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Nuovi picchi, vecchi timori: se torna a salire lo spread tra Btp e Bund

Lo spread tra Btp e Bund torna a salire. La causa? Le dichiarazioni della presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde di giovedì 28 ottobre, al termine della riunione del Consiglio direttivo dell’istituto di Francoforte: la Bce non prorogherà il Pandemic Emergency Purchase Program (Pepp) dopo la scadenza prevista per marzo 2022. Il programma – affiancato al Quantitative easing nel marzo dello scorso anno – è stato progettato per acquistare titoli pubblici e privati per un valore complessivo di 750 miliardi di euro, con l’obiettivo di tenere alti i prezzi dei beni finanziari ed ammortizzare la caduta economica causata dal Covid-19.

Tuttavia, l’annuncio della fine del Pepp ha causato un rialzo dei tassi di interesse nelle economie dell’Europa meridionale – tra cui quella italiana, che ha maggiormente risentito della volatilità dei mercati finanziari. Il mercato dei bond italiano ha visto il rendimento dei titoli di Stato crescere di 0,2 punti percentuali in pochi giorni, mentre lo spread è volato a 130 punti base: è il valore più alto da luglio 2020. Tuttavia, le prospettive non sono del tutto infauste, sebbene ravvivino ricordi infelici.

Nell’ultimo decennio lo spread è stato l’indesiderato protagonista della storia economica italiana e continua ancora oggi a spaventare gli osservatori. Il differenziale tra Btp e Bund preoccupa perché è sintomo del divario tra i rendimenti dei titoli di stato tedeschi (considerati il riferimento per affidabilità finanziaria in Europa) e quelli italiani, ed il suo rialzo è dato della crescente sfiducia degli investitori nella capacità dello stato di ripagare l’interesse sul debito. Nello scenario di questi giorni il prezzo dei Btp scende – al calare della domanda – ed il tasso di interesse sale. In altri termini, il maggior rendimento dei titoli italiani è indice della loro rischiosità.

Storia di un termine antipatico
Lo spread entrò a far parte del linguaggio comune degli italiani fra il 2011 ed il 2012, quando le conseguenze della crisi finanziaria colpirono Piazza Affari: l’indicatore si alzò fino a toccare i 550 punti nel novembre del 2011 ed il rendimento dei buoni del tesoro schizzò oltre il 7%. Con l’Italia anche Spagna, Portogallo, Irlanda e Grecia in particolare videro i propri tassi di interesse salire a causa di un alto rischio di default percepito dai mercati. Da allora in avanti si susseguirono le dimissioni dell’allora presidente del Consiglio Berlusconi, il governo Monti – che tentò la riforma Fornero e che ebbe risultati altalenanti nel contenimento dello spread – il “whatever it takes” del capo della Bce Draghi del luglio 2012 ed il quantitative easing della Bce, la quale agì come prestatore di ultima istanza acquistando titoli dai governi più finanziariamente instabili per proteggerli dagli attacchi speculativi e dal fallimento; da quel momento, l’opinione pubblica italiana non sentì parlare regolarmente di spread fino all’insediamento del governo Conte 1.

L’ostilità dei gialloverdi verso i parametri dell’Unione europea, il “contratto del cambiamento” e le esplicite tendenze antieuropeiste dell’esecutivo allarmarono i mercati finanziari, facendo decollare il differenziale di rendimento: toccò un picco di 326 punti base nel novembre 2018, rimanendo in media sui 259 punti base sino all’insediamento del governo Conte 2, che riportò relativa stabilità. La pandemia di Covid-19 e l’approccio incerto della Bce fecero risalire i tassi di interesse fino all’annuncio del Pepp, che frenò l’ascesa dello spread tramite un massiccio acquisto di debito pubblico. Infine, l’“effetto Draghi” del febbraio scorso generò serenità negli investitori, ed i mercati finanziari risposero positivamente al nuovo esecutivo formato dall’ex presidente della Bce. Lo spread è rimasto invariato da allora, mantenendosi su una media di circa 100 punti base, fino appunto alle parole di Lagarde.

Cos’è cambiato
La nuova spirale ascendente è cominciata in seguito alle dichiarazioni di Lagarde in merito alla fine del Pepp. La presidente della Bce ha inoltre affermato che non ci sono ancora valide ipotesi per evitare una riduzione negli acquisti dopo la scadenza del programma pandemico: pur restando accomodante, la Bce potrebbe allentare la rete di protezione costruita durante il Covid-19. Sebbene i mercati si aspettino l’introduzione di un qualche meccanismo di compensazione dopo la rimozione del Pepp, le dichiarazioni di Lagarde non hanno trasmesso particolari rassicurazioni agli investitori. Inoltre, l’incalzante inflazione e la decisione di più banche centrali – come Fed e Bank of Canada – di rallentare il ritmo di acquisto di asset sul mercato pesa sui titoli dei paesi con una condizione finanziaria molto deficitaria. L’Italia è uno di questi: per anni beneficiario dell’ampio intervento della Bce e con un consistente debito pubblico accumulato negli anni, il nostro paese soffre particolarmente le ripercussioni sul mercato dei bond.

Arrivano però anche buone notizie: con la crescita che sembra superare le aspettative e la conseguente diminuzione della necessità di emettere titoli di stato, la capacità del paese di attrarre acquisti sui Btp sta crescendo. Ulteriore conforto arriva dai movimenti dei mercati: lo spread è calato, la scorsa settimana, da 130 a 125 punti base. Insomma, le prospettive di crescita italiane e la situazione politica stabile sembrano suggerire che l’allargamento delle ultime giornate non sia che una reazione eccessiva dei mercati. C’è però da chiedersi cosa succederà quando l’aiuto della Bce cesserà, o verrà contenuto; rimane di certo l’impellente necessità di rafforzare la fiducia degli investitori, consolidando così il valore del Btp per renderlo autonomo dalla stabilizzazione della politica monetaria di Francoforte.

Foto di copertina di EPA/Julien Warnand.

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La legge di bilancio scompagina l'”accozzaglia” in Portogallo

“Questa è una crisi incomprensibile per i portoghesi” ha tuonato il presidente della Repubblica del Portogallo Marcelo Rebelo de Sousa annunciando il 4 novembre scorso la nuova data delle elezioni anticipate nel Paese, il 30 gennaio.

Le elezioni si sono rese necessarie dopo che il governo socialista di minoranza guidato dal primo ministro António Costa ha ricevuto la porta in faccia della sfiducia proprio da quei partiti grazie al cui appoggio esterno guidava il Portogallo da sei anni, quello comunista di Jerónimo de Sousa e il Bloco de Esquerda di Catarina Martins, che hanno sommato i loro voti a quelli delle opposizioni di destra e centrodestra bocciando il budget dello Stato.

Anche se il ricorso alle urne anticipate è diventato inevitabile, almeno nell’opinione di Costa e Rebelo de Sousa, va però detto che nessuno desidera davvero andare al voto, con una probabile quarta ondata pandemica in arrivo ma anche per diverse altre ragioni. Né il governo in carica (che traghetterà il Portogallo fino alle prossime elezioni) né le opposizioni, né gli elettori.

Una congiuntura particolare
Il Portogallo, visto con gli occhi dell’osservatore europeo, è un po’ come la Grecia: un piccolo Paese che finisce sulle prime pagine se sta per fallire o è cascato in pieno default; o se va a fuoco, cosa che come conseguenza del cambiamento climatico capita sempre più spesso. In modo meno propagandato rispetto ad altri Paesi membri dell’Ue finiti a un passo dal tracollo dopo la crisi del 2008, il Portogallo non solo si è silenziosamente tirato indietro rispetto al baratro dove si trovava, ma lentamente stava marciando verso sempre più decisi margini di miglioramento. Prima della pandemia stava progredendo con un tasso di crescita annuo del Pil del 3,5%.

Appunto, stava. Non tanto per la crisi di governo, quanto perché la crescita non è stata omogenea quanto avrebbero voluto i portoghesi, e perché la pandemia (che fra i lusitani – 10 milioni di abitanti – ha fatto oltre 18mila vittime) ha avuto un pesante impatto sull’economia. A soffrire in particolare è stato il settore turistico, che garantisce corpose entrate al piccolo Stato che si affaccia sull’Atlantico: il comparto ha visto un crollo del suo volume di affari delll’84%. Un effetto dovuto anche al massiccio ricorso ai lockdown che hanno preservato lo Stato da un’ulteriore catastrofe sanitaria, ma anche acuito una sperequazione sociale che aveva già generato parecchie proteste.

Un divorzio scomodo per tutti
Il fronte della sinistra ha visto non solo consumarsi un deragliamento tra il governo di minoranza e i suoi sostenitori, ma ha anche visto in buona parte disattese o deluse le sue aspettative per il prossimo voto. Motivi di crisi si erano già visti nel 2019, quando fu chiaro a tutti che la “geringonça”, il fragilissimo gioco di equilibri tra Ps, Pc e Be, prima o poi non avrebbe retto alle tensioni. Nel 2019 il leader del partito socialista Costa era stato riconfermato alla guida del Paese, con una traballante coalizione – letteralmente, visto che veniva chiamata “l’accozzaglia” – di sinistra. Il “segreto” del suo successo è stato un’alleanza sì con i partiti storici della Esquerda, ma con programmi che sono riusciti a tenere occupato ance il terreno della destra, promuovendo una serie di riforme che hanno attirato capitali e investimenti stranieri, compresa la più dibattuta e singolare di tutte come quella sulla detassazione delle pensioni per i residenti non abituali.

Nel mirino dello scontento delle opposizioni, in particolare di Be, il rifiuto da parte del governo di tutta una serie di misure proposte dal Bloco: dallo sblocco delle pensioni, a un trattamento privilegiato per i dipendenti del comparto sanitario, dalla riforma sugli straordinari alla contrattazione collettiva. Ma a creare un solco profondo tra governo e alleati è stato soprattutto il progetto di rincaro del carburante: un aumento che porterebbe la benzina a quasi due euro al litro, con conseguente reazione a catena su tutti i settori economici dipendenti dal trasporto su gomma.

Nel mentre, anche il leader del Pc Jerónimo de Sousa ha già fatto sapere che la gerinconça è morta e sepolta, anche se è difficile credere che questo chiuda la porta a nuovi accordi col Ps. Il 67% dei portoghesi intervistati in un sondaggio di Aximage ha dichiarato che voterà per uno dei tre partiti della precedente coalizione; il Ps, di questo bacino elettorale, riuscirebbe ad assorbire il 28%, mentre un sondaggio di opinione dà il partito praticamente per vincitore con il 36% delle preferenze. Inoltre, se anche il Ps ha sofferto le elezioni amministrative dello scorso settembre, Pc e Be hanno subito un tracollo, per di più pure in città simbolo come Coimbra, sede universitaria e straordinario patrimonio Unesco, di immenso prestigio per il Portogallo.

Fare le cose bene, ma con calma
A determinare come andrà questa nuova campagna elettorale sarà però soprattutto il corpo elettorale portoghese – straordinariamente vivo e partecipativo nelle forme di “democrazia dal basso” rispetto ad altri cugini europei –  nonostante alle scorse urne del 2019 sia distinto per una corposa percentuale di astensionisti. Alle presidenziali infatti non votò oltre il 51% degli aventi diritto, il dato peggiore dalla fine della dittatura salazarista. E se c’è chi ha già salutato con un tiepido favore la decisione di programmare le prossime elezioni per il 30 gennaio prossimo invece che due settimane prima, è anche vero che in molti ne avrebbero fatto a meno. Il 59% dei portoghesi è favorevole a tornare alle urne, ma il 54% boccia l’anticipazione delle elezioni sostenendo che c’erano altre opzioni da seguire: ad esempio un nuovo accordo sulla Legge di Bilancio tra socialisti e lo sfidante conservatore, il Partito Social Democratico, che dopo aver strappato alla sinistra Lisbona nelle amministrative di questo settembre attualmente potrebbe guadagnare, dalle proiezioni delle intenzioni di voto, un 22% alle urne. In ogni caso, sembra che per i portoghesi sia meglio “fare il governo” più tardi, ma farlo bene.

D’altra parte, è stato lo stesso presidente della Repubblica Rebelo de Sousa a dichiararlo: “Avremmo fatto tutti a meno di un’elezione appena pochi mesi dopo un’altra. Ma è il percorso che dobbiamo intraprendere per ricostituire la certezza, la sicurezza, la stabilità dopo questo rifiuto del bilancio”. Se i numeri restano gli stessi di adesso, il Ps potrebbe trovarsi di nuovo nella condizione di essere un vincitore senza numeri per una maggioranza. Ma questa volta senza nessuna “accozzaglia” a cui votarsi.

Foto di copertina EPA/Tiago Petinga

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Giappone ai conservatori: vincono Kishida e lo status quo

Preannunciate come appuntamento elettorale più interessante degli ultimi dieci anni, le  elezioni di domenica 31 ottobre in Giappone sono state all’altezza delle aspettative. Nonostante alcuni osservatori avessero pronosticato una possibile affermazione dei partiti di opposizione, il verdetto delle urne è stato opposto: ha vinto ancora la coalizione conservatrice – Partito Liberal Democratico (Pld) e Kōmeitō – e l’alleanza dei partiti di opposizione ha fallito su tutta la linea.

Tuttavia, nella Camera dei rappresentanti c’è un partito – Nippon Ishin no kaiche ha quadruplicato i propri seggi. Inoltre, ci sono state sconfitte clamorose di candidati di vecchia data, che testimoniano la necessità di un ricambio generazionale nella politica giapponese.

La Camera bassa viene eletta attraverso un sistema elettorale misto che combina il sistema maggioritario nei 289 collegi uninominali (Smd) e il sistema proporzionale negli 11 blocchi elettorali (Pr) in cui è suddiviso il Paese. Ogni elettore ha espresso due voti: uno per il candidato e uno per il partito politico.

La  coalizione Pld/Kōmeitō ha eletto 293 parlamentari tra collegi uninominali (Smd) e rappresentanza proporzionale (Pr); tra questi, 261 sono parlamentari del Pld, una vittoria personale per il Primo ministro Kishida Fumio. Si tratta di un numero che garantisce il pieno controllo della Camera dei rappresentanti (la maggioranza è 233), in quanto il Pld può presiedere tutti i comitati permanenti. Nonostante la perdita di alcuni seggi rispetto al 2017, il dato politico più importante è che cittadini e cittadine giapponesi abbiano ancora una volta preferito lo status quo. L’insoddisfazione nella gestione della pandemia e della campagna vaccinale e il basso tasso di approvazione del neo-insediato gabinetto Kishida – colpevole di non essersi distanziato troppo dall’ala più conservatrice del partito – non hanno trasformato l’elezione in un “referendum” contro il Pld.

I seggi conquistati consentono al Primo ministro Kishida di governare con serenità e di focalizzarsi, in primo luogo, sulla ripresa economica del Paese dopo la pandemia. Al tempo stesso, non ci si aspettano decisioni politiche determinanti su questioni controverse – come l’aumento del budget per la difesa – poiché, fra nove mesi, Kishida dovrà fronteggiare un nuovo appuntamento elettorale. A luglio 2022 verranno rinnovati i membri della Camera dei consiglieri (anche detta Camera alta), l’altro ramo della Dieta giapponese. Pertanto, è probabile che la coalizione di maggioranza mantenga un basso profilo fino all’estate.

La sorpresa delle elezioni: Nippon Ishin no kai
Fondato nel 2015 dal governatore e dal sindaco di Osaka, il partito Nippon Ishin no kai ha quadruplicato i propri seggi, diventando il terzo partito della Camera bassa. Ishin no kai è un partito dalla forte identità regionale ma, oltre ad aver vinto quasi tutti i seggi Smd nella prefettura di Osaka, ha ottenuto numerosi voti di lista (Pr) al di fuori del proprio distretto di appartenenza. In linea con l’ala più conservatrice del Pld per quanto riguarda le politiche di sicurezza e di difesa, nonché sulla revisione dell’articolo 9 della Costituzione, il partito ha dichiarato di non voler entrare nella maggioranza, né tantomeno di volersi schierare con l’opposizione.

Nonostante Ishin no Kai abbia spodestato il Kōmeitō come terzo partito per rappresentanza, il Pld non avrebbe comunque rinunciato al proprio alleato di vecchia data. Anche se non ci saranno cambiamenti nella maggioranza, sarà interessante vedere come Ishin no kai – sicuramente più vicino al Pld rispetto a Kōmeitō in materia di difesa – contribuirà al dibattito sulla sicurezza nazionale.

Il fallimento dell’opposizione
Il tentativo di alleanza tra il Partito democratico costituzionale (Cdp) e il Partito comunista (Cpj) – e di altri partiti più piccoli – si è rivelato un fallimento totale.  Il patto elettorale ha consentito di presentare candidati comuni e combattere un maggior numero di sfide “testa a testa” contro gli esponenti della maggioranza. Tuttavia, non ha convinto gli elettori perché la troppo evidente distanza politica tra i partiti – specialmente sulla costituzionalità delle Forze di autodifesa (Jsdf) e sul trattato di sicurezza tra Giappone e Stati Uniti. Rispetto alle elezioni del 2017, entrambi i partiti hanno perso seggi (14 il Cdp e 2 il Cpj).

L’affluenza al 55%, il terzo dato più basso dalla Seconda guerra mondiale,  ha contribuito alla disfatta dell’opposizione.  Questa situazione ha favorito Pld e Kōmeitō, che hanno un’efficace macchina elettorale regionale in grado di mobilitare i propri sostenitori. L’elezione di domenica, con un’affluenza così bassa, ha riportato alla luce uno dei dilemmi più significativi per l’opposizione: se i due partiti si alleano, si indeboliscono per la distanza politica ma se non si alleano e sostengono candidati diversi, il voto anti-Pld viene frammentato e nessuno dei due partiti riesce a sconfiggere i candidati della maggioranza. Inoltre, secondo le proiezioni, il 74% dei parlamentari eletti era già in carica e un terzo aveva già un tipo di incarico a livello locale. Questo è un altro segnale che l’opposizione deve prima costituire una base solida a livello locale-regionale per poter impensierire la maggioranza conservatrice alle prossime elezioni.

Sconfitte di alto profilo e ricambio generazionale
Sia a destra sia a sinistra, ci sono state sconfitte inaspettate di candidati di vecchia data. Per i conservatori, la sconfitta più clamorosa è stata quella di Amari Akira, primo segretario del Pld a perdere nel proprio collegio uninominale. La sua sconfitta – e le conseguenti dimissioni – hanno innescato un cambiamento interno al Pld ed è probabile che  al suo posto venga nominato segretario Motegi Toshimitsu, attuale ministro degli Esteri.

Al posto di Motegi potrebbe essere scelto Hayashi Yoshimasa, personaggio politico di lungo corso che, in passato, si è scontrato direttamente con Abe. La scelta di Hayashi potrebbe essere il segnale di un primo allontanamento dalla linea di Abe, promesso da Kishida ma finora mai messo in pratica. Per l’opposizione, la sconfitta più scottante è stata quella di Ozawa Ichiro – alla Camera bassa dal 1969 – nel proprio collegio uninominale. Anche se entrambi rientreranno alla Camera bassa tramite il meccanismo dei voti di lista (Pr), la loro sconfitta negli Smd testimonia la richiesta da parte dei giapponesi di un cambiamento generazionale nella politica.

L’affermazione di Kishida stesso – giovane per gli standard della politica giapponese – ne è un ulteriore segnale.

A cura di Veronica Barfucci, caporedattrice Asia de Lo Spiegone

Foto di copertina Oli Scarff/ AFP

***Lo Spiegone è una testata giornalistica formata da studenti universitari e giovani professionisti provenienti da tutta Italia e sparsi per il mondo con l’obiettivo di spiegare con chiarezza le dinamiche che l’informazione di massa tralascia quando riporta le notizie legate alle relazioni internazionali, della politica e dell’economia.

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Aggressione: l’Italia ratifica gli emendamenti allo Statuto della Cpi

Il 4 novembre scorso la Camera dei deputati ha approvato definitivamente la legge che autorizza il presidente della Repubblica a ratificare gli emendamenti allo Statuto di Roma della Corte penale internazionale (Cpi) adottati dalla Conferenza di revisione di Kampala nel 2010. Il Senato si era già espresso favorevolmente l’8 gennaio 2020.

Gli emendamenti hanno ad oggetto l’introduzione della definizione del crimine di aggressione (art. 8 bis), la previsione delle condizioni per l’esercizio da parte della Cpi della giurisdizione su tale crimine (art. 15 bis e 15 ter) e l’ampliamento dei crimini di guerra (art. 8, par. 2, lett. e), xiii, xiv, e xv).

Il crimine di aggressione è definito dal nuovo art. 8 bis dello Statuto come “la pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione … di un atto di aggressione che, per la sua natura, gravità o magnitudine, costituisca una violazione manifesta della Carta delle Nazioni Unite” (par. 1). Per atto di aggressione deve intendersi “l’uso della forza armata da parte di uno Stato contro la sovranità, l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di un altro Stato o in altro modo incompatibile con la Carta delle Nazioni Unite” (par. 2).

Sono elencati come atti di aggressione tra gli altri: l’invasione, l’occupazione e il bombardamento del territorio di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato; il blocco dei porti e delle coste; e l’invio da parte di uno Stato di irregolari o mercenari che conducano atti di violenza contro un altro Stato equiparabili per gravità agli atti di aggressione elencati (par. 2). Rispondono del crimine di aggressione gli individui che si trovino “in una posizione tale da controllare o dirigere effettivamente l’azione politica o militare di uno Stato” (par. 1). In pratica, possono essere processati per questo crimine solo i vertici politici e militari di uno Stato.

La Cpi può esercitare la sua giurisdizione sul crimine di aggressione a partire dal 17 luglio 2018, secondo le disposizioni dei nuovi articoli 15 bis e 15 ter dello Statuto. Finora, tuttavia, il Procuratore non ha aperto alcuna indagine al riguardo.

Le conseguenze per l’Italia
Gli emendamenti adottati a Kampala entreranno in vigore per l’Italia un anno dopo il deposito della ratifica presso il Segretario Generale delle Nazioni Unite, in base all’art. 121, par. 5 dello Statuto. Dopo la loro entrata in vigore, la Cpi potrà giudicare gli individui al vertice dell’apparato politico e militare italiano che dovessero essere accusati della pianificazione, preparazione, avvio o esecuzione di atti di aggressione aventi le caratteristiche indicate nel sopra citato art. 8 bis. Tuttavia, essendo complementare ai tribunali nazionali, la Corte potrà procedere solo in caso di mancanza di volontà o incapacità di condurre le indagini e celebrare il processo da parte dell’Italia e degli altri Stati che dovessero avere giurisdizione sul caso, ai sensi dell’art. 17, par. 1, lett. a) e b) dello Statuto.

Al fine di rendere possibile la conduzione di indagini e la celebrazione di processi in Italia per il crimine di aggressione, è indispensabile prevedere tale fattispecie criminosa nel diritto interno. La legge di autorizzazione alla ratifica appena approvata contiene soltanto l’ordine di esecuzione degli emendamenti di Kampala a decorrere dalla data della loro entrata in vigore (art. 2).

L’ordine di esecuzione è il procedimento consueto di adattamento dell’ordinamento italiano ai trattati di cui l’Italia diviene parte. Esso è tuttavia insufficiente a rendere operanti in Italia le disposizioni pattizie non self-executing, come quelle che prevedano la repressione di crimini internazionali per i quali non esistano già corrispondenti norme interne a carattere punitivo. Per dare attuazione a tali disposizioni si procede di solito all’inserimento di apposite norme di adattamento nella stessa legge di autorizzazione alla ratifica e/o all’emanazione di provvedimenti normativi successivi.

Il recepimento delle fattispecie criminose
Invero, negli oltre ventidue anni trascorsi dall’adozione della legge n. 232 del 1999, contenente l’autorizzazione alla ratifica e l’ordine di esecuzione dello Statuto della Cpi, non è stata adottata una legislazione di recepimento delle numerose fattispecie criminose da questo previste e non contemplate dal diritto interno. Ad esempio, non sono specificamente puniti nell’ordinamento italiano atti qualificati come crimini contro l’umanità, come lo sterminio, la persecuzione e l’apartheid. Lo stesso è a dirsi di atti costituenti crimini di guerra come il reclutamento di bambini soldato e l’attacco contro personale, installazioni o veicoli impiegati in una missione di peacekeeping o di assistenza umanitaria. La disciplina dei crimini di guerra è contenuta nel codice penale militare di guerra, che risale al 1941 e non è stato finora oggetto di una riforma organica.

Con la legge n. 237 del 2012, si è provveduto soltanto all’adeguamento alle disposizioni dello Statuto concernenti la cooperazione degli Stati parti con la Cpi e i reati contro l’amministrazione della giustizia. Peraltro, il mancato adeguamento alle disposizioni di carattere sostanziale dello Statuto può pregiudicare la piena cooperazione dell’Italia con la Corte.

In considerazione di tutto ciò, è auspicabile che il Parlamento non tardi oltre e doti l’Italia di una legge organica che assicuri la repressione del crimine di aggressione e di tutti gli altri crimini previsti dallo Statuto di Roma e dagli emendamenti che essa abbia ratificato, stabilendo altresì la loro imprescrittibilità conformemente all’art. 29 dello Statuto stesso.

Gli altri emendamenti da ratificare
Peraltro, dopo la Conferenza di revisione di Kampala, l’Assemblea degli Stati parti ha adottato ulteriori emendamenti allo Statuto nel 2015, nel 2017 e nel 2019. L’Italia ha finora ratificato solo l’emendamento approvato nel 2015, avente ad oggetto l’abrogazione di una disposizione transitoria dello Statuto (art. 124).

È auspicabile che il Parlamento autorizzi il presidente della Repubblica a ratificare anche gli emendamenti adottati nel 2017 e nel 2019, i quali ampliano l’elenco dei crimini di guerra su cui la Corte penale internazionale ha giurisdizione, e lo faccia in tempi meno lunghi di quelli occorsi per gli emendamenti di Kampala.

Foto di copertina ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

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Le ong palestinesi designate come organizzazioni terroristiche e le difficoltà Ue

Dopo la violenta escalation di maggio e l’insediamento del nuovo governo di coalizione in Israele, si è tornati a parlare di Palestina. A far notizia è la decisione del 22 ottobre scorso del ministro della Difesa Benny Gantz che, appellandosi ad una controversa Legge Antiterrorismo del 2016, ha designato sei ong palestinesi, attive da molti anni nella difesa dei diritti umani, come “organizzazioni terroristiche”

Le ong colpite sono Addameer Prisoner Support and Human Rights Association, Al-Haq, Bisan Center for Research and Development, Defense for Children International-Palestine (Dci-p), Union of Agricultural Work Committees (Uawc) e Union of Palestinian Women’s Committees (Upwc). Secondo le accuse israeliane, tali gruppi operano sotto copertura per conto del Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, formazione da anni designata come gruppo terroristico da Israele, Stati Uniti e Unione europea.

Le prove rimangono secretate e le organizzazioni stesse hanno negato con forza ogni accusa. Gli effetti della decisione, tuttavia, sono considerevoli: chiunque lavori con queste ong o le finanzi rischia l’arresto. Tutto questo mira a compromettere i rapporti con i donors internazionali, l’Ue prima fra tutti, vista la sua collaborazione di lunga durata con molte delle organizzazioni incriminate.

“Decisione spaventosa”
L’annuncio ha destato forti reazioni internazionali. L’Alto Commissario Onu per i diritti umani l’ha definito un “inaccettabile attacco alle libertà”. “Decisione spaventosa e ingiusta” la replica congiunta di Human Rights Watch e Amnesty International, che – oggetto esse stesse di ripetute critiche e accuse da parte di Israele – da tempo collaborano con alcune delle ong coinvolte. L’organizzazione per i diritti umani israeliana B’Tselem ha invece parlato di “atto di codardia” tipico di regimi autoritari repressivi.

L’amministrazione Biden ha accolto con sorpresa l’annuncio di Gantz, affermando di non essere stata preventivamente informata e di attendere chiarimenti. L’Ue ha fatto sapere di prendere seriamente in considerazione le accuse, ricordando, tuttavia, che in passato simili affermazioni si sono spesso rivelate infondate.

Non è la prima volta che l’Ue, principale donor internazionale della Palestina, viene accusata di sostenere gruppi affiliati con organizzazioni terroristiche. Nel 2019, è stata aggiunta una clausola a tutti i contratti di finanziamenti Ue alle ong, nella quale viene stabilito che i fondi non potranno essere destinati a enti o personalità affiliate a gruppi riconosciuti come terroristiche dall’Ue. Stando a quanto riportato da Ngo-Monitor, un organo di lobby e monitoraggio con strettissimi legami con il governo israeliano, nel periodo 2011-2019, l’Ue avrebbe autorizzato 38 milioni di euro ad ong che Israele sostiene siano collegate a gruppi terroristici.

Ancora una volta però le prove rimangono scarne, e sono in molti quindi a considerare queste accuse un semplice tentativo di limitare i finanziamenti alla società civile palestinese. Secondo l’Associazione israeliana per i Diritti Umani, la dichiarazione di Gantz costituisce infatti solo l’ultimo di un crescendo di tentativi di diffamazione e delegittimazione delle associazioni palestinesi e israeliane attive nella difesa dei diritti umani.

La disfida delle olive
In territorio occupato, nel frattempo, le violazioni dei diritti umani sono in crescente aumento. Basti pensare a quanto sta accadendo durante la raccolta delle olive. Ormai da decenni, infatti, tra restrizioni di accesso imposte dall’esercito e violenze perpetrate da coloni israeliani, i contadini palestinesi sono sempre più presi di mira. La Croce Rossa Internazionale calcola che tra agosto 2020 e agosto 2021 più di 9.300 olivi sono stati distrutti per mano dei coloni.

Quest’anno, soltanto ad ottobre – mese in cui inizia la stagione di raccolta –, tra ulivi sradicati (più di 1.400) e aggressioni violente, si stimano 58 attacchi. Questi episodi s’inseriscono in un quadro più ampio di aumento delle violenze da parte dei coloni. Secondo l’Ocha, nel 2021, si sono registrati 389 attacchi nei confronti della popolazione palestinese. Molte organizzazioni per i diritti umani e la stessa Onu denunciano il clima di impunità: non solo gli aggressori non vengono quasi mai puniti, ma gli attacchi vengono spesso perpetuati sotto gli occhi dell’esercito.

Il 28 settembre, ad esempio, nel villaggio di al-Mufaqarah in Cisgiordania occupata è avvenuto un attacco definito tra i peggiori degli ultimi anni. B’Tselem ha parlato di “pogrom”: un gruppo di diverse decine di coloni, alcuni armati, si è scagliato contro il villaggio, distruggendo abitazioni e veicoli, ferendo 29 civili, tra cui un bambino di tre anni.

Se l’accaduto ha prodotto reazioni a livello internazionale, anche la continua espansione degli insediamenti israeliani desta critiche. A seguito dell’ennesimo annuncio di oltre 3,100 nuove unità abitative nelle colonie, l’Ue, rimarcandone l’illegalità, ha intimato il governo a desistere, ma le costruzioni continuano a passo spedito. B’Tselem calcola che il numero di coloni in Cisgiordania (esclusa Gerusalemme Est) è aumentato del 222% negli ultimi 20 anni.

La credibilità della diplomazia europea
L’annuncio di venerdì scorso sottolinea le difficoltà della diplomazia europea nel contesto israelo-palestinese. Il sostegno economico alla società civile palestinese – da sempre elemento cardine dell’appoggio europeo alla formula a due Stati – sembra ora collidere con la volontà, suggellata anche dalle recenti trasferte europee del ministro degli Esteri israeliano, di inaugurare una nuova pagina di distensione nei rapporti Europa-Israele.

L’uscita di scena di Netanyahu, infatti, non ha avviato alcun cambiamento di rotta sulla questione palestinese. Al contrario. L’occupazione avanza, così come i suoi costi: per i palestinesi in primis, ma anche per la società israeliana e per la credibilità della diplomazia europea

Foto di copertina Caterina Maggi

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Nicaragua: Daniel Ortega corre senza avversari

Il Nicaragua si prepara alle elezioni del 7 novembre con l’opposizione a Daniel Ortega completamente annientata e priva di candidature. L’attuale presidente, leader del Frente Sandinista de Liberación Nacional che destituì il dittatore Anastasio Somoza nel 1980, sarà molto probabilmente riconfermato assieme alla sua storica compagna, la vicepresidente Rosario Murillo, per il quarto mandato consecutivo, il quinto in totale.

Saranno 4,3 i milioni di nicaraguensi che si recheranno alle urne per scegliere il presidente, il vicepresidente, i 90 deputati della Asamblea Nacional e i 20 del Parlamento centramericano. I risultati provvisori arriveranno solo il 15 novembre, mentre l’insediamento è previsto il 10 gennaio del prossimo anno.

Un candidato senza oppositori
La Polizia nazionale del Nicaraguaha arrestato finora 37 oppositori tra politici, attivisti e imprenditori, tra cui sette pre candidati alla presidenza. La maggior parte è stata accusata di cospirazione, riciclaggio o tradimento grazie alla controversa legge 1055 per “la difesa dei diritti del popolo all’indipendenza, la sovranità e l’autodeterminazione per la pace”.

La prima a subire la condanna è stata Cristiana Chamorro, figlia dell’ex presidente Violeta Barrios de Chamorro e di Pedro Joaquín Chamorro, eroe nazionale assassinato dalla dittatura di Somoza. Poco dopo l’annuncio della sua candidatura, è scoppiato il caso per il presunto delitto di riciclaggio che coinvolgerebbe la fondazione che porta il nome della madre, da tempo finanziatrice del giornalismo indipendente.

Da quel momento, la destituzione degli altri aspiranti alla presidenza non si è mai fermata: dopo un viaggio negli Stati Uniti è stato detenuto l’ex ambasciatore Arturo Cruz, poi Félix Maradiaga, Miguel Mora, il leader campesino Medardo Mairena, Noel Vidaurre e uno dei favoriti nei sondaggi, Juan Sebastián Chamorro. María Asunción Moreno e l’ex comandante dei contras, i controrivoluzionari sostenuti dalla Cia durante la guerra civile, Luis Fley, hanno abbandonato il Paese.

Il colpo di grazia è arrivato il 6 agosto, con l’inabilitazione del partito Alianza Ciudadanos por la Libertad (ACxL). Il regime ha sfruttato una denuncia presentata dal Partito Liberal Constitucionalista (PLC), uno dei cosiddetti “collaborazionisti” di Ortega. L’argomento principale che ha portato all’accusa di “violazione della legge elettorale” riguarda la doppia nazionalità nicaraguense e statunitense della presidente di ACxL, Kitty Monterrey. Il Poder Electoral ha quindi deciso di annullare il passaporto nicaraguense e di cancellare il suo documento di identità e il certificato di nascita, portando all’esclusione del partito dalle elezioni.

La rottura con gli imprenditori e il fronte “collaborazionista”
Anche la lista degli imprenditori è molto lunga, ma è importante citare la destituzione di Michael Healy come dirigente del Consejo Superior de la Empresa Privada (Cosep), che è avvenuta poco dopo quella del suo predecessore José Adan Aguerri. Quest’ultimo ha inaugurato la rottura tra Ortega e la classe imprenditrice, che da tempo seguiva un modello definito “dialogo e consenso” per assecondare reciproci interessi.

La connivenza tra il potere politico ed economico è finita quando Aguerri ha condannato la riforma delle pensioni del 2018, che avrebbe portato a un aumento dei costi per gli imprenditori. Proprio da quella iniziativa scaturì la più importante protesta contro il regime, con una repressione che causò oltre 300 morti. Il Cosep ha cominciato quindi a sviluppare una posizione molto dura contro Ortega, appoggiando le mobilitazioni della società civile.

Per quanto le elezioni sembrino a senso unico, la Alianza Unida Nicaragua Triunfa, capitanata dal Frente Sandinista de Liberación Nacional di Murillo e Ortega non è l’unica lista che gli elettori potranno scegliere il 7 novembre. Le altre formazioni sono però tutte accusate di essere “collaborazioniste” e condividono una storia di compromessi e vicinanza al governo sandinista.

Tra questi, il Plc, responsabile della denuncia contro ACxL, pur essendo il partito più noto tra quelli rimasti in lizza, sarà rappresentato da Walter Espinoza, un deputato quasi sconosciuto. Lo stesso vale per Alfredo Montiel, dell’Alianza Liberal Nicaraguense, che non ha mai parlato con la stampa. C’è anche chi nega di assecondare il regime, come il pastore evangelico Guillermo Osorno, candidato di Camino Cristiano e alleato di Ortega nelle elezioni del 2011 e 2016. Carlos Canales, aspirante alla presidenza di Alianza por la República, ha persino minacciato di denunciare i giornalisti per diffamazione.

Le previsioni
I sondaggi pre-elettorali nicaraguensi sono storicamente poco affidabili, come dimostra il caso delle elezioni del 1990. Il Frente Sandinista era dato a oltre 16 punti di vantaggio sulla Unión Nacional Opositora, che poi vinse con il 54% delle preferenze. Quelli di adesso invece hanno posizioni diverse.

Il Cid Gallup segnala che Ortega otterrebbe solo il 19% di fronte al 65% di un qualsiasi candidato “oppositore”, se ce ne fossero. Nello stesso sondaggio, il 77% ha dichiarato di non simpatizzare per nessuno dei candidati, considerati “comparse”, e il 56% non ha alcuna fiducia nel Consiglio Supremo Elettorale.

Per M&R Consultores, invece, Ortega e Murillo godrebbero del 60% delle preferenze, mentre il 67,8% degli intervistati sosterrebbe l’operato del regime a pieni voti. Alla coppia presidenziale basta molto meno per essere riconfermati e questa volta le condizioni in cui le elezioni si producono lasciano poco spazio a qualsiasi margine d’errore. Il risultato è già scritto.

Foto di copertina EPA/Jorge Torres

A cura di Alessandro Leone, autore Centro e Sud America de Lo Spiegone

***Lo Spiegone è una testata giornalistica formata da studenti universitari e giovani professionisti provenienti da tutta Italia e sparsi per il mondo con l’obiettivo di spiegare con chiarezza le dinamiche che l’informazione di massa tralascia quando riporta le notizie legate alle relazioni internazionali, della politica e dell’economia.

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Cop26: i primi giorni di summit tra luci e ombre

I primi giorni della Cop26 di Glasgow sono stati consacrati al tentativo di portare la traiettoria delle emissioni climalteranti su un percorso compatibile con l’obiettivo di Parigi, di mantenere l’incremento della temperatura entro i 2 gradi e quanto più possibile vicino a 1.5 gradi rispetto all’era pre-industriale.

A tale scopo, la presidenza britannica ha voluto focalizzare l’attenzione sull’accelerazione dell’uscita dal carbone, la limitazione della deforestazione, l’accelerazione del passaggio verso la mobilità elettrica, e l’aumento degli investimenti in energia rinnovabile.

Gli obiettivi indicati dalla presidenza sono tutt’altro che simbolici. Gli impegni precedenti alla Cop26 implicano un aumento delle temperature vicino ai 3 gradi. Il carbone – e soprattutto il suo utilizzo nella generazione di elettricità, in forte espansione soprattutto in Asia – è il maggiore responsabile singolo delle emissioni climalteranti. Le foreste rimuovono il 20% delle emissioni globali, ma la deforestazione e gli incendi hanno trasformato parte di esse da neutralizzatori a contributori di emissioni.

Infine, i trasporti sono l’unico settore nei Paesi avanzati dove le emissioni hanno continuato a crescere nonostante riduzioni anche sensibili in altri comparti, mentre gli investimenti annuali in energia pulita dovrebbero triplicare rispetto ai livelli attuali per collocarsi sulla traiettoria “net zero” elaborata dall’Agenzia internazionale dell’energia.

Da questo punto di vista, il bilancio dei primi giorni sembra relativamente positivo alla luce di alcune iniziative particolarmente significative, soprattutto per il settore energetico.

Lo stop al carbone
Più di 20 Paesi hanno sottoscritto un impegno a interrompere il sostegno finanziario pubblico a progetti relativi a combustibili fossili (senza cattura e stoccaggio del carbonio) entro la fine del 2022. L’accordo, che vede la partecipazione di Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Italia e diversi Paesi in via di sviluppo, dovrebbe spostare 15-18 miliardi di dollari verso l’energia pulita– L’accordo non vede ancora la partecipazione di grandi investitori all’estero nel settore energetico come Germania, Giappone, Corea del Sud e Cina, ma include il maggiore erogatore di sostegno pubblico ai combustibili fossili all’estero (il Canada) e per la prima volta estende questo tipo di impegno dal carbone al gas e al petrolio.

Notizie importanti giungono anche dal fronte del carbone. Più di 40 Paesi si sono impegnati ad un’uscita dal carbone negli anni 2030-2040. L’accordo non include grandi consumatori come Cina, India, Australia e Sud Africa, ma include novità di peso come Vietnam, Indonesia, Filippine e Corea del Sud – che ricorrono al carbone per il 40-60% della generazione di elettricità.

In Europa, mentre molti Paesi sono già usciti dal carbone o hanno sottoscritto impegni, la notizia maggiore riguarda l’impegno della Polonia e dell’Ucraina. L’impegno garantisce alcune vie d’uscita e diversi firmatari si sono solo “parzialmente” impegnati. Tuttavia, la presenza di molti Paesi in via di sviluppo ha un ruolo importante nel rovesciare la narrazione secondo cui il carbone sarebbe un ingrediente imprescindibile per l’uscita dalla povertà.

Occorre inoltre notare che i grandi assenti (India e Cina) hanno presentato tabelle di marcia volte a creare lo spazio sufficiente per acquisire impegni pubblici sul carbone in un momento successivo. Ad esempio, l’obiettivo di energia rinnovabile dell’India nel 2030 implica una riduzione della generazione a carbone per quella data rispetto al 2020, anche considerando la crescita attesa dei consumi di elettricità. Il Sudafrica ha invece ottenuto da Usa, Regno Unito e Ue la mobilitazione di 8,5 miliardi di dollari per un’uscita accelerata dal carbone.

Ridurre le emissioni metano e salvare le foreste
Inoltre, 80 paesi hanno sottoscritto l’impegno a ridurre le emissioni fuggitive di metano del 30% entro il 2030. L’impegno, fortemente sostenuto da Usa e Ue, copre il 46% delle emissioni di metano e non è in linea con l’obiettivo di 1,5 gradi, per il quale si renderebbe necessario un 10-15% di tagli aggiuntivi. L’impegno riguarda soprattutto monitoraggio e regolamentazione, visto che – soprattutto con gli attuali prezzi del gas – il recupero del metano dovrebbe finanziarsi da sé. Occorre tuttavia precisare che mentre in molti vedono il taglio alle emissioni fuggitive di metano come una soluzione rapida, si tratta di un’azione relativamente semplice che non sostituisce la necessità di attaccare le emissioni di CO2 – meno climalteranti, ma più durature nel tempo -.

Infine, un accordo è stato raggiunto sul tema della deforestazione. Le parti si impegnano a fermare e invertire le attività di deforestazione entro il 2030 e a dedicare 19,2 miliardi di dollari a questo sforzo. Da notare la partecipazione di partner “difficili” come Brasile, Cina, Russia e Indonesia. Tuttavia, nonostante la maggiore inclusività, l’accordo soffre gli stessi difetti dei predecessori in termini di mancanza di trasparenza nella comunicazione dei risultati, assenza di timeline e natura non vincolante

Alla luce dei nuovi impegni sottoscritti – in particolare l’annuncio dell’obiettivo di neutralità climatica da parte dell’India nel 2070 e relativi obiettivi intermedi, e l’impegno sul metano, si stima che per ora la Cop26 abbia spostato la traiettoria dell’aumento delle temperature da 2,7 gradi a 1,8-1,9 gradi. Insomma, sebbene la finestra per puntare ai 1,5 gradi si stia restringendo, gli impegni si collocano per la prima volta in un intervallo compatibile con l’accordo di Parigi.

Moderato ottimismo
Da questo punto di vista, si può guardare al negoziato con moderato ottimismo. Sebbene gli accordi presentino lacune, l’implementazione rimanga un’incognita, e lo scarso protagonismo della Cina in questa prima fase della conferenza non sia un buon segno, il quadro di Parigi viene confermato e costituisce ormai un imprescindibile riferimento per le decisioni degli Stati. Tale esito rappresenta di per sé un successo rispetto agli obiettivi iniziali.

Molto probabilmente il risultato finale sarà soddisfacente e deludente allo stesso tempo, con difficili negoziati in vista su capitoli problematici come il commercio delle emissioni – su cui la precedente edizione non ha trovato un accordo. Occorre tuttavia sottolineare che al di là di interpretazioni ultra-ottimistiche (tipiche fra i padroni di casa) e ultra-pessimistiche (per motivi opposti comuni a attivisti più radicali e “procrastinatori” clima-scettici), sarebbe un errore vedere la Cop26 come la conferenza dell’ultima chance.

Il problema è ritenuto grave da tutti, la soluzione implica una dimensione allocativa che rende necessario un processo politico multilaterale fatto di continue correzioni di rotta, ma soprattutto ogni decimo di grado conta.

Foto di copertina EPA/Jonne Roriz / POOL

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Il destino del Sudan tra fratture interne e regionali

Una settimana dopo la presa del potere da parte del generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, il Sudan è ancora nel caos. Alcuni settori della società civile rappresentati dalla coalizione Forces of Freedom and Change (Ffc) hanno fatto appello alla disobbedienza civile. Negli ultimi giorni, gli scontri sono stati violenti e hanno portato a centinaia di arresti, molti feriti e alcune vittime tra i civili. Anche se è troppo presto per dire come si svilupperà la situazione generale a Khartoum, gli eventi politici sudanesi dell’ultimo mese hanno evidenziato l’intrecciarsi di dimensioni politiche locali e regionali.

Dalla rivoluzione del 2019 che ha portato al rovesciamento del regime di Omar al-Bashir, la transizione politica del Sudan è stata al centro delle preoccupazioni di alcuni attori regionali come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto. La cosiddetta troika araba non ha solo osservato gli eventi sudanesi, ma ha cercato di guidarli attraverso il sostegno finanziario e diplomatico. L’azione dei tre Paesi era inizialmente basata su una visione condivisa del futuro del Sudan. Negli ultimi dodici mesi, tuttavia, le loro posizioni si sono progressivamente diversificate. Alcuni sviluppi internazionali, come il cambio di amministrazione negli Stati Uniti, hanno spinto a un cambiamento.

Inoltre, le scelte di politica estera di ciascuno dei tre Paesi, soprattutto il rilancio della proiezione africana dell’Egitto, hanno contribuito ad accelerare questo processo. Di conseguenza, per portare avanti i propri interessi in Sudan, ognuno dei tre Paesi ha scelto di rafforzare i legami con specifici attori politici sudanesi. L’atteggiamento cauto adottato da Riad dopo l’elezione di Biden ha portato l’Arabia Saudita a ritirarsi dagli affari politici sudanesi, pur mantenendo legami finanziari. Fino a quel momento l’Arabia Saudita aveva sostenuto al-Burhan. Il vuoto è stato riempito dall’Egitto, che ha visto in al-Burhan un partner affidabile e affine. Il rapporto di fiducia tra il presidente Abdel Fattah al-Sisi e al-Burhan si basa su legami militari bilaterali.

La convergenza con Il Cairo
Gli ultimi due mesi hanno mostrato come ci sia stata una significativa convergenza di interessi relativi a questioni di sicurezza tra Sudan ed Egitto: soprattutto nei confronti dell’Etiopia riguardo alla questione della Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd), la maestosa diga sul Nilo. Al contrario, le autorità egiziane vedono con sospetto il generale Mohamed Hamdan Dagolo, noto come Hemeti.

Il Cairo considera il capo delle Forze di Supporto Rapido (Rsf) inaffidabile perché troppo vicino al passato regime. Negli ultimi anni, Hemeti, che controlla molti dei beni finanziari dell’esercito, ha operato con il sostegno di Abu Dhabi. Anche se non è possibile parlare di una frattura all’interno della troika, non c’è dubbio che le visioni sono meno allineate rispetto a qualche mese fa. L’Egitto ha cominciato a percepire la presenza e l’influenza delle due monarchie del Golfo nel Corno d’Africa come un’interferenza in quella che considera la sua naturale sfera d’influenza.

Rivalità non solo nazionali
Le differenze tra gli attori regionali si sono così inserite nella rivalità intra-militare tra le Forze Armate Sudanesi (Saf) e le Forze di Supporto Rapido (Rfs). L’alleanza di convenienza tra al-Burhan e Hemeti non ha consentito di superare i motivi profondi di conflitto, relativi alla leadership politica del Paese e al controllo delle oltre 250 aziende sudanesi di proprietà dei militari. Anche se latente, la rivalità potrebbe esplodere da un momento all’altro. Dopo il colpo di stato, Hemeti e la Rfs hanno assunto una posizione molto più defilata rispetto ad al-Burhan e al Saf: una scelta attendista, che potrebbe permettere a Hemeti di mantenere una posizione di potere, se non addirittura di guadagnarne ulteriormente, qualora il colpo di stato di al-Burhan dovesse fallire. Al contrario, se il golpe di al-Burhan dovesse avere successo, la faida tra Saf e Rsf potrebbe riaccendersi a medio termine.

In tal caso, i loro sponsor esterni rischierebbero di essere trascinati a loro volta su versanti opposti: un’eventualità che contribuirebbe a raffreddare ulteriormente le relazioni tra l’Egitto e gli Emirati Arabi. Nelle prossime settimane, per disinnescare questo pericolo, al-Burhan potrebbe sfruttare una crisi interna o di confine (per esempio quella relativa alla regione di al-Fashaqa) per cementare la coesione delle forze di sicurezza e distogliere l’attenzione da Khartoum.

Foto di copertina di EPA/STR.

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Come sarà il mondo post-pandemico? Lo abbiamo chiesto ai giovani

La politica internazionale tocca il nostro quotidiano più di quanto molti immaginano. Dall’aria che respiriamo al cibo che mangiamo, dalla sicurezza al lavoro fino alla resilienza delle nostre istituzioni democratiche, non esiste interesse o valore che non sia plasmato profondamente dalla politica internazionale. La consapevolezza di questo è forte soprattutto nelle generazioni più giovani.

Ed è per ascoltare e per dare voce a loro che l’Istituto Affari Internazionali (IAI) ha creato il Premio IAI: Giovani Talenti per l’Italia, l’Europa e il mondo”.

Ormai giunto alla sua quarta edizione, il Premio IAI 2021 si è concentrato sul nesso tra il mondo (post-)pandemico, il sistema internazionale e il ruolo dell’Europa. E anche quest’anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un messaggio indirizzato ai ragazzi e alle ragazze che hanno partecipato, ha voluto rendere omaggio alle loro idee.

I saggi dei finalisti dipingono un mondo divenuto sempre più conflittuale. La pandemia ha acceso i riflettori sull’acuirsi della rivalità tra Stati Uniti e Cina, una rivalità confermata dall’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca. Oggi il confronto tra Washington e Pechino non si riduce più, infatti, a una mera lista di tensioni, dal commercio a Hong Kong, dallo spazio a Taiwan. A differenza degli anni passati, è ormai chiaro che dietro alla competizione economica e tecnologica tra Stati Uniti e Cina si cela una competizione tra sistemi e ideologie politiche: siamo davanti a un conflitto tra democrazie e autocrazie.

Il nostro è un mondo più conflittuale ma che rischia di soccombere al protezionismo. Nonostante dietro la competizione tra democrazie e autocrazie ci sia il sano istinto alla protezione dei nostri sistemi politici ed  economici, infatti, questa protezione rischia di sfociare in protezionismo. E un mondo in cui un “decoupling” tra Stati Uniti e Cina è portato all’estremo, è anche un mondo infinitamente più rischioso. Perché se è vero che l’interdipendenza in sé non porta automaticamente la pace, può spesso essere un fattore decisivo nella mitigazione