il disarmo di Hamas.
Un quarto motivo di preoccupazione concerne gli appelli in Occidente al boicottaggio degli israeliani in quanto israeliani, l’ostracismo talora vistoso e irritante anche in campo culturale e accademico di istituzioni israeliane. Ciò equivale a razzismo tout court. Sotto questo aspetto così come altri la critica a Israele è pericolosamente affine all’antisemitismo. Vi è spesso nella retorica corrente uno slittamento lessicale e filosofico nel vieto stereotipo di vittime e carnefici. Ciò traduce una concezione essenzialista della storia umana per cui gli israeliani di oggi, tutti indistintamente, un che di collettivo, un popolo malato nella sua interezza metafisica, siano i figli, i nipoti, gli eredi degli ebrei di 80 anni fa, vittime dello sterminio di massa e tramutati oggi in carnefici. È una falsità evidente, come dimostra il dibattito sofferto che divide la società israeliana tra correnti d’opinione democratica e altre ad esso opposte di natura integralista e autoritaria, nonché lo strumento facile di un meccanismo autoassolutorio per l’Europa colpevole per secoli dell’antigiudaismo cristiano e del razzismo antisemita. Un meccanismo che abbiamo visto operare distintamente soprattutto intorno alla Giornata della Memoria negli ultimi due anni, ma che ricorre vistosamente in articoli, sondaggi d’opinione, manifestazioni pubbliche.
Quale un atteggiamento costruttivo del resto del mondo? Le masse di israeliani che combattono per la loro democrazia e contro il governo bellicista dovrebbero essere sostenute, non boicottate. Allo stesso modo, i palestinesi che richiedono un’Autorità palestinese riformata al posto di Hamas dovrebbero essere sostenuti da Israele e dal resto del mondo. Gaza deve essere ricostruita per creare uno stato palestinese sostenibile che coabiti in buona convivenza con Israele. Se il governo Netanyahu insegue l’occupazione permanente di Gaza e l’annessione de facto di parti rilevanti del West Bank, le sanzioni potrebbero diventare una risposta adeguata.
Il trauma di questi eventi funesti rivelerà alla coscienza di Israele come sia illusoria l’opinione che il conflitto si possa risolvere senza porre fine all’occupazione e alla convinzione di potere reprimere le aspirazioni palestinesi ad uno stato degno di questo nome. O forse all’opposto indurirà ancor più gli israeliani convinti che i palestinesi tutti siano come Hamas e che uno stato lungo i 500 km del confine con Israele sia un pericolo esiziale. Il trauma ha messo in forse comunque due elementi chiave della coscienza di sé del paese: la fiducia nella forza delle armi e quella nelle sue ragioni ideali riconosciute dall’opinione pubblica mondiale. Ambedue ora fortemente compromesse.
La sicurezza di Israele non può fondarsi sulla mera forza delle armi. Uno stato ebraico non significa di per sé sicurezza fisica per i suoi abitanti né la rimozione della condizione ebraica di precarietà. Anzi, il trauma immane di questi giorni ha acuito il senso di insicurezza, l’angoscia di un paese forte ma anche debole, occupante ma anche assediato. La gravità del trauma, il panico che ne è seguito, le deficienze nel prevenire l’eccidio di Hamas hanno concorso a innescare forme di ritorsione massiccia. La sicurezza esige la sconfitta di Hamas, ma anche la convinzione della popolazione che dall’azione non-violenta e dalla trattativa può scaturire un futuro decente. È quindi interesse preminente di Israele agire per dissociare la società palestinese dalla violenza. Le azioni militari al più agiscono da deterrente nel breve periodo, ma mietono vittime civili, rafforzano la fascinazione per gli estremisti e isolano Israele dalla comunità delle nazioni per l’eccesso di violenza contro i civili pur nell’esercizio del diritto di autodifesa.
Come affermava anni fa Amos Oz, uno dei più noti scrittori israeliani, la guerra fra Israele e i palestinesi nasconde in realtà due guerre che si combattono simultaneamente: l’una, “ingiusta” è quella mossa dal terrorismo fondamentalista di Hamas contro Israele per dare vita ad uno stato islamico nella Palestina intera; l’altra “giusta” è quella del popolo palestinese che aspira ad uno stato degno di questo nome. Specularmente Israele combatte anche esso due guerre: una, “giusta” per la difesa del suo diritto ad esistere come popolo e come stato; l’altra “ingiusta”, per perpetuare l’occupazione dei territori e le colonie ebraiche ivi insediate.
Il principio cui dovremmo ispirarci in queste drammatiche circostanze è quello della “doppia lealtà”: invece di attribuire colpe, di infliggere punizioni, il compito che ci spetta è quello di offrire ponti, spingere le parti in lotta al dialogo, riprendere la logica degli accordi di Oslo del 1993 quando il riconoscimento reciproco dei diritti aveva dischiuso uno spiraglio di speranza: il conciliare il diritto alla pace a e alla sicurezza per Israele con quello ad uno stato indipendente per i palestinesi. Soprattutto, è essenziale, come impegno della società civile in sostegno “dal basso” all’attivismo della diplomazia “dall’alto”, affermare l’illiceità della violenza contro i civili, da una parte e dall’altra; rigettare la disumanizzazione del “nemico”; riconoscere pur con fatica le ragioni dell’altro.
Israele intende “assumere il controllo” della città di Gaza, scatenando un’ondata di critiche
L’esercito israeliano “prenderà il controllo” della città di Gaza secondo un nuovo piano approvato dal gabinetto di sicurezza del primo ministro Benjamin Netanyahu, scatenando una serie di critiche sia all’interno che all’esterno del Paese.
A quasi due anni dall’inizio della guerra a Gaza, Netanyahu deve affrontare crescenti pressioni al fine di raggiungere una tregua per salvare gli oltre due milioni di abitanti del territorio dalla fame e liberare gli ostaggi detenuti dai militanti palestinesi.
Hamas, nemico di Israele, il cui attacco del 7 ottobre 2023 ha scatenato la guerra, ha denunciato il piano di espandere i combattimenti come un “nuovo crimine di guerra”.
La Germania, fedele alleata di Israele, ha compiuto il passo straordinario di sospendere le esportazioni militari per timore che potessero essere utilizzate a Gaza, una mossa che Netanyahu ha criticato aspramente definendola una ricompensa per Hamas.
Secondo il piano appena approvato per “sconfiggere” Hamas, l’esercito israeliano “si preparerà a prendere il controllo della città di Gaza, distribuendo aiuti umanitari alla popolazione civile al di fuori delle zone di combattimento”, ha dichiarato venerdì l’ufficio del premier.
Netanyahu in un post su X ha affermato: “Non occuperemo Gaza, ma la libereremo da Hamas”.
Ha aggiunto che la smilitarizzazione del territorio e l’istituzione di “un’amministrazione civile pacifica… contribuiranno a liberare i nostri ostaggi” e a prevenire future minacce.
Israele ha occupato Gaza dal 1967, ma ha ritirato le sue truppe e i suoi coloni nel 2005.
L’ufficio di Netanyahu ha dichiarato che il gabinetto ha adottato “cinque principi”, tra cui la smilitarizzazione di Gaza e “l’istituzione di un’amministrazione civile alternativa che non sia né Hamas né l’Autorità Palestinese”.
Il piano ha suscitato immediate critiche da tutto il mondo, con Cina, Turchia, Gran Bretagna e numerosi governi arabi che hanno rilasciato dichiarazioni di preoccupazione.
Il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha definito il piano israeliano una “pericolosa escalation” che rischia di “aggravare le conseguenze già catastrofiche per milioni di palestinesi”.
Fonti diplomatiche hanno riferito all’AFP che il Consiglio di sicurezza dell’ONU si riunirà domenica 10 agosto per discutere il piano.
L’opposizione della GermaniaAnnunciando la sospensione delle forniture militari a Israele, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha affermato che era “sempre più difficile capire” in che modo il nuovo piano potesse contribuire al raggiungimento di obiettivi legittimi.
In Israele, la decisione del governo ha suscitato reazioni contrastanti, mentre il ministro della Difesa Israel Katz ha affermato che l’esercito aveva già iniziato a prepararsi per la sua attuazione.
Anche il principale gruppo di pressione delle famiglie degli ostaggi ha criticato aspramente il piano, affermando che equivaleva ad “abbandonare” i prigionieri.
“Ieri sera il governo ha deciso di intraprendere un’altra iniziativa sconsiderata, sulle spalle degli ostaggi, dei soldati e dell’intera società israeliana”, ha affermato il Forum delle famiglie degli ostaggi e dei dispersi.
Dei 251 ostaggi catturati durante l’attacco di Hamas del 2023, 49 sono ancora prigionieri a Gaza, di cui 27 che secondo l’esercito sono morti.
Secondo quanto riportato dai media locali, un’offensiva israeliana su più ampia scala potrebbe vedere le truppe di terra operare in aree densamente popolate dove si ritiene che siano tenuti prigionieri gli ostaggi.
Nel frattempo, alcuni israeliani hanno espresso il loro sostegno.
“Una volta preso il controllo di Gaza, elimineranno completamente Hamas, o forse non completamente, ma almeno una buona percentuale dei suoi membri”, ha affermato Chaim Klein, uno studente di yeshiva di 26 anni.
L’esercito israeliano ha dichiarato il mese scorso di controllare il 75% della Striscia di Gaza.
“Siamo esseri umani”Gli abitanti di Gaza hanno dichiarato di temere ulteriori sfollamenti e attacchi mentre si preparavano alla prossima offensiva.
“Ci dicono di andare a sud, poi di tornare a nord, e ora vogliono mandarci di nuovo a sud. Siamo esseri umani, ma nessuno ci ascolta né ci vede”, ha detto all’AFP Maysa al-Shanti, una donna di 52 anni madre di sei figli.
Venerdì 8 agosto Hamas ha affermato che “i piani per occupare la città di Gaza ed evacuare i suoi abitanti costituiscono un nuovo crimine di guerra”.
Ha avvertito Israele che l’operazione gli sarebbe “costata cara” e che “espandere l’aggressione significa sacrificare” gli ostaggi detenuti dai militanti.
Cresce la preoccupazione internazionale per le sofferenze dei palestinesi a Gaza, dove una valutazione dell’ONU ha avvertito che si sta verificando una carestia.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato che quest’anno almeno 99 persone sono morte di malnutrizione nel territorio, e che la cifra è probabilmente sottostimata.
L’agenzia di protezione civile di Gaza ha riferito che un ragazzo di 19 anni è rimasto gravemente ferito durante la consegna di aiuti tramite lancio aereo sulla città di Gaza.
“Ogni giorno si registrano feriti e vittime causati dalla caduta di pacchi pesanti sulle teste delle persone nelle zone densamente popolate”, ha affermato il portavoce della protezione civile Mahmud Bassal, aggiungendo che le risse e il sovraffollamento nei luoghi di consegna degli aiuti causano spesso vittime.
Bassal ha affermato che gli attacchi israeliani su Gaza venerdì hanno causato la morte di almeno 16 persone.
Negli ultimi mesi Israele ha allentato alcune restrizioni sugli aiuti che entrano a Gaza, ma secondo le Nazioni Unite la quantità di aiuti nel territorio rimane insufficiente.
L’offensiva israeliana ha causato la morte di oltre 61.000 palestinesi, secondo il ministero della salute di Gaza gestito da Hamas.
L’attacco del 2023 contro Israele ha causato la morte di 1.219 persone, secondo un conteggio dell’AFP basato su dati ufficiali.
© Agence France-Presse
L’America di Trump tra anomalie e abusi
L’America di Trump assomiglia sempre di più a quella dei ‘baroni ladri’ di fine Ottocento. Un’antologia di anomalie e abusi: ritorsioni sotto forma di licenziamenti e inchieste, riscritture della storia e una sala da ballo alla Casa Bianca.
La guerra e una nuova politica industriale
La priorità assegnata dai governi alla difesa e alla sicurezza è ormai un elemento irreversibile. Il mondo si va riorganizzando in sfere d’influenza e il vantaggio competitivo degli Stati non si misura più solo sulla capacità di attrazione economica. Raggiunto l’accordo di massima tra i membri della NATO per una crescita degli investimenti in difesa fino al 3,5% del PIL nei prossimi anni, con un successivo scatto fino al 5%, si tratta adesso di allocare queste risorse nella maniera più utile e sensata. Ed è in questa accezione che lo sforzo previsto non va letto solo in un’ottica militare.
Difesa come motore di innovazione tecnologica e ricadute civiliChe gli investimenti in difesa creino ricadute importanti su settori diversi è un dato noto da tempo. L’esempio più eclatante è lo sdoganamento a fini civili della rete internet, sviluppata originariamente per scopi di comunicazione militare. Il DARPA (Defense Advanced Research Projects Agency) negli Stati Uniti è da sempre il laboratorio più avanzato di ricerca in ambito militare, che ha generato benefici enormi a livello globale, ad esempio sulle nanotecnologie e sui microchip. Non si contano poi le applicazioni civili o cosiddette “duali” che derivano dalla ricerca spaziale. Insomma, ogni singolo euro investito in difesa genera tipicamente ricadute più che proporzionali sull’economia e sulle applicazioni civili, oltre a determinare il rafforzamento della tutela di un bene irrinunciabile, come la sicurezza e la protezione degli Stati.
Nuovi scenari economici: tra riconversione e sfide strutturaliIn questa fase storica, però, c’è molto di più. C’è la necessità di convertire e adattare interi pezzi di economia a un mondo che è radicalmente cambiato. Non si tratta di assecondare quella che in modo superficiale è stata definita “economia di guerra”, i cui esiti, peraltro, sono ampiamente incerti. Lo ha fatto di recente la Russia, che ha di fatto mobilitato una buona parte della base industriale e produttiva per la costruzione e la fornitura di mezzi e sistemi militari per la campagna in Ucraina. Oggi possiamo affermare che quella russa è un’economia di guerra a tutti gli effetti, e che la sua parziale o totale retrocessione a produzioni convenzionali non sarà né facile né scontata. Un dato che deve, da solo, allarmare rispetto ai pericoli futuri della minaccia russa all’Europa e all’ordine internazionale. Oggi, mediamente, un soldato di Mosca al fronte viene pagato tre volte di più di un manager di una grande impresa, dieci volte di più di un operaio specializzato. Con tutte le conseguenze immaginabili in termini di potere d’acquisto e di tenuta sociale nel lungo periodo.
Crisi del modello tedesco e nuove pressioni competitiveLa verità è che il ritorno della guerra ha fatto crollare i vecchi schemi economici e produttivi. Si pensi al successo del modello tedesco, che abbiamo ammirato e provato a imitare per molti anni. È un modello che è stato basato su tre fattori: alta produttività, alti salari, costi di produzione, in particolare dell’energia, molto bassi. Oggi, l’ipotesi di un ritorno a prezzi economici di gas e petrolio è remota se non irrealistica. I salari non possono crescere più di tanto, a causa dell’inflazione. E, di conseguenza, la produttività ne risente pesantemente. Il risultato è che il Prodotto Interno Lordo della Germania è ormai fermo da tempo.
La competizione internazionale, poi, si è fatta al contempo più accesa. Ormai gli stessi amministratori delegati delle storiche case automobilistiche tedesche riconoscono che le migliori soluzioni, le tecnologie più innovative a un costo accessibile arrivano dalla Cina. L’industria automobilistica tedesca e, più in generale, la manifattura, sono messe in forte discussione da nuovi protezionismi, dazi e tariffe commerciali, catene produttive diventate nei decenni troppo lunghe.
Difesa come leva di politica industriale e stimolo economicoQuando il Cancelliere tedesco Merz ha illustrato il suo piano da mille miliardi di euro di nuovi investimenti in difesa su un arco temporale di dieci anni, lo ha fatto pensando anche alla necessità di scongiurare il pericolo della desertificazione industriale, oltre a quello dei carri armati russi alle porte d’Europa. Interi pezzi della vecchia manifattura pesante verranno progressivamente riconvertiti per servire l’industria nazionale dell’aerospazio e della difesa. Si tratta di un’iniziativa che ha aspetti keynesiani, di stimolo pubblico alla crescita e agli investimenti. Inevitabilmente sarà così per tutti i Paesi che nei prossimi anni, in virtù dell’impegno assunto e dell’instabilità crescente, dovranno garantire maggiori spese militari. Settori industriali compatibili e oggi compromessi dal terremoto geoeconomico in corso dovranno orientarsi verso nuove produzioni.
Questo vuol dire fare politica industriale. C’è una profonda differenza, infatti, tra economie di guerra e politiche industriali in grado di rafforzare la base competitiva con investimenti pubblici e privati, in un settore diventato ormai irrinunciabile come la difesa. Questo tipo di politiche può servire diversi scopi e avere ricadute ampie, oltre a quella ormai esistenziale di garantire protezione e sicurezza per i territori degli Stati e dei loro cittadini.
“TACO: Trump alla fine si tira sempre indietro”
La politica commerciale di Donald Trump è stata soprannominata “Taco”, acronimo inglese per “Trump alla fine si tira sempre indietro”. Ma nella sua ultima guerra commerciale con l’Ue, è Bruxelles che ha fatto marcia indietro. L’accordo Usa-Ue in cui l’Unione ha accettato dazi statunitensi sui beni europei con un’aliquota del 15%, oltre a dazi separati e ancora più punitivi su acciaio, alluminio e auto, e promesse mirabolanti di 600 miliardi di euro in acquisti europei di gas liquefatto e armi a stelle e strisce, non solo rappresenta un pessimo accordo per l’economia europea, ma anche la più tangibile manifestazione che un’Europa in cui i nazionalismi e i sovranismi sono in ascesa è un’Europa incapace di difendere i propri interessi.
Bruxelles puntava inizialmente a un accordo tariffario “0% contro 0%”, considerando il bilancio commerciale transatlantico complessivo, includendo anche i servizi. Infatti, sebbene l’Ue goda di un significativo surplus commerciale di beni con gli Usa, presenta un costante disavanzo nei servizi, in particolare quelli tecnologici.
Il confronto con l’accordo britannico e le aspettative europeeL’accordo che il Regno Unito ha concluso con gli Usa, accettando un dazio del 10%, era considerato negativamente negli ambienti europei: dato il suo peso economico e la dipendenza da parte di alcune esportazioni statunitensi dai mercati europei, l’Ue riteneva di poter indurre Washington a un accordo più favorevole.
Le trattative non sono però andate bene. Quando l’amministrazione Trump ha ripreso a minacciare Messico, Canada e Brasile, la volatilità ha reso l’Ue desiderosa di chiudere un accordo a ogni costo. In primavera, durante il cosiddetto “giorno della liberazione” proclamato da Trump, l’Ue aveva minacciato forti ritorsioni, incluso il ricorso alla sua opzione “nucleare”: uno strumento commerciale anti-coercizione che avrebbe drasticamente limitato l’accesso statunitense al mercato interno europeo.
L’escalation delle minacce e la capitolazione dell’UETutto ciò è stato accantonato dopo che la Casa Bianca ha ridotto la minaccia di dazi dal 20% al 10%. La visione prevalente tra gli Stati membri, allora, era che anziché seguire Trump nella spirale della guerra commerciale si dovesse negoziare un grande accordo di libero scambio, temendo anche che il presidente Usa potesse sfruttare la dipendenza europea dalla difesa statunitense per colpire al vertice della Nato a L’Aja.
Nel frattempo i negoziati sono proseguiti, senza arrivare ad un accordo, sino a che Trump ha incluso nel pacchetto dazi anche agricoltura e farmaceutica, minacciato dazi generalizzati al 30% e l’Ue ha, ancora una volta, piegato la testa, rinviando il pacchetto di potenziali controdazi da 21 miliardi di euro l’anno. Anche l’ipotesi di attivare lo strumento anti-coercizione è stata accantonata.
Le alternative economiche e i nuovi accordi commercialiCertamente, i dazi di ritorsione avrebbero avuto effetti autolesionistici. Dal punto di vista economico, avrebbe più senso puntare sulla rimozione delle barriere commerciali con altri paesi: oltre agli accordi di libero scambio già conclusi con quattro paesi del Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) e con il Messico, l’Ue ha accelerato i negoziati con Australia, Nuova Zelanda e India, e ha avviato colloqui con gli Emirati Arabi Uniti. Ha inoltre raggiunto un accordo con l’Indonesia e proposto ai paesi del Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership – che include 11 paesi dell’area Asia-Pacifico più il Regno Unito – di valutare la possibilità di sviluppare una nuova Organizzazione Mondiale del Commercio.
Le conseguenze politiche: divisioni interne e indebolimento europeoMa cedere al bullismo commerciale di Trump potrebbe comunque trasformarsi in un boomerang politico per l’Europa. Sebbene il commercio estero sia gestito collettivamente dall’Ue, le decisioni politiche devono comunque essere approvate da una maggioranza qualificata degli Stati membri, spesso divisi tra “colombe” e “falchi”. Hanno prevalso i primi. Tra queste ci sono paesi di destra, nazionalisti e amici di Trump, come l’Italia; e paesi che temono la reazione di Trump nell’ambito della difesa militare, come quelli del Nord e dell’Est.
Insieme, costituiscono una maggioranza solida, che potrebbe indurre l’Ue a cedere fino ad arrivare forse persino ad allentare le proprie normative digitali, vero obiettivo di Trump. Una simile genuflessione a Washington equivarrebbe a un indebolimento significativo dell’integrazione europea. Con un accordo in cui l’Ue ha accettato un’aliquota base del 15% sui dazi statunitensi è difficile sostenere che l’unità europea sia stata una fonte di forza. L’inclinazione dell’Europa verso il nazionalismo e l’estrema destra sta indebolendo il continente, rafforzando proprio quelle forze che ne minano gli interessi.
Lo scatto francese e l’ignavia dell’Europa
I simboli possono essere anche più importanti delle azioni, ma è difficile che i soli gesti simbolici riescano a risolvere problemi storici o conflitti incancreniti. Alla vigilia della conferenza internazionale convocata nei giorni scorsi a New York, su iniziativa della Francia e dell’Arabia Saudita, per rilanciare la soluzione dei due Stati israeliano e palestinese, il presidente Emmanuel Macron ha preannunciato la decisione di Parigi di riconoscere a settembre lo Stato di Palestina. L’Autorità nazionale palestinese ha accolto l’annuncio con soddisfazione, Hamas ha brindato, il governo israeliano l’ha condannato senza mezzi termini. Hanno reagito duramente anche gli Stati Uniti, mentre altri, come Regno Unito e Canada, stanno seguendo di fatto la Francia.
La realtà del conflitto oltre il riconoscimento simbolicoIl riconoscimento non modifica la realtà del conflitto sanguinoso che da ventidue mesi il governo israeliano conduce a Gaza condannando a morte, con la feroce complicità di Hamas, migliaia di civili innocenti, anche per fame. Per Benjamin Netanyahu, il passo di Macron è un premio assurdo, inaccettabile, al terrorismo di Hamas. Ma per un numero crescente di Stati potrebbe essere una risposta, a questo punto inevitabile anche se solo emotiva, alla situazione disperata della Striscia. D’altra parte, il riconoscimento di uno Stato inesistente purtroppo non ha impatto sulla guerra.
Di questa guerra oggi non si vedono altre ragioni se non, da un lato, la sopravvivenza politica di Netanyahu e degli estremisti suoi alleati di governo; e, dall’altro, il terribile cinismo di Hamas, che dopo il massacro perpetrato il 7 ottobre ha tutto l’interesse a continuare a tenere prigionieri gli ostaggi israeliani (un’assicurazione sulla vita, per i terroristi) insieme alla stessa popolazione palestinese, anch’essa immobilizzata in una trappola mortale. Interessi opposti convergono quindi per la prosecuzione del conflitto, le vittime non contano e la tregua, già troppe volte annunciata, sembra un miraggio.
Dubbi sull’efficacia della strategia franceseSe bastasse il colpo di frusta di Macron per uscire dall’incubo, non si dovrebbe discutere. Eppure non mancano i dubbi. Di fronte a uno stallo ogni giorno più insopportabile, può apparire obbligata la scelta del riconoscimento come strumento di pressione politica e ben motivata l’insofferenza per i tanti distinguo. Tuttavia, resta da verificare se a questo stadio il passo francese sia il più efficace o se non rischi di avere addirittura effetti perversi quali, ad esempio, un maggior consenso interno a favore di Netanyahu e soci e della loro nefasta intransigenza.
Il vuoto di leadership internazionalePoi, certo, alla base dello scatto francese c’è stata l’ignavia dell’Europa paralizzata dalle sue divisioni. E la riluttanza, anzi l’incapacità, degli Stati Uniti a far valere la propria influenza in una regione cruciale anche per gli interessi Usa. Washington non prende neanche in considerazione l’opzione di premere su Israele, se mai possibile, attraverso una riduzione degli aiuti militari. L’Ue esita a usare la leva dell’accordo di cooperazione con Israele, la cui sospensione costituirebbe un concreto segnale di censura al governo di Netanyahu.
La conferenza di New York e le responsabilità mancateOra, nel disastro epocale di Gaza, si riparla di due Stati, nonostante l’opposizione dei due principali attori, Israele e Hamas, e lo scetticismo di molti, rassegnati al peggio. Da New York, con la condanna da parte di Lega araba e europei per il massacro del 7 ottobre è giunto un chiaro appello al disarmo di Hamas, alla liberazione degli ostaggi e all’avvio di un negoziato per i due Stati.
Sinora in questa tragedia ci sono stati troppi latitanti. È mancata una linea americana di contrasto dell’estremismo messianico del governo israeliano, che alimenta odiose ondate di antisemitismo. Né si è vista una decisa assunzione di responsabilità dei Paesi arabi, per debellare Hamas e programmare la gestione della Striscia, da ricostruire nell’interesse dei palestinesi e con l’obiettivo di una loro entità statale.
Le chiavi della soluzione: Washington e RiadSicché le chiavi per l’avvio di una soluzione realistica del dramma in atto stanno ancora soprattutto a Washington e Riad. Se la decisione di Macron e altri sul riconoscimento della Palestina potrà essere un pesante sasso nello stagno di americani e Paesi del Golfo e scuoterli dal loro immobilismo, sarà un passo positivo. Se invece, come al momento è anche lecito temere, resterà circoscritta alla simbologia e alla retorica – o se finisse persino per accreditare i nemici di qualsiasi idea di convivenza bi-nazionale – la mossa di Parigi mostrerà purtroppo tutti i suoi limiti.
Il chiaroscuro di Starmer: luci e ombre del primo anno laburista
Sebbene non abbia mai goduto del carisma leaderistico di alcuni suoi predecessori, e il suo successo elettorale sia stato frutto (anche) della stanchezza generale provocata dall’ottovolante che i Tories hanno rappresentato per 14 anni, forse Keir Starmer pensava che la sua luna di miele con il Paese sarebbe durata un po’ più a lungo. Dodici mesi dopo, invece, lo scenario per il governo laburista appare complesso, così tanto da far titolare all’Economist “la tragedia del Labour”. Il bilancio del primo anno di Starmer a Downing Street è un chiaroscuro da leggere principalmente attraverso tre lenti: economia, immigrazione e politica estera.
Economia: i conti non tornanoIl precario stato delle finanze pubbliche era noto ben prima del successo elettorale del 2024. Anni di austerity hanno lasciato il segno, tra liste d’attesa infinite per il Servizio Sanitario Nazionale e settori come i trasporti ormai ridotti all’osso (o privatizzati). A ciò si aggiunge una crescita economica anemica acuita dalla hard Brexit perseguita dai Tories che ha avuto conseguenze nefaste per l’economia britannica. Il Paese è ormai bloccato nel più lungo periodo di stagnazione economica dagli anni ’30 del secolo scorso, ha un debito pubblico sempre più alto e l’inflazione resta di oltre un punto percentuale al di sopra dell’obiettivo del 2%. L’economia britannica non cresce perché è afflitta da fattori di crisi strutturali che richiederebbero soluzioni altamente costose (per le quali, proprio per mancanza di crescita economica, non ci sono risorse). Questo circolo vizioso non è stato sin qui spezzato dal Labour, al quale viene rimproverato sia da destra che da sinistra la mancanza di coraggio nel proporre misure poco incisive ed efficaci, soprattutto sul welfare, se non addirittura nefaste, quali ulteriori tagli che finiscono per colpire le fasce più vulnerabili della popolazione. Proprio l’ultima misura in tal senso ha provocato una rivolta parlamentare che ha costretto Starmer a ritirare il provvedimento e a sottoporsi a un infuocato Question Time il 2 luglio, nel corso del quale non ha preso le difese di Rachel Reeves, Cancelliere dello Scacchiere. Le sue lacrime inquadrate dalle telecamere durante l’intervento di Starmer hanno fatto il giro del mondo e suscitato la reazione allarmata dei mercati, oltre a comunicare il senso di un governo in confusione e in affanno.
L’eterno dilemma migratorioTake back control: lo slogan attorno al quale, ossessivamente, si è svolto (e vinto) il referendum sulla Brexit. Lo stesso mantra ripetuto da Boris Johnson nella cavalcata elettorale del 2019. Lo stesso concetto ribadito anche da Starmer per intercettare in campagna elettorale i voti dei brexiteer delusi, ovvero l’idea che il Regno Unito debba limitare gli afflussi migratori nel Paese e fermare l’arrivo di imbarcazioni provenienti dalla Francia con a bordo i migranti. Anche su questo versante i dati non sono del tutto positivi per il governo: l’arrivo di 43.000 persone tramite imbarcazioni di fortuna attraverso la Manica nell’ultimo anno (+38% rispetto al periodo precedente) non rafforza l’immagine di un governo impegnato a contrastare le gang di trafficanti di esseri umani, come più volte annunciato. Le immagini delle proteste delle comunità locali attorno agli hotspot per migranti rappresentano un’occasione d’oro per le opposizioni. Eppure, è proprio l’immigrazione il tema di politica interna sul quale Starmer ha provato a fare maggiormente la voce grossa. Le immagini diffuse tramite canali ufficiali di migranti irregolari arrestati avevano suscitato aspre polemiche nel suo stesso partito e nel Paese. Il Labour è consapevole che il tema è quello più sentito dall’opinione pubblica e cerca di coprire il fianco destro dagli attacchi politici mostrando polso fermo. Come con i provvedimenti annunciati il 23 luglio che mirano a introdurre il primo regime sanzionatorio al mondo per colpire le bande responsabili della migrazione irregolare, congelandone i beni e bandendoli dal Paese.
La ribalta internazionaleSul piano internazionale, Starmer ha raggiunto i risultati migliori. È riuscito a contenere i danni con Trump, a mantenere una linea ferma sulla difesa dell’Ucraina ponendosi alla testa della ‘coalizione dei volenterosi’, ha espresso una voce critica su Gaza e soprattutto ha riaperto un dialogo serio e costruttivo con la Ue. Proprio l’evoluzione futura del reset appena iniziato con Bruxelles, di cui esistono però al momento più i contorni che i contenuti, risulterà decisiva sia per riallacciare legami solidi con un partner commerciale di cui Londra ha estremo bisogno, sia per ripensare l’architettura di sicurezza del continente europeo in una fase così critica.
Un futuro di nome Farage?Nonostante le incertezze, gli inciampi e le timidezze, la maggioranza di Starmer alla Camera dei Comuni è solida e in grado di garantirgli una navigazione abbastanza tranquilla per il resto della legislatura. Un fantasma si aggira però per Westminster, quello di Nigel Farage. A nove anni di distanza dal referendum sulla Brexit e con un partito nuovo di zecca, la scheggia impazzita della politica britannica continua a essere lui. Inaffidabile e provocatorio come sempre, Farage si è reso protagonista di annunci sempre più roboanti sui provvedimenti che prenderà se approderà a Downing Street, soprattutto in materia di immigrazione e sicurezza. Piani costosissimi per i quali non ha fornito alcuna copertura economica, ma tanto basta per solleticare la pancia del Paese. Intanto il suo Reform UK vola nei sondaggi, e ha per ora sorpassato il Labour al primo posto e i Tories come principale partito di opposizione, mentre nelle ultime elezioni locali e suppletive di maggio ha fatto registrare un’ottima performance.
A offrire un barlume di speranza ai laburisti sono però altre rilevazioni demoscopiche secondo le quali la maggioranza dei britannici preferirebbe comunque Starmer a Farage come Primo Ministro. Non è un bel segnale per Reform che evidentemente, anche nella sua fase più ascendente, non riesce ancora a spingersi oltre il perimetro di una (pur consistente) minoranza. Non è tanto, ma è qualcosa da cui ripartire per Starmer e il suo governo. Quattro anni sono lunghi ma possono anche volar via in un attimo. Starmer lo sa, e dovrà lavorare sodo per far sì che presto l’inverno dello scontento si faccia estate radiosa.
L’autorità e la forza di Friedrich Merz
Quello che è sicuramente riuscito a Friedrich Merz, in questa primissima esperienza di governo, è di aver dato un’impressione di forza e autorità che era mancata a chi lo aveva preceduto. Al contrario di Olaf Scholz, al quale veniva rinfacciata una certa opacità e una carenza di leadership sulla scena nazionale come su quella internazionale, Friedrich Merz ha mostrato meno tentennamenti. Il banco di prova è stato, come già per altri, l’incontro con il presidente americano: fin dall’incontro-agguato con Zelensky, i momenti pubblici con Trump sono diventati l’indicatore della leadership internazionale. Merz se l’è cavata indubbiamente bene, riuscendo a toccare anche temi molto delicati (la memoria della guerra, i rapporti transatlantici) senza cadere in trappole retoriche.
Molti però sono i nodi da sciogliere e i banchi di prova per il cancelliere cristiano-democratico, in un contesto internazionale che, con l’accelerazione diplomatica sul fronte di Gaza, mette la Germania particolarmente sotto pressione. Bisogna infatti tenere presente che l’attuale governo tedesco, pur essendo a trazione cristiano-democratica, è sempre un governo di coalizione, con una dialettica interna peraltro accentuata dalla infinita transizione interna che caratterizza i socialdemocratici.
Il Cambiamento della CDU: Dall’Era Merkel al Conservatorismo di MerzLa vittoria elettorale di Merz ha certamente voluto dire cambiamento, da intendersi non solo rispetto alla precedente coalizione semaforo, ma anche rispetto alla precedente linea cristiano-democratica di Angela Merkel. Lo si è visto su alcuni dossier strategici: ad esempio, quello migratorio, in cui Merz, anche per evitare di perdere consensi a favore di Alternative für Deutschland, ha operato una forte stretta. Da ciò si vede che la CDU di Merz è profondamente mutata rispetto a quella dell’era Merkel: il partito si configura e si presenta agli elettori come una forza più chiaramente definita in senso conservatore, facendo venire meno le tendenze ondivaghe del decennio precedente.
Politica Estera: Continuità e Cautela StrategicaMa è anche vero che, su altri dossier strategici, il governo tedesco ha dovuto agire con continuità e, soprattutto, con cautela. Lo si è visto, ad esempio, nel modo in cui Merz ha proseguito la politica di sostegno all’Ucraina, confermando gli impegni presi e facendo ulteriori aperture di credito nei confronti di Kiev. La cautela è stata il principio ispiratore nei rapporti con gli Stati Uniti. Nei negoziati commerciali Berlino ha sempre sostenuto la necessità di evitare strappi, nella convinzione che un cattivo accordo può essere sempre migliorato, mentre la ricostruzione di un rapporto interrotto rappresenta una sfida ben più difficile. Sul fronte dei rapporti commerciali con gli Stati Uniti, il governo tedesco mira peraltro a giocare un ruolo di primo piano, come mostrato dalla visita che il ministro delle Finanze, Lars Klingbeil, ha condotto negli Stati Uniti. La ragione di questo attivismo è duplice: da un lato vi è l’ambizione ad avere un ruolo di guida tra i governi europei, pur senza scavalcare la Commissione europea, dall’altro vi sono priorità di ordine nazionale. In particolare, la Germania vuole evitare danni troppo rilevanti per il settore automotive, la cui crisi sta avendo effetti dirompenti, sia reali che percepiti, sull’economia nazionale.
Sfide Interne ed Europee: Pragmatismo e ContraddizioniQuello che emerge, nel modus operandi del nuovo governo, è una tendenza a procedere con pragmatismo e moderazione sulla scena internazionale, accettando anche una serie di contraddizioni momentanee. A rendere problematica questa linea sono però sia fattori interni che internazionali. Sul fronte interno la ritrovata unità della CDU (soprattutto dopo la non brillante transizione del dopo-Merkel) va bilanciata con le fibrillazioni che caratterizzano l’SPD. Qui la guida di Klingbeil non appare al momento così salda e, soprattutto, il partito si va dividendo su alcuni temi fondamentali. È indicativo, ad esempio, il fatto che stiano emergendo una serie di orientamenti contrastanti circa l’atteggiamento da tenere nei confronti della Russia. Sul fronte internazionale la Germania deve poi confrontarsi con le priorità (e anche con gli stili) degli altri leader europei.
Guardando a questi primi passi del governo Merz, si ha l’impressione che il cancelliere tedesco abbia voluto rimarcare la centralità del dialogo con la Francia, sottolineando come l’asse Parigi-Berlino, che a molti appariva inceppato, girasse ancora alla perfezione. Non è però da escludersi che la strada immaginata a Berlino non corrisponda pienamente con quella pensata a Parigi. Lo si vede, in particolare, su due grandi questioni: quella palestinese e quella dei rapporti con gli Stati Uniti. Sul primo versante si vede come la Germania avesse impostato una linea molto cauta (per certi versi simile a quella italiana), che è però apparsa superata a causa dell’attivismo franco-britannico, che ha peraltro fornito all’SPD un argomento di pressione all’interno dell’esecutivo. Nei rapporti con gli Stati Uniti, si deve tenere presente che, come mostrato dalla storia di lungo periodo, l’approccio tedesco ai rapporti transatlantici è strutturalmente diverso da quello francese. Questo può tradursi in una serie di divergenze circa la linea da tenere nelle trattative tariffarie nonché, più in generale, nei confronti dell’amministrazione Trump.
Il terzo governo Sánchez al giro di boa
Il governo Sánchez III nacque già dalla scelta del premier di sciogliere il Parlamento, all’indomani della sconfitta nelle amministrative del 2023, senza attendere la scadenza naturale.
Tale scelta fu dettata dall’assunzione di un rischio politico di Pedro Sánchez: spingere la sinistra a ricompattarsi e a rivitalizzarsi di fronte alla sfida imposta dall’avanzare, ormai robusto, della destra (i popolari erano diventati il primo partito alle amministrative) e dalla situazione del paese che aveva attraversato la crisi catalana e non solo, anche quella del Covid-19.
Il leader socialista guidò quella che venne definita la remontada e si avvicinò agli avversari del partito popolare – risultato ancora il primo partito – quel tanto che bastava per poter permettergli di essere competitivo in termini di maggioranza in parlamento. Questa fu in qualche modo garantita dalla difficoltà di Vox, da una parte, e dalla, quasi imprevista, resistenza di Sumar di Yolanda Díaz e dal mantenimento degli accordi con i partiti nazionalisti.
Questi sono i prodromi di quello che poi è diventato il governo “en minoría” di Sánchez, solidificatosi su un rapporto complesso più che con la sinistra con le forze che gli garantirono la maggioranza, cioè i partiti baschi e catalani sopra tutti, compreso, con una certa dinamica, Junts per Catalunya di Carles Puigdemont.
La nascita quindi del terzo governo del premier Pedro Sánchez ha in sé questi elementi strutturali precari, soprattutto la maggioranza trova sostanza sul piano parlamentare su una sorta di “desistenza contrattata”, se si può dire, con il partito di Carles Puigdemont.
L’Opposizione Divisa e la Strategia del “Sanchismo”Questa situazione non può che essere irrimediabilmente ostile (e molto di più) all’opposizione che però spesso è divisa. I popolari non considerano Vox un alleato stabile, per ragioni culturali, pur essendo quest’ultimo nato da una costola del Ppe, e con il quale amministrano, e sono, inevitabilmente, separati anche in Europa.
Inoltre questo problema di coesione si intreccia con i limiti ideologici della visione centralista dei popolari e non ci si riferisce solo alla grave questione catalana, ma anche ad altre aree di crisi della democrazia spagnola.
Se si vuole, in forme diverse, ma sia Casado, sia ora Feijóo, uno più populista, l’altro più pragmatico ed ex presidente della Galizia, hanno abbandonato la tradizione politica di Aznar e del suo tentativo di avanzamento del disegno autonomico, che qualche risultato aveva espresso agli inizi del nuovo secolo, perseguendo invece azioni politiche conflittive a senso unico (salvo forse quando si parla di magistrati), senza trattenere insulti e violenza verbale, spesso contro la persona del premier.
La scarsa visione politica sulla questione catalana, sulla legge di amnistia (avallata dalla Corte Costituzionale), solo per citare gli argomenti più noti, è forse l’aspetto della loro azione politica più evidente.
Da un punto di vista politologico, quello che i popolari e Vox chiamano con sprezzo, anche morale, il “sanchismo” in realtà si fonda sulla consapevolezza dei limiti del consenso del PSOE e dei partiti alla sua sinistra e quindi sulla necessità politica di accordi e patti con le formazioni “regionaliste” (vedi il robusto rapporto tra PSOE e i baschi del PNV), patti che servono a estendere la coalizione di governo e la forza dei socialisti sul piano nazionale e a rafforzare implicitamente il tradizionale bipolarismo.
Forse è proprio questa condizione di instabilità del governo, così particolare nel panorama europeo, che lo rende più stabile e più coeso, anche se può apparire un ossimoro.
Comunque, il governo di Sánchez è riuscito, grazie anche all’andamento brillante dell’economia, per due anni a dare una certa stabilità alla società spagnola dopo le crisi.
Finora ha riscosso più successi che fallimenti, anche nella giungla parlamentare, ad iniziare dal superamento dello scoglio politico dell’amnistia (nei confronti dei politici catalani coinvolti nel fallito processo di secessione), ma anche grazie allo sviluppo economico, alle politiche dell’immigrazione e alla risoluta e dinamica attività in politica estera, compresa quella europea sotto gli occhi di tutti: su Gaza, sull’Ucraina, sull’America Latina. La leadership di Sánchez tra i partiti socialisti non solo europei è ben radicata.
Il Boom Economico SpagnoloLa Spagna è ormai il quarto paese al mondo per attrazione di investimenti, grazie alle politiche di flessibilità del mercato del lavoro, di opportunità di investimento e di incentivazione. Nell’ultimo anno ha aumentato il PIL del 3,2%, l’incremento più elevato tra i paesi dell’Ocse.
Inoltre la crescita dell’economia è avvenuta attraverso le esportazioni e la produzione di automobili (e non solo attraverso il turismo), e anche grazie alla forte collocazione del paese in Europa e nel mondo.
In tutti questi sette anni di conflitto politico all’opposizione, i popolari non sono riusciti a proporre un’alternativa possibile ai governi Sánchez II e Sánchez III, in termini soprattutto di visione e di interpretazione del paese; troppo è l’astio politico, ormai sconfinato in odio, che ha attraversato nell’ultimo decennio le crisi forse più devastanti della sua storia democratica.
Gli Scandali e le Sfide AttualiTuttavia, quasi come nell’ultimo governo di Felipe González negli anni Novanta, anche in quello di Sánchez, seppure in forma più ridotta al momento, sono affiorati degli scandali di corruzione legati a due politici vicini al premier, che sono ancora in corso e tutti ancora da dimostrare.
I casi dell’ex ministro José Luis Ábalos e del responsabile dell’organizzazione, Santos Cerdán, hanno fiaccato la proiezione del governo. Inoltre, anche altre due indagini – sebbene in una fase di stallo, e su denuncia di una formazione di estrema destra, Manos Limpias, verso la moglie e il fratello dello stesso premier – per “traffico di influenze” hanno peggiorato la situazione.
In soccorso del governo Sánchez è arrivato in luglio l’ennesimo scandalo nelle file del Ppe, quello dell’ex ministro delle Finanze, Cristóbal Montoro. Da una parte sta mitigando i problemi del governo Sánchez, dall’altra sta mettendo un freno, momentaneamente, l’azione politica dello stesso Ppe.
Tuttavia, di recente, per voce di un membro del suo vertice, il Ppe ha fatto sapere che in autunno ripartirà l’iniziativa politica contro la moglie e il fratello.
La linea di Feijóo non cambia: il logoramento del presidente del governo passa dall’assalto ai problemi della sua famiglia.
Come l’invasione su larga scala della Russia ha trasformato i mass media ucraini
L’escalation della guerra russo-ucraina, iniziata il 24 febbraio 2022, ha portato al più grande conflitto militare in Europa dalla Seconda guerra mondiale, trasformando profondamente lo Stato e la società ucraini. Tra le altre cose, il panorama mediatico ucraino è cambiato radicalmente. Ad esempio, le principali emittenti televisive sono state riunite in un unico canale di informazione politica finanziato dallo Stato e attivo 24 ore su 24, chiamato “Telemarathon United News”.
Kyiv non ha introdotto la censura diretta da parte del governo dopo l’imposizione della legge marziale nel 2022, ma ha imposto alcune restrizioni ai mass media ucraini. L’allora comandante in capo delle forze armate ucraine, Valeriy Zaluzhnyy, ha emanato un ordine che delineava questi limiti all’inizio dell’invasione su larga scala da parte della Russia. L’ordine specificava le modalità di accreditamento dei rappresentanti dei media durante lo stato di emergenza, definiva un elenco di informazioni sensibili dal punto di vista militare relative alle truppe e alle loro operazioni che non potevano essere divulgate e regolava il lavoro dei giornalisti nella zona del fronte e la trasmissione di materiale visivo.
Un nuovo panorama mediaticoDal 2022, il mercato dei giornali e delle riviste cartacee è in gran parte paralizzato. Attualmente non esiste alcun periodico nazionale cartaceo incentrato su questioni sociali e politiche, come in passato il quotidiano “Gazeta po-ukrainskyy” (Giornale in ucraino), né una rivista politica cartacea con edizioni regolari, come in passato il settimanale “Ukrainskyy tyzhden” (Settimana ucraina). Le testate che continuano a pubblicare oggi lo fanno regolarmente solo online. In particolare, i giornali e i canali televisivi regionali e locali, soprattutto nelle zone occupate dalla Russia o nelle immediate vicinanze del fronte, sono stati gravemente colpiti dalla guerra.
D’altro canto, il mercato dei media online ucraini si sta sviluppando rapidamente. Alcune ex riviste, come NV.ua, sono diventate prolifiche piattaforme multimediali che producono un flusso costante di testi, video e podcast. Queste imprese ampliate utilizzano una varietà di canali per distribuire i contenuti e non hanno solo un sito web, ma anche account popolari su Telegram, Instagram, Facebook, YouTube, TikTok e così via.
Inoltre, una serie di portali analitici e siti di informazione di alta qualità operano secondo standard professionali e principi etici. Questi media sono principalmente quelli che figurano nella cosiddetta “Lista Bianca” compilata dall’ONG ucraina Institute of Mass Information (IMI), sulla base di verifiche di conformità agli standard professionali. Nel 2024, ad esempio, figuravano in tale elenco i seguenti media: Suspilne, Ukrainska Pravda, NV.ua, Radio Svoboda, Dzerkalo tyzhnia, Babel, Hromadske, Teksty, Hromadske radio, Espreso TV, Slovo i dilo, Graty e Ukrainskyy tyzhden.
Per quanto riguarda il consumo dei mass media, i programmi radiofonici tradizionali e i periodici cartacei hanno continuato a perdere popolarità durante la guerra. I social media, invece, hanno registrato un aumento di popolarità. Secondo l’indagine annuale condotta dall’agenzia InMind per conto della filiale ucraina di Internews e dell’Agenzia degli Stati Uniti per lo sviluppo internazionale (USAID) nel 2024, la stragrande maggioranza degli ucraini ha consumato notizie principalmente attraverso i social media (84%). Una percentuale significativamente inferiore ha utilizzato siti web di informazione o la televisione (30%), la radio (12%) o la carta stampata (5%). Per la prima volta dall’invasione del 2022, nell’autunno del 2024 la fiducia degli intervistati nei media è scesa sotto la metà degli intervistati (47%).
Problemi di finanziamentoI media ucraini continuano a generare alcuni introiti dalla pubblicità. Tuttavia, tali entrate sono fortemente diminuite dal 2022 e la raccolta fondi a livello nazionale, le sovvenzioni da parte di organizzazioni internazionali e il crowdfunding hanno rapidamente acquisito importanza, in particolare per i media indipendenti e regionali. Nella prima metà del 2022, ad esempio, le campagne di crowdfunding e le donazioni hanno raccolto oltre 2,2 milioni di euro per sei mesi di attività di 13 media nazionali, coprendo circa il 60% del loro fabbisogno per tale periodo. I beneficiari sono stati Ukrainska Pravda, NV.ua, Liga, Ukrainer, Hromadske, Detektor media, Bihus.info, Slidstvo.Info, Zaborona, Dzerkalo tyzhnia, The Village Ukraine, Forbes e Babel.
Gran parte degli aiuti concessi ai media ucraini è stata fornita, fino all’inizio del 2025, dal governo degli Stati Uniti attraverso l’USAID e altre organizzazioni. La decisione dell’amministrazione del neoeletto presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, di porre fine alla maggior parte di tali programmi di sostegno in tutto il mondo, compresa l’Ucraina, ha avuto un impatto negativo sui media indipendenti ucraini. In primo luogo, ha colpito duramente le piccole redazioni regionali, in particolare quelle che sono state trasferite da regioni temporaneamente occupate o situate nelle zone di combattimento. La decisione di Washington per il 2025 ha anche conseguenze negative per il giornalismo d’inchiesta.
Secondo l’esperta di media Galyna Piskorska, “l’80% dei media ucraini riceveva finanziamenti attraverso l’USAID. Senza gli aiuti dei donatori o il sostegno del bilancio statale nel 2025, i giornali e le riviste potrebbero diminuire di un ulteriore 20% in Ucraina, mentre la diffusione in abbonamento potrebbe calare del 25-30%”. Secondo un’indagine condotta su 120 redazioni, il 7,5% ha iniziato a ridurre il personale dopo la sospensione dei finanziamenti statunitensi nel febbraio 2025. Un ulteriore 9,5% aveva problemi con l’affitto degli uffici, l’11% aveva ridotto la produzione di contenuti e il 10,5% stava tagliando gli stipendi e passando al lavoro part-time. Questa dipendenza dai finanziamenti esteri può sembrare malsana, ma l’economia di guerra dell’Ucraina offre poche alternative ai media non di intrattenimento per guadagnare denaro e svilupparsi.
Telegram al posto della televisioneLa sfida più grande per i media tradizionali oggi è la concorrenza dei social network. Il sondaggio Internews/USAID citato sopra ha rilevato che Telegram è ora il principale fornitore di notizie in Ucraina. Nel 2024, il 73% degli ucraini intervistati utilizzava questa piattaforma per informarsi sugli eventi. YouTube era al secondo posto con il 19%.
I canali politici di Telegram hanno raggiunto un pubblico sempre più vasto dopo l’invasione. Secondo un sondaggio condotto nel dicembre 2022 dall’Istituto internazionale di sociologia di Kyiv (KMIS) per l’Istituto ucraino per i media e la comunicazione (UMCI), il 63,3% degli ucraini ha iniziato a utilizzare i canali Telegram per ricevere notizie politiche dopo il 24 febbraio 2022, mentre solo il 35,9% lo faceva prima dell’invasione su larga scala. In un contesto di escalation della guerra, sono stati creati numerosi canali Telegram in parte anonimi, che in alcuni casi raggiungono milioni di iscritti.
L’enorme popolarità di Telegram può essere spiegata dall’adeguatezza del suo design a una situazione di guerra. Nel sondaggio UMCI/KMIS citato, il 41% degli intervistati ha affermato che i canali Telegram sono utili perché comodi da usare; il 39% li apprezza per le informazioni tempestive sui lanci di missili/droni e sui possibili tempi/aree di impatto; il 37,6% li apprezza per la loro rapidità. Un ulteriore 23,5% degli intervistati utilizza i canali Telegram perché pubblicano notizie non disponibili sui media tradizionali.
Nonostante le critiche rivolte a Telegram da esperti dei media, organizzazioni della società civile, parlamentari e governo, dopo il 24 febbraio 2022 sono iniziati ad apparire su Telegram canali ufficiali di istituzioni pubbliche, tra cui rappresentanti di organi statali e amministrazioni locali. Questi vari attori pubblici hanno seguito una tendenza sociale dominante. La proliferazione del social network ha anche costretto i media tradizionali a creare i propri canali Telegram. Persino l’esercito ora comunica con la popolazione tramite Telegram.
ConclusioniLe funzioni e il funzionamento dei mass media ucraini sono cambiati radicalmente dopo il 24 febbraio 2022. I canali televisivi precedentemente controllati dagli oligarchi sono scomparsi e sono stati in parte fusi nella maratona televisiva finanziata dallo Stato “United News”. Le emittenti indipendenti, le agenzie di stampa, i portali web e i periodici rimasti hanno dovuto reinventarsi e cercare nuovi pubblici, formati di pubblicazione, canali di comunicazione e fonti di finanziamento. L’importanza dei social media, in particolare di Telegram, è aumentata vertiginosamente. Il panorama mediatico è diventato meno aperto a causa della censura militare, della centralizzazione governativa e dell’autocensura politica.
Nonostante queste e altre sfide derivanti dalle condizioni di guerra e dalla legge marziale in vigore dal 2022, il dibattito pubblico ucraino rimane sostanzialmente pluralistico. La diversità di opinioni è stata garantita, tra l’altro, da:
- l’attività dell’emittente pubblica Suspilne movlennia (Social Broadcasting)
- la diversità dei media online e il loro finanziamento indipendente
- i numerosi canali Telegram non controllati
- la diffusione di informazioni politiche attraverso vari altri social media
- la presenza di team di ricerca investigativa in diversi media
- la presenza di organizzazioni non governative che monitorano gli organi statali
- il dibattito pubblico sostanzialmente libero su questioni controverse.
Ciononostante, lo stato del panorama mediatico ucraino non è né soddisfacente né stabile. Richiede ulteriore attenzione da parte degli attori nazionali e internazionali.
Diana Dutsyk è docente senior di giornalismo presso l’Accademia Kyiv-Mohyla, membro della Commissione non governativa ucraina per l’etica giornalistica e del Consiglio presidenziale per la libertà di parola e la protezione dei giornalisti.
Nathalie Tocci nominata Cavaliere dell’Ordine Nazionale della Legion d’Onore
Nathalie Tocci, Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali, è stata nominata Cavaliere dell’Ordine Nazionale della Legion d’Onore dal Presidente della Repubblica francese. Si tratta della più alta onorificenza che la Francia possa conferire a personalità che si sono distinte per meriti straordinari in campo civile e militare.
L’annuncio ufficiale è giunto attraverso una lettera formale dell’Ambasciatore di Francia in Italia, Martin Briens. “Il mio governo ha voluto ricompensarla per l’amicizia e il sostegno che ha sempre dimostrato nei confronti della Francia nel corso della sua brillante carriera di ricercatrice in relazioni internazionali”, si legge nella comunicazione diplomatica, dove vengono evidenziate “la competenza ed efficienza riconosciute da tutti” che hanno caratterizzato il percorso professionale della Tocci.
L’Ambasciatore ha inoltre rimarcato il ruolo svolto da Tocci: “Francofona, europeista e interlocutrice privilegiata dell’Ambasciata di Francia in Italia da molti anni, lei ha contribuito, con la sua disponibilità a dialogare con i nostri ministri, segretari di Stato e alti funzionari francesi, al pieno successo dei loro viaggi di lavoro in Italia e, più in generale, alla costruzione di un dialogo fruttuoso tra i nostri due paesi”.
Istituita da Napoleone Bonaparte nel 1802, l’Ordine Nazionale della Legion d’Onore incarna oltre due secoli di storia francese ed è oggi riconosciuta a livello internazionale come simbolo di eccellenza e dedizione al servizio del bene pubblico. L’onorificenza viene conferita sia a cittadini francesi sia a personalità straniere che abbiano reso servizi eminenti alla Francia o ai valori che essa rappresenta.
La scelta di insignire Nathalie Tocci si inserisce in una tradizione consolidata di riconoscimenti francesi a personalità italiane di primo piano. Nel corso degli anni, infatti, questa prestigiosa decorazione è stata conferita a figure di spicco del panorama politico, culturale e scientifico italiano, articolata nei suoi cinque diversi gradi di merito. Tra i nomi più illustri che hanno ricevuto questo onore ai diversi livelli della gerarchia troviamo i Presidenti della Repubblica Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano. Il mondo della politica è rappresentato da figure come Romano Prodi, Massimo D’Alema e Mario Draghi, mentre l’ambito culturale vanta personalità del calibro di Umberto Eco, Emma Bonino e Claudia Cardinale.
La cerimonia ufficiale di consegna dell’onorificenza si svolgerà presso il magnifico Palazzo Farnese, sede storica dell’Ambasciata di Francia a Roma.
Riflessioni sul riconoscimento dello Stato palestinese
L’Ambasciatore Michele Valensise, Presidente dello IAI, è intervenuto a Spazio Transnazionale, il programma di Radio Radicale condotto da Francesco De Leo.Valensise ha commentato la decisione annunciata dalla Francia di riconoscere lo Stato di Palestina a settembre, in occasione dell’Assemblea Generale dell’ONU, e la volontà del Regno Unito di dare il proprio assenso al riconoscimento in assenza di un cessate il fuoco entro settembre.
Gigante economico, nano politico: l’Europa di fronte a Trump
Ha vinto Donald Trump o Ursula von der Leyen? È l’interrogativo di gran parte della stampa europea all’indomani della bozza di accordo (ancor oggi non vincolante) fra Usa e Ue sulla questione dei dazi.
Forse non è la domanda più appropriata. Bisogna infatti partire dal fatto che la guerra dei dazi l’ha lanciata Trump, non l’Europa. Ci siamo quindi fin da subito trovati nella condizione di doverci difendere da un attacco, per di più da quello che in teoria doveva essere un nostro alleato. È poi abbastanza ironico che l’incontro si sia svolto in Scozia, parte di quel Regno Unito che ha abbandonato l’Ue alcuni anni fa. Umiliante, come minimo, anche in considerazione del fatto che l’Inghilterra ha strappato fin da subito una concessione più vantaggiosa della nostra: il 10% di dazi contro il 15% dell’Ue.
Per di più, è apparso assai penoso assistere a una pre-conferenza stampa, cosa mai avvenuta in altri contesti, ancora prima di discutere le linee generali dell’accordo. Alle domande dei cronisti, von der Leyen è intervenuta una sola volta, mentre Trump furoreggiava con gli argomenti più disparati, dall’odio per le pale eoliche ai suoi sforzi per bloccare il conflitto tra Thailandia e Cambogia. Il tutto per dimostrare che il padrone di casa era lui. E, in effetti, l’incontro si è tenuto nel lussuoso resort del golf di sua proprietà in Scozia. Una località per nulla istituzionale, a sottolineare il dispregio del tycoon per le normali regole diplomatiche. Si aggiunga che nella conferenza stampa, che ha invece seguito la discussione fra le due delegazioni, von der Leyen ha lodato Trump riconoscendo che l’Ue aveva sfruttato per anni l’economia americana e che finalmente si era raggiunto un equo bilanciamento fra Bruxelles e Washington. Un inchino al boss americano che poteva tranquillamente risparmiarsi. Con un Trump chiaramente soddisfatto, nel suo narcisismo, per i risultati vantaggiosi ottenuti nel breve periodo dalla sua guerra non contro i nemici (anzi, con loro è molto più prudente e rispettoso), ma contro gli alleati degli ultimi 80 anni. Un giornale europeo ha definito l’atteggiamento di Trump come “mafia style shakedown”, un’estorsione mafiosa.
A rimetterci alla fine è stata Ursula von der Leyen, arrivata con le mani legate al tavolo della trattativa finale con Trump. Malgrado il mandato ottenuto con grande difficoltà dai 27, la posizione europea non poteva essere altro che difensiva. Minacciare dazi di ritorsione da parte nostra o utilizzare il famoso bazooka, cioè gli strumenti per colpire le grandi aziende tech americane essenziali per far funzionare l’insieme informatico dell’Ue, sarebbe stato probabilmente controproducente, portandoci in un territorio in cui la supremazia americana (e la nostra dipendenza) non lascia spazi di mediazione.
Va anche precisato che von der Leyen ha dovuto barcamenarsi fra due posizioni contrastanti tra i 27. La Francia, da una parte, capeggiava il gruppo di Paesi deciso allo scontro frontale con Trump, mentre la Germania di Merz, assieme all’Italia e ad altri membri dell’Ue, spingeva per abbassare i toni dello scontro con l’amministrazione americana. Il risultato è che alla fine ha prevalso la posizione tedesca (e italiana), con il premio di vedere abbassati dal 25% al 15% i dazi sul settore automobilistico di enorme importanza soprattutto per Berlino. Il vero guaio è che ai dazi al 15% vanno aggiunti altri elementi che finiranno per aggravare l’intero costo dell’operazione von der Leyen-Trump.
Il primo elemento è, come noto, la progressiva perdita di valore del dollaro rispetto all’euro che dall’inizio dell’anno, secondo i calcoli di Confindustria, è calato di circa il 12%: cifra che va aggiunta a quella dei dazi.
Il secondo elemento di peggioramento della situazione è l’impegno europeo a spendere nei prossimi tre anni la bella cifra di 750 miliardi di dollari in acquisti di energia e di armamenti sul mercato statunitense. Ad esso è stata aggiunta un’ulteriore promessa di investire altri 600 miliardi negli Usa, chiedendo alle aziende e alle istituzioni finanziarie europee di spendere i propri soldi sul mercato americano. Un impegno in realtà molto aleatorio e poco realistico, poiché le previsioni di crescita dell’inflazione negli Usa rendono gli investimenti particolarmente rischiosi, anche alla luce dei tentativi di Trump di cacciare il capo della Fed, Jerome Powell, ultimo baluardo contro le prospettive inflazionistiche della politica economica di Trump.
Il terzo elemento di aggravio del contributo europeo al “ribilanciamento” fra le due economie voluto da Trump è l’impegno preso dai 27 poco più di un mese fa di portare in ambito Nato le spese per la difesa dal 2% al 5% nel giro di pochi anni.
C’è quindi nuovamente da chiedersi la ragione di questo cedimento europeo. Lo ha confessato il commissario europeo per il commercio, Maros Šefčovič, affermando che il negoziato con Trump non si è limitato ai dazi, ma che ha riguardato la sicurezza dell’Ue contro la Russia, il sostegno militare ed economico all’Ucraina, e l’obiettivo di assicurare un po’ di stabilità a un contesto geopolitico estremamente volatile.
Insomma, l’Ue ha dovuto riconoscere che non può fare ancora a meno del sostegno dell’alleato (si fa per dire) americano, non avendo gli strumenti istituzionali e politici per essere maggiormente autonoma. Non è solo Ursula ad aver perso, ma l’Ue come soggetto politico. L’Ue continua quindi ad essere un gigante economico, ma purtroppo sempre di più un nano politico in un mondo che cambia tumultuosamente.
The art of the deal: idee regalo per la Commissione Europea
Alla fine l’accordo è arrivato. Dopo mesi di negoziati e dichiarazioni altisonanti, Usa e Ue hanno definito un’intesa che introduce dazi del 15% su molte esportazioni europee verso gli Usa, effettivi dal 1° agosto. Una riduzione rispetto alla minaccia iniziale del 30%, certo, ma a un prezzo altissimo per l’Europa.
Per ottenere questo compromesso, Bruxelles ha infatti promesso di acqustare 750 miliardi di dollari in energia dagli Usa entro i prossimi tre anni e di investire altri 600 miliardi direttamente nell’economia statunitense. Trump ha ottenuto, a quanto sembra, anche la cancellazione di una possibile digital tax europea sulle multinazionali americane, il mantenimento di dazi al 50% su acciaio e alluminio, e la garanzia di ingenti acquisti militari dalle imprese americane, con buona pace delle aspirazioni europee di autonomia strategica e militare.
Sebbene i veri effetti economici di quest’accordo emergeranno nei prossimi mesi, quando aziende e consumatori inizieranno concretamente a percepirne l’impatto, è già evidente una profonda spaccatura tra la soddisfazione ostentata dai leader europei e le aspre critiche di molti analisti, che descrivono l’intesa come una delle più grandi umiliazioni subite dall’Europa negli ultimi decenni.
I numeri del commercio transatlantico e l’esposizione europeaUe e Usa vantano la relazione economica bilaterale più rilevante al mondo, con un interscambio annuale di circa 1.600 miliardi di euro. Se da un lato l’Ue, come ha più volte lamentato il Presidente Trump, registra un surplus commerciale nei beni (+156 miliardi di euro nel 2023, -2% rispetto al 2021), continua tuttavia a registrare, come sembra aver ignorato anche la Presidente von der Leyen nelle dichiarazioni recenti, un disavanzo nei servizi (–109 miliardi di euro nel 2023, +7,9% rispetto al 2021).
I Paesi Ue con il valore assoluto più elevato di esportazioni di beni verso gli Usa nel 2023 sono Germania, Italia, Irlanda, Francia, Paesi Bassi e Belgio. Tuttavia, non sono solo i grandi esportatori a essere esposti: diversi Paesi, tra cui Irlanda, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca e Lussemburgo, mostrano un’esposizione percentuale superiore al 20% del proprio export totale verso gli Usa, risultando così particolarmente vulnerabili all’imposizione di dazi. Quanto ai servizi, i dati confermano una fortissima dipendenza transatlantica. Gli Usa rappresentano il primo partner commerciale per i servizi in quasi metà dei Paesi Ue e rientrano sistematicamente tra i primi tre partner per quasi tutti gli Stati membri. In sintesi, sia nel commercio di beni che in quello di servizi, l’Ue si conferma fortemente esposta agli Usa, con implicazioni significative in caso di inasprimento delle politiche protezionistiche o rotture negoziali.
Un storia di conflitti commerciali a difesa degli interessi commercialiNonostante questa forte interdipendenza e la stretta alleanza militare, l’Ue e gli Usa sono sempre stati nel tempo strenui difensori dei reciproci interessi commerciali. Non hanno mai firmato un accordo di libero scambio e i negoziati per il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP), avviati nel 2013, si sono arenati nel 2016 e sono stati ufficialmente chiusi nel 2019 a causa di disaccordi su lavoro, tutela dei consumatori, concorrenza e ambiente.
Anche in passato, attacco e difesa sono stati reciproci. Nel 1963 la “Chicken War” causò forti tensioni sui due lati dell’Atlantico, negli anni ’90 vi furono contenziosi sulle banane, nei primi anni 2000 sul divieto Ue alla carne bovina trattata con ormoni. Dal 2004 al 2021, entrambe le parti hanno imposto dazi reciproci a seguito della disputa sui sussidi ad Airbus e Boeing.
Alla luce di questa storia di reciproca determinazione nel difendere i propri interessi, risulta difficile comprendere perché Bruxelles abbia affrontato i negoziati con Trump non come la potenza economica e politica globale che è, ma piuttosto come un partner subordinato che teme la reazione dell’alleato americano.
Le armi commerciali che l’Europa aveva a disposizioneL’Ue non era impotente. Anzi, aveva moltissimi strumenti. Avrebbe potuto colpire le esportazioni agricole simboliche per la base elettorale di Trump – soia, distillati, frutta secca – tutte provenienti in gran parte da Stati repubblicani. Oppure introdurre un dazio europeo sull’uso dei marchi americani, colpendo giganti come Apple, McDonald’s o Starbucks, senza intaccare direttamente i consumatori. In ultima istanza, se pericolosamente minacciata, avrebbe potuto persino sospendere temporaneamente le protezioni brevettuali su aziende statunitensi, come accaduto nella disputa Airbus-Boeing.
Aveva inoltre a disposizione il nuovo Anti-Coercion Instrument, approvato nel 2023, che consente all’Unione Europea di adottare misure di ritorsione mirate contro atti coercitivi da parte di Paesi terzi. Tra queste, figurano la sospensione dell’accesso agli appalti pubblici per aziende straniere, restrizioni su investimenti e scambi, e la revoca temporanea della tutela della proprietà intellettuale.
La Cina, in circostanze analoghe, ha fatto proprio questo: ha usato il proprio peso economico e ha minacciato pesanti ritorsioni. L’Ue ha invece ceduto, nel timore di una guerra commerciale totale. Ma il risultato è un precedente pericoloso. L’Ue non era il Vietnam che non poteva reagire, né tantomeno il Giappone il cui volume di affari era enormemente più limitato.
Una nuova dipendenza: le lezioni non appreseL’Ue aveva la scala economica per mostrare “l’art of the deal” e chiedere quanto le spettava. Negli Usa oltre 1,2 milioni di posti di lavoro dipendono direttamente dalle esportazioni europee di beni, e quasi un milione dai servizi europei. Ha preferito invece un approccio difensivo, forse spaventata dal vedersi aggredita economicamente dagli Usa e militarmente dalla Russia senza lo scudo americano. Eppure, l’accordo raggiunto racconta qualcosa di più profondo: un’Europa che non sfrutta la sua forza, che rincorre l’America invece di trattare da pari a pari.
La lezione del gas russo doveva essere chiara: ogni dipendenza è un rischio. Sembra invece che l’Europa abbia detto no alla Russia ma sì a una nuova dipendenza. Sembra che l’Europa non riesca più a esistere come entità senza dipendere da qualcuno.
Ursula von der Leyen potrà sostenere che l’accordo ha evitato il peggio. Forse è vero, ma solo se non ci fossimo chiamati Europa e non fossimo la terza economia mondiale. Essere amici di tutti è fondamentale, essere subordinati agli interessi altrui è, oggi più che mai, estremamente rischioso. Bruxelles rifletta, perché la storia non concede molte occasioni per rimediare.
Carlo Giannone è Co-Chair of the European Conference at Harvard e Master’s Student of Public Policy at Harvard Kennedy School