Come l’Europa dissuade azioni coercitive contro i suoi interessi con uno strumento da non utilizzare. Il caso dell’Anti Coercion Instrument
Stiamo assistendo ad una escalation di tensioni e rischi destabilizzanti la sicurezza e l’economia europea. Sono a rischio non solo il regolare andamento dei commerci, ma anche l’autonomia decisionale dell’UE a fronte di azioni coercitive di Paesi terzi nei riguardi delle politiche europee. Se il capitolo più recente è quello dei dazi unilaterali americani, è dal 2021 che si riscontrano una crescente assertività cinese nel minacciare o applicare restrizioni economiche, misure coercitive (blocco all’import) contro la Lituania dopo l’apertura a Vilnius di un ufficio commerciale di Taiwan, divieto russo di acquisti di prodotti agricoli, minacce USA di rappresaglia sulla digital tax.
Ne consegue l‘esigenza di un’”Europa geopolitica” che abbia la forza e la volontà di tutelare e far valere i propri interessi e valori, che supporti i negoziati con misure ad hoc. Avvertita l’impellenza di colmare un vuoto regolamentare, l’UE si è dotata di uno strumento di dissuasione nei confronti di comportamenti distorsivi, da utilizzare (si prese come esempio il deterrente nucleare nella difesa) come opzione di ultima istanza in aggiunta a contromisure europee in risposta a minacce unilaterali di dazi.
La Commissione Europea propose l’ACI (Anti Coercion Instrument), approvato il 22 novembre 2023 dal Consiglio UE. ACI si inserisce nel recente pacchetto europeo di strumenti di tutela come il monitoraggio degli investimenti esteri diretti, il controllo dei sussidi esteri e degli investimenti outbound.
Oggi L’ACI è chiamata a svolgere un ruolo chiave per proteggersi dalla “weaponization of economic dependencies or economic coercion.” Il focus dell’ACI risiede nella difesa dalla coercizione, definita come pratica e comportamento distorsivo che influenza e ostacola l’autonomia decisionale della UE e dei Paesi Membri nelle aree del commercio e degli investimenti. Le eventuali contromisure previste, proporzionali e temporanee, tutelano le industrie a monte e a valle e dei consumatori e l’economia della conoscenza europea. Di rilievo la possibilità di escludere dagli appalti pubblici in Europa le offerte il cui valore globale è costituito per oltre il 50% da beni e servizi originari dal paese terzo.
La gestazione di un framework legale come l’ACI, le cui implicazioni vanno oltre il Trade, non è stata semplice, incontrando divergenze tra le istituzioni europee durante i negoziati. La controversia riguardava gli equilibri e la ripartizione dei poteri tra le istituzioni. La CE propose di estendere le proprie competenze per determinare i casi di coercizione economica e agire in modo unilaterale con contromisure di emergenza. Tuttavia, è stata fortemente limitata per eccesso di discrezionalità, e il potere decisionale è rimasto in capo ai Paesi Membri con la regola della maggioranza qualificata.
Durante i lavori preparatori dell’ACI, pensato per tutelarsi dalla Cina, venne condivisa l’esigenza di tutelare aree quali i dati, il cloud e la proprietà intellettuale. La Francia sollevò la questione dei potenziali effetti extraterritoriali dei controlli non europei per l’export, tentando di far rientrare tra le misure anti-coercizione anche la difesa. Il timore era che gli USA facessero dell’ITAR un utilizzo sistematico andando oltre la misura stessa, prefigurando un’ingerenza politica a discapito dell’autonomia europea. Ma la CE e gli stakeholders considerarono l’ACI uno strumento di politica commerciale UE, quindi perimetrato al comparto economico civile al pari degli Accordi WTO, rimarcando che l’export control è competenza dei Paesi Membri. Perciò l’area di competenza dell’ACI si limita ad accennare alle politiche generali UE inclusa la politica estera e di sicurezza europea.
Nel “corpus legis” UE di misure di tutela commerciale, l’ACI assumerà un ruolo chiave, ponendo le prime basi legali per l’autonomia strategica europea, rimasta per lo più a livello declaratorio e di principi. Le caratteristiche dell’ACI, flessibilità, certezza di disporre di differenziate azioni difensive, velocità di attuazione, ne fanno uno strumento efficace, la cui mera esistenza anche senza attivazione è già di per sé un valido deterrente e un test di credibilità per attuare la “EU open strategic autonomy” e affermare l’Europa come attore geopolitico internazionale.
L’annuncio (si spera prematuro) del tramonto del diritto internazionale
Il diritto internazionale è in crisi? Le offese al diritto internazionale non sono certo mancate in passato, eppure mai prima d’ora si era avvertita una minaccia così seria.
Occorre tuttavia porsi prima un’altra domanda, solo apparentemente provocatoria: il diritto internazionale è utile? Si trascura spesso, infatti, che il diritto internazionale non si occupa, nella quotidianità, solo di guerra (vera o commerciale). In realtà, ogni giorno il diritto internazionale opera tramite numerose norme e trattati che consentono lo svolgersi di attività essenziali, senza le quali il mondo si fermerebbe (come abbiamo potuto sperimentare durante la pandemia). Per limitarci ad un semplice esempio fra tanti, il fatto di volare da un aeroporto italiano verso una qualunque destinazione estera è reso possibile non solo dalla tecnologia, che da sola non basterebbe, ma anche da un sistema di regole internazionali senza le quali non si potrebbe entrare nello spazio aereo di altri Paesi.
Questa vitale dimensione del diritto internazionale, che continua ad operare quotidianamente dietro le quinte, è non meno reale di quelle però più visibili in quanto più drammatiche, specie quando si ha a che fare con guerre o questioni territoriali (risorse incluse). Dunque se vi è crisi questa non investe (per ora) il diritto internazionale nel suo insieme. Ciò nonostante, è chiaro che in particolare le regole relative all’uso della forza e alle dispute territoriali rappresentano un aspetto nevralgico del sistema per via delle enormi implicazioni umanitarie, di sicurezza ed economiche connesse alla loro osservanza (o meno).
Un altro elemento portante del sistema di regole costruito sulle macerie della seconda guerra mondiale è la tutela internazionale dei diritti umani, il cui avvento è stato favorito anche dalla comprensione del suo legame profondo con il mantenimento della Pace: “non vi sarà pace su questo pianeta finché i diritti dell’uomo saranno violati da qualche parte nel mondo”, ebbe a dire René Cassin, che aveva vissuto di persona le due guerre mondiali (dalla prima uscì invalido), che contribuì poi alla stesura della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e che venne infine insignito del Premio Nobel per la Pace. Lezione (purtroppo) verissima ancora oggi: sono innanzitutto dei regimi autoritari, cioè abituati a comportarsi in modo brutale e arbitrario al proprio interno, ma a volte anche sistemi statali in cui democrazia e Stato di diritto si sono indeboliti, quelli che, disprezzando le regole, diventano capaci di usare la forza anche verso l’esterno.
L’azione sempre più spregiudicata (e spesso brutale) degli Stati più potenti sta effettivamente erodendo la presa delle regole (fondamentali) sull’uso della forza e sul modo (pacifico) in cui vanno gestite e risolte le controversie internazionali. Data la natura di tali regole fondamentali (consuetudinaria, anche se in buona misura codificate nella Carta delle Nazioni Unite), l’atteggiamento e il comportamento di tali Stati possono avere un impatto non solo sul loro contenuto, ma alla lunga sulla loro stessa sopravvivenza.
Diversi fra gli Stati dotati di potenza economico-militare (Russia, Cina, Stati Uniti, con l’aggiunta di Israele a trazione Netanyahu e di qualcun altro) mostrano infatti di credere che la forza di cui dispongono consenta loro di affrancarsi da qualunque preoccupazione relativa a ciò che sia permesso o meno dal diritto. Per questi Stati, in sostanza, tutto è permesso quando serve ai loro interessi.
Questa tendenza – non nuova naturalmente, ma che sta ora mostrando una virulenza inedita – finirà col portare alla desuetudine delle norme fondamentali in questione e col trascinare anche il resto della comunità internazionale verso un (nefasto per tutti nel medio-lungo termine) ripiegamento nel particolare, a discapito di valori e interessi collettivi? Può darsi, ma deve essere chiaro cosa ne conseguirebbe: il passaggio dalla Legge alla … “legge” del più forte, in virtù della quale i forti (che spesso sono anche prepotenti) impongono le loro priorità senza alcun riguardo per gli altri. Ebbene non solo questo non converrebbe ai “vasi di coccio” (comprese – singolarmente – le piccole/medie potenze europee), sempre che questi non accettino una posizione di soggezione, vassallaggio o irrilevanza.
Il punto è anche un altro: la Storia (in particolare del Novecento) insegna che il fallimento dei tentativi di organizzare le relazioni internazionali e di dar loro un minimo di ordine attraverso delle regole ha invariabilmente portato alla guerra, e su vasta scala, il che non è nell’interesse di nessuno, neppure delle “grandi” potenze. Molti sembrano dimenticare che sia la Società delle Nazioni che l’ONU nacquero dalle ceneri delle due spaventose guerre mondiali.
In realtà, ora più che mai abbiamo bisogno di quelle conquiste del diritto internazionale che abbiamo ottenuto a carissimo prezzo alla fine della seconda guerra mondiale. Non è un caso che negli ultimi anni il ricorso ai tribunali internazionali, anche da parte di tutta una serie di Stati diversi dai suddetti (pre)potenti, si sia intensificato a livelli senza precedenti: il diritto internazionale, attraverso le sue corti, è visto sia come l’unica opzione rimasta di fronte ai ripetuti fallimenti della politica, sia come l’ultimo baluardo oltre il quale c’è il caos.
In una indagine d’opinione sul multilateralismo, condotta lo scorso anno in nove importanti Paesi del cosiddetto Sud Globale, su commissione della Conferenza di Monaco sulla sicurezza e pubblicata su Foreign Policy, la maggioranza assoluta degli intervistati (con punte fra il 63 e l’88%) si è pronunciata nel senso che il diritto internazionale serve gli interessi di tutta la comunità internazionale e non solo dei Paesi occidentali, smentendo quindi quella narrazione – in particolare russa e cinese – secondo la quale il diritto internazionale sarebbe un’illusione occidentale.
La principale sfida per l’Europa è quindi trovare coesione, sebbene non tutti sembrino realmente interessati a questo obiettivo. Questo significa riuscire a interagire in modo efficace con il Sud Globale, oltre che con altri Paesi occidentali extraeuropei sulla stessa lunghezza d’onda (come il Canada), allo scopo di costruire un fronte comune a sostegno del diritto internazionale.
Questo presuppone due cambiamenti “di paradigma” fondamentali. Primo, la comprensione che in particolare l’Unione europea (insieme naturalmente a quegli Stati europei che non ne fanno parte ma non meno impegnati in tal senso) può svolgere un ruolo globale, a favore della sopravvivenza di un quadro di riferimento normativo fondamentale (così come della giustizia internazionale, compresa quella penale), solo agendo (coesa) di concerto anche con tutti gli Stati non occidentali che condividono tale visione (e ve ne sono in ogni continente).
Secondo, la consapevolezza che l’autorevolezza e la credibilità dell’Europa dipendono anche dalla sua coerenza fra princìpi e azioni concrete: coerenza al proprio interno (verso l’Ungheria di Orbán, ad esempio) e all’esterno, ovvero rispetto a tutta una serie di situazioni che chiamano in causa l’Europa, in un modo o nell’altro (dall’occupazione militare e uso spropositato della forza da parte delle autorità israeliane – e di molti coloni armati – al ruolo nocivo del Ruanda nell’Est del Congo, e altre ancora).
E bisogna darsi da fare per puntellare l’ultimo baluardo, perché il rischio che cedano le fondamenta del diritto internazionale, così come si è sviluppato dal 1945 ad oggi, è reale e se ciò dovesse sciaguratamente accadere, un’eventuale “crisi d’identità” degli studiosi del diritto internazionale (così Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera) sarebbe davvero l’ultima delle preoccupazioni.
Antonio Bultrini è professore associato di diritto internazionale nell’Università di Firenze
Spazio, innovazione e difesa: voci dalla seconda edizione della AeroSpace Power Conference
L’8 e 9 maggio 2025, Roma ha ospitato la seconda edizione dell’AeroSpace Power Conference, organizzata dall’Aeronautica Militare italiana in collaborazione scientifica con l’Istituto Affari Internazionali. Un appuntamento esclusivo che ha riunito oltre 1.500 partecipanti tra vertici militari, rappresentanti delle istituzioni, accademici, esperti e professionisti del settore aerospaziale.
In questo episodio, raccogliamo una serie di interviste realizzate durante la conferenza con alcuni dei suoi protagonisti. Attraverso le loro voci, esploreremo temi cruciali come l’innovazione tecnologica, la sostenibilità nel settore della difesa, la centralità dello spazio e le prospettive dell’Italia nel quadro della cooperazione internazionale.
In ordine di intervento, ascolteremo:
- Generale Luca Goretti, Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare;
- Valter Villadei, astronauta e pilota colonnello dell’Aeronautica Militare;
- Massimo Comparini, Managing Director della Space Division di Leonardo;
- Teodoro Valente, Presidente dell’Agenzia Spaziale Italiana;
- Lorenzo Mariani, Executive Group Director Sales & Business Development di MBDA e Managing Director di MBDA Italia.
Transizione giusta e diplomazia climatica: necessarie per il successo nazionale ed internazionale
Le politiche climatiche contengono una forte componente sociale. Il Green Deal europeo ha rappresentato la visione climatica ed economica europea degli ultimi anni. Tuttavia, i governi devono implementarlo in maniera attenta ed equilibrata per poter raggiungere i target preservando il supporto politico e pubblico. Se da un lato, infatti, la transizione energetica potrebbe contribuire a un risultato netto positivo in termini di creazione di posti di lavoro a livello macro (insieme a co-benefici a livello locale), la decarbonizzazione causerà anche effetti negativi e regressivi a livello micro, data l’alta concentrazione di industrie e occupazioni ad alta intensità di emissioni. Poiché il bilancio della transizione non è in bianco e nero, richiederà un’attenta calibrazione delle politiche pubbliche.
La paura degli effetti regressivi, in primis la perdita di lavoro, è uno dei fattori frenanti delle politiche climatiche. Per questo, i governi potrebbero essere tentati di rallentare la decarbonizzazione con l’obiettivo di prevenire gli esiti regressivi della transizione verde. Tuttavia, è importante sottolineare che la politica climatica non sia l’unica causa delle disuguaglianze, ma certamente aggiunge un livello di complessità a un modello già fragile, caratterizzato da disuguaglianze elevate e crescenti causate da trasformazioni significative guidate dalla digitalizzazione, dalla globalizzazione e dalla concorrenza internazionale.
In questo contesto, i governi hanno interesse a progettare una strategia di transizione giusta più completa che affronti le fragilità esistenti dell’attuale sistema come componente integrante della progettazione della decarbonizzazione industriale. Inoltre, una strategia di transizione giusta non può essere limitata al livello nazionale dei paesi sviluppati, ma anche nei paesi in via di sviluppo che sono fortemente esposti ai costi della transizione e della crisi climatica. Integrare la transizione giusta nella politica estera garantirebbe nuove opportunità di cooperazione con paesi chiave in un periodo di crescente competizione geoeconomica e industriale. Queste considerazioni sono particolarmente rilevanti sia per l’Unione Europea che per l’Italia.
L’Europa alla prova: verso una nuova strategia sociale industriale
L’UE dovrebbe definire una nuova strategia sociale industriale in parallelo al suo Clean Industrial Deal, in modo da favorire la dimensione della transizione giusta. Negli anni, l’UE ha creato strumenti e meccanismi importanti, ma non sufficienti alle sfide che la aspettano.
Una necessaria riforma riguarda i limiti chiave dell’attuale quadro regolatorio, che manca di un approccio olistico. Ad esempio, il Just Transition Mechanism è troppo ristretto e caratterizzato da approccio territoriale. È quindi essenziale includere un approccio più ampio che copra i settori industriali chiave che saranno profondamente influenzati dalla transizione, come le industrie ad alta intensità energetica e il settore automobilistico.
La seconda area di modifica è quella legata agli investimenti. Data la scala e la portata della sfida della decarbonizzazione, nuove risorse sono essenziali. Per questo, la dimensione sociale dovrebbe essere un pilastro chiave del prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP), nel tentativo di affrontare anche le disparità di spazio fiscale tra gli Stati membri. L’UE dovrebbe allocare risorse finanziarie ai programmi di formazione e sviluppo delle competenze per facilitare la mobilità del lavoro insieme ad altre politiche complementari (curricula educativi).
Il caso italiano: colmare i ritardi e potenziare le competenze
Nel caso italiano, il governo dovrebbe ridurre disallineamenti e obiettivi contrastanti tra documenti politici e programmatici in modo da promuovere un approccio olistico verso la transizione giusta. Inoltre, il paese ha bisogno di migliorare il proprio quadro regolamentare e di governance per sfruttare appieno le risorse finanziarie esistenti per i progetti, che hanno subito ritardi nel caso del Fondo per la Transizione Giusta.
L’Italia dovrebbe potenziare i programmi di sviluppo delle competenze e i fondi per sostenere i lavoratori e rivedere i propri curricula educativi per aumentare le materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), che sono ancora poco sviluppate. A questo scopo sono necessarie una serie di politiche per affrontare le incertezze del mercato del lavoro, specialmente nelle regioni meridionali dove i lavoratori sono più esposti alla transizione energetica
Diplomazia climatica: trasformare la transizione in opportunità globale
Come detto, la transizione giusta può essere anche un pilastro per la diplomazia climatica ed energetica europea – soprattutto alla luce delle sfide energetiche-economiche europee e l’evoluzione geopolitica.
Ad oggi, l’attuale strategia diplomatica europea ha registrato alcune carenze che hanno minato lo sforzo delle molteplici iniziative e partenariati causando risultati contrastanti e frustrazioni nei paesi terzi. La prima carenza è la mancanza di una governance chiara e un coordinamento tra Stati-Ue e tra le diverse direzioni generali della Commissione europea
L’occasione per migliorare la governance e il coordinamento è data dalle Clean Trade and Investment Partnership (CTIPs) e Trans-Mediterranean Energy and Clean Tech Cooperation Initiative, previsti nel Clean Industrial Deal come strumenti per raggiungere la decarbonizzazione e la competitività preservando la cooperazione.
Nonostante la transizione giusta non sembri essere esplicitamente integrata in queste misure, queste nuove iniziative rappresentano un test cruciale per la diplomazia climatica dell’UE per favorire una transizione giusta in regioni strategiche. Infatti queste iniziative possono essere strumenti positivi per costruire partnership vantaggiose con paesi terzi, a partire da quelli MENA (Medio Oriente e Nord Africa) e africani, se l’UE integrerà il trasferimento di tecnologia, lo sviluppo di capacità e programmi di formazione per le comunità locali oltre agli accordi energetici e minerari.
Un test importante sarà la cooperazione in merito all’idrogeno coi paesi MENA e africani. Quest’area, strategica per l’UE, ha un grande potenziale di risorse rinnovabili che potrebbe essere utilizzato per lo sviluppo industriale sostenibile. L’UE dovrebbe garantire investimenti lungo la catena del valore, ma anche collaborare con i suoi partner per stimolare la domanda, definendo standard comuni volti a creare un mercato e limitare gli impatti negativi. Allo stesso tempo, queste regioni trarrebbero grande beneficio da queste iniziative in quanto creerebbero prodotti di esportazione ad alto valore aggiunto, favorendo la creazione di posti di lavoro e maggiori ritorni economici per le loro popolazioni giovani e in crescita.
Tale condizione offre un’opportunità per l’Italia di rafforzare il proprio ruolo nella definizione dei futuri partenariati UE-Africa ampliando il suo Piano Mattei. La definizione dei prossimi CTIPs e dell’iniziativa Trans-Med è un’opportunità per l’Italia di essere un attore proattivo e influente nei progetti coordinati nei paesi parte del Piano Mattei. Collaborando e facendo economie di scale, l’Italia potrebbe anche superare i propri limiti finanziari. Per far ciò, Roma dovrebbe puntare a creare piattaforme e punti di contatto nell’ambito del Piano Mattei per riunire le istituzioni e gli Stati membri dell’UE e i paesi africani. La vicinanza geografica e le già presenti infrastrutture e le relazioni energetiche economiche con molti di questi paesi danno la possibilità all’Italia di promuovere partenariati anche su questioni chiave, come l’idrogeno e le emissioni di metano attraverso programmi di formazione, standard condivisi e best practices dal suo settore pubblico e privato.
L’industria italiana alla sfida verde: il dilemma tra competitività e decarbonizzazione
Il Green Deal europeo è ormai entrato in una nuova fase cruciale, in cui competitività e sicurezza economica assumono maggior rilevanza. Con la presentazione del Clean Industrial Deal, la Commissione Europea ha delineato le sue nuove priorità dettate dall’interazione tra politica industriale, competitività e decarbonizzazione alla luce della competizione geopolitica e le crisi energetiche e climatiche.
Oltre a favorire le nuove tecnologie, i governi devono considerare misure per trasformare e proteggere le proprie industrie esistenti in conformità con gli obiettivi di zero emissioni nette, preservando al contempo la competitività e garantendo la sicurezza economica attraverso la capacità manifatturiera. Per far tutto ciò, i dibattiti (e le divisioni) riguardo alla disciplina fiscale e alla creazione di fondi comuni europei riemergono.
Il dilemma è particolarmente evidente per le industrie ad alta intensità energetica. La loro trasformazione sarà essenziale per il raggiungimento della decarbonizzazione, rappresentando circa il 22% delle emissioni di gas serra dell’UE, ma i governi stanno lottando per garantire anche la loro competitività rispetto ai concorrenti internazionali a causa dei prezzi più elevati dell’energia e alla presenza dell’Emission Trading System europeo.
Anche nel contesto italiano, le industrie difficili da decarbonizzare, le cosiddette hard to abate, giocano un ruolo decisivo dal punto di vista sociale, economico ed energetico-ambientale. Per questo, per poter trasformare tali industrie, l’Italia deve perseguire una combinazione di soluzione: favorendo l’elettrificazione laddove possibile, riducendo le emissioni di metano relative al consumo di gas, il crescente utilizzo sostenibile di idrogeno e lo sviluppo della cattura e stoccaggio del carbonio (CCS).
Elettrificazione: il vantaggio competitivo dell’Italia in EuropaL’elettrificazione copre già una quota rilevante del consumo energetico industriale in Italia. Nel 2022, l’elettricità è stata la principale fonte per il settore industriale, rappresentando il 44% del consumo, seguita dal gas naturale (33%). Grazie ai più alti livelli di elettrificazione tra i maggiori paesi europei, l’industria italiana ha uno dei posizionamenti migliori tra i paesi UE27 rispetto all’intensità energetica e carbonica finale per unità di valore aggiunto. Tuttavia, l’Italia deve accelerare l’installazione di impianti rinnovabili, rimuovendo i ritardi autorizzativi e fornendo un quadro normativo chiaro e coerente.
Gas naturale: dipendenza e opportunità nella transizionePoiché la maggior parte delle emissioni del settore industriale proviene dalla combustione, è necessaria una valutazione del ruolo dell’approvvigionamento energetico e in particolare del gas naturale. Il gas gioca un ruolo centrale all’interno del sistema energetico italiano, rappresentando il 40% del consumo energetico e il 50% del consumo elettrico. Tale ruolo è previsto che rimarrà rilevante in base all’ultima versione del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC). Tuttavia, l’Italia deve scontare una forte dipendenza dalle importazioni. Dunque è necessaria una strategia internazionale che tenga conto delle emissioni di metano – una delle azioni più rapide, efficaci e meno costose per l’Italia per accelerare la transizione rafforzando, allo stesso tempo, anche la propria competitività industriale. La riconfigurazione dei flussi e la crescente rilevanza dei paesi MENA (Medio Oriente e Nord Africa) offre un’opportunità per affrontare questa pressante questione ambientale in un’area strategica come il Mediterraneo.
La scommessa dell’idrogeno: sviluppo sostenibile nel MediterraneoPer decarbonizzare le molecole nel lungo periodo, l’Italia deve dare priorità all’uso dell’idrogeno pulito dove l’elettrificazione più efficiente non è fattibile. A novembre 2024, l’Italia ha adottato la sua prima strategia nazionale per l’idrogeno, che prevede diverse traiettorie data l’incertezza sul suo sviluppo e le potenziali migliori prestazioni di altre tecnologie.
Nello sviluppare le necessarie rotte ed infrastrutture per l’approvvigionamento dell’idrogeno, è necessario che l’Italia tenga conto ed affronti i potenziali impatti climatici dell’idrogeno. Infatti, è cruciale limitare non solo le emissioni di anidride carbonica e metano, ma anche le emissioni di idrogeno, poiché l’idrogeno stesso è un gas serra indiretto con potenti impatti di riscaldamento. Infine è doveroso ridurre quanto possibile i rischi ambientali e socioeconomici associati ai sistemi a idrogeno (anche nei paesi terzi). Questo è ancora più rilevante se si tiene conto della possibilità di trasferimenti di capacità manifatturiera fuori dall’Europa a causa delle già citate sfide energetiche. Tuttavia, tale sfida può presentare un’opportunità per l’Italia nel guidare la cooperazione Euro-mediterranea garantendo progetti volti allo sviluppo industriale e l’integrazione delle catene del valore.
CCS: colmare il divario con il Nord Europa partendo da RavennaLo sviluppo della cattura e stoccaggio del carbonio ha riacquistato una rinnovata rilevanza politica perché i governi mirano ad accelerare la transizione energetica preservando al contempo le capacità industriali esistenti. La tecnologia CCS (Carbon Capture and Storage) permette di catturare l’anidride carbonica prodotta da impianti industriali e centrali elettriche prima che venga rilasciata nell’atmosfera, per poi trasportarla e immagazzinarla permanentemente nel sottosuolo.
A livello europeo si può notare un certo divario tra il Mare del Nord e il Mediterraneo in termini di sviluppi CCS; divario che l’Italia ha la possibilità di ridurre. Il PNIEC infatti riconosce un ruolo strategico al progetto di Ravenna, che dovrebbe catturare le emissioni dei settori hard-to-abate.
Strategie per il futuro: sussidi mirati e fondi europeiL’Italia avrà bisogno di una combinazione di misure che favorisca la trasformazione delle industrie energivore esistenti all’interno dei confini europei e nazionali alla luce delle possibili soluzioni tecnologiche ed economiche. Allo stesso tempo, l’Italia deve definire una politica industriale ed estera capace di gestire in maniera ordinata il possibile outsourcing della produzione verso regioni con costi energetici più bassi.
L’allocazione di sussidi volti alla protezione dei produttori nazionale dovrà essere attentamente valutata in base a criteri chiari, come la rilevanza economica (effetti cluster) e la resilienza economica (evitando nuove dipendenze su settori/prodotti critici) – anche alla luce delle ristrettezze fiscali.
Nel trovare un nuovo equilibrio, l’Italia deve lavorare con l’UE nella definizione di priorità, standard e nella creazione di nuovi strumenti, anche relativi agli investimenti, in modo da evitare la frammentazione del mercato europeo. L’Italia deve lavorare alla costruzione di criteri e standard per proteggere i produttori nazionali e esternalizzare parte della produzione. Gli sviluppi positivi e gli sforzi in termini di riduzione dell’intensità di CO2 dovrebbero essere riconosciuti e valorizzati nella progettazione delle caratteristiche per i mercati verdi. Dati i diversi spazi fiscali e gli investimenti necessari per raggiungere la decarbonizzazione, saranno necessari fondi comuni e stabili a livello UE – specialmente per l’Italia. Per poter ottenere ciò, la politica industriale ed energetica dovrà essere definita in maniera chiara, oltre che dimostrare la propria capacità di spendere adeguatamente i fondi esistenti.
Libia: urgente un rinnovato impegno europeo
I recenti scontri a Tripoli a seguito dell’uccisione, il 12 maggio scorso, di Abdul Ghani al-Kikli (detto “Ghaniwa”) capo della milizia Stability Support Apparatus (SSA), hanno riaperto scontri tra fazioni rivali nella capitale libica. Accusato di vari crimini, tra cui assassinii, torture e altre violazioni di diritti umani, al-Kikli controllava l’importante quartiere tripolino di Abu Selim, e la sua uccisione è scaturita dalle rivalità interne tra milizie affiliate al primo ministro del Governo di Unità Nazionale (GNU), Abdul Hamid Dbeibah. Al momento, la situazione pare di nuovo sotto (precario) controllo del governo di Tripoli. Ma notizie di spostamenti di altri gruppi armati all’esterno della capitale, da Zawiya e dall’Est controllato dal generale Khalifa Haftar, hanno fatto temere un conflitto più ampio.
È chiaro, dunque, che la situazione in Libia richiede una rinnovata attenzione da parte della comunità internazionale. Non solo per stabilizzare, ma per sostenere strategicamente il processo guidato dalle Nazioni Unite in un Paese a rischio di collasso. Come ha recentemente sottolineato presso il Consiglio di sicurezza la Rappresentante Speciale del’ONU in Libia, Hanna Tetteh, il sostegno internazionale è essenziale per una svolta politica. Con le istituzioni libiche frammentate, i gruppi armati radicati nell’economia e la Russia che sta rafforzando la sua posizione, un’azione unitaria dell’Europa è vitale, non solo per il futuro della Libia, ma per quello dell’intera regione.
Pur nel linguaggio diplomatico dell’ONU, il recente rapporto del Segretario generale critica fortemente le autorità libiche—sia il GNU riconosciuto dall’ONU che il suo rivale a Est—per il perpetuarsi delle divisioni istituzionali e politiche, che ostacolano la governance e favoriscono l’instabilità. La situazione economica è tra le preoccupazioni principali, a seguito dell’acquisizione forzata della Banca centrale libica (CBL) nel 2024. Nonostante l’aumento della produzione di petrolio, l’economia libica sta ancora risentendo della crisi irrisolta della CBL e dell’ondata di sanzioni internazionali che ne è seguita.
Esiste ovviamente un legame diretto tra il quasi collasso economico e il ruolo dei gruppi armati, radicati nell’economia energetica libica. Questi gruppi dominano zone economiche chiave, incluse strutture petrolifere e valichi di frontiera, traendo profitto dal contrabbando di carburante e dal racket di protezione, e assorbendo risorse statali. L’ONU documenta come le fazioni armate operino nell’economia informale, in particolare a Tripoli, Misurata e nelle città occidentali, sfruttando sussidi energetici e ricavi doganali. Allo stesso modo, le Forze Armate Arabe Libiche (LAAF) e altri gruppi fedeli a Haftar traggono vantaggi da attività illecite e traffici attraverso il controllo dei principali terminal petroliferi, di confini e corridoi del contrabbando nell’est e nel sud del Paese.
Il rapporto ONU fornisce anche informazioni su migrazione illegale e tratta di esseri umani, perpetrata da gruppi armati libici, sia a ovest che a est, con la complicità diretta o indiretta delle autorità statali. Per quanto i leader libici implicati nel crimine guadagnino molto più dal contrabbando di carburante, droga e armi che non dal traffico di migranti, hanno un interesse politico a soddisfare le richieste di governi europei (Italia inclusa) in materia migratoria in cambio di riconoscimento: una strategia che consente loro di restare al potere.
Oltre alle sfide rappresentate da un Paese instabile e mal governato come la Libia per la sicurezza dell’Europa e del Mediterraneo, sviluppi internazionali recenti rendono ancora più urgente un impegno UE. La Russia, presente in Libia da anni sia diplomaticamente che attraverso i mercenari del Gruppo Wagner (ribattezzato Africa Corps), ha recentemente compiuto una svolta strategica, trasferendo truppe e attrezzature dalla Siria alla Libia. I mercenari russi sono coinvolti in attività illecite, come il contrabbando di droga e l’estrazione di minerali. Attraverso una presenza politica, militare ed economica sempre più radicata, allineata con Haftar, Mosca mira a perseguire obiettivi strategici più ampi in Africa: accesso militare, influenza energetica e leva geopolitica contro l’Occidente.
Pertanto, l’UE dovrebbe adottare misure più decise per sostenere la missione UNSMIL nel promuovere elezioni, stabilizzare l’economia, proteggere i diritti umani e affrontare le crisi umanitarie e migratorie. Un impegno europeo coordinato è non solo cruciale per sostenere la stabilità e porre fine all’illegalità, ma anche per contrastare la strategia russa verso il sud del continente africano. Inoltre, l’ambiguità strategica dell’attuale amministrazione statunitense nei confronti della Russia e il suo approccio incoerente in Libia confermano che, non solo sul continente europeo, l’Europa deve fare affidamento sui propri mezzi per affrontare l’aggressivo espansionismo di Mosca.
Le contromisure europee presuppongono che i singoli membri dell’UE abbandonino i loro interessi concorrenti in Libia, che hanno a lungo indebolito l’azione internazionale. Oltre a sostenere con decisione gli sforzi dell’UNSMIL, l’UE dovrebbe fornire una leadership diplomatica aggiuntiva, investimenti finanziari e supporto tecnico mirato, al fine di offrire alternative credibili e sostenibili al popolo libico. A livello economico, l’UE potrebbe ampliare l’assistenza tecnica alla CBL e ad altre istituzioni finanziarie per sostenere l’unificazione del bilancio e riforme anticorruzione.
Inoltre, l’UE dovrebbe migliorare il coordinamento tra gli attori della sicurezza libici, incoraggiando il disarmo delle milizie e promuovendo strategie di riforma per l’unificazione istituzionale. Sulla migrazione, pur tra le difficoltà del clima politico europeo attuale, soluzioni dovrebbero includere l’espansione di percorsi sicuri e legali per i richiedenti asilo, come corridoi umanitari e programmi di integrazione. Smantellare seriamente le reti di traffico di esseri umani e sviluppare meccanismi di protezione comunitaria impone di evitare accordi con politici che traggono profitto dal traffico di esseri umani, nonché garantire l’accesso illimitato dell’ONU e delle ONG a tutti i centri di detenzione.
Per indebolire il ruolo della Russia in Libia occorre, ad esempio, espandere l’Operazione IRINI, la missione navale UE che fa rispettare l’embargo ONU sulle armi in Libia. Questo aiuterebbe a contrastare i traffici illegali di armi (molti dei quali legati agli interessi russi), ma anche a rafforzare lo scambio di intelligence e la sorveglianza sulle attività dei mercenari russi. Andrebbero inoltre avviate iniziative per contrastare la disinformazione russa e sostenere la società civile e le organizzazioni mediatiche libiche nel resistere alle narrazioni promosse dai media russi. Tali azioni potrebbero ricevere supporto dalla NATO, o da singoli membri dell’Alleanza. In generale, una revisione delle strategie regionali UE, da tempo in discussione, dovrebbe puntare a ristrutturare e rafforzare i partenariati con i vicini nordafricani della Libia, come Algeria ed Egitto, ed a cooperare con altri attori coinvolti e potenti, come la Turchia e gli Emirati Arabi Uniti.
* Andrea Cellino è vicepresidente del Middle East Institute Switzerland ed Executive-in-Residence del Geneva Centre for Security Policy.
Vertice a Istanbul tra Zelensky, Putin e Trump? Scenario incerto e prospettive limitate
Nathalie Tocci, Direttrice dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), è intervenuta a Spazio Transnazionale, la trasmissione condotta da Francesco De Leo su Radio Radicale.
Durante l’intervento ha fatto il punto sul conflitto in Ucraina, sottolineando i tentativi dell’amministrazione Trump di avviare negoziati. Tocci ha espresso dubbi sulla possibilità di un prossimo incontro a Istanbul tra Zelensky, Putin e Trump, ritenendo improbabile che il presidente russo sia realmente interessato a un cessate il fuoco. Nel corso dell’intervista, ha inoltre condiviso alcune riflessioni sul suo recente viaggio in Ucraina.
Il viaggio di Trump nel Golfo: verso una nuova alleanza tra USA e Arabia Saudita
Maria Luisa Fantappiè, responsabile del Programma Mediterraneo, Medioriente e Africa dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), è intervenuta a Spazio Transnazionale, la trasmissione condotta da Francesco De Leo su Radio Radicale.
Fantappiè ha commentato la visita di Donald Trump nei Paesi del Golfo, sottolineando come essa rappresenti una scommessa per costruire una relazione tra Arabia Saudita e Stati Uniti analoga a quella che Washington intrattiene con Israele. Un cambiamento strategico da parte dell’Arabia Saudita, che punta a diventare — insieme a Israele — uno degli alleati fondamentali degli Stati Uniti nella regione.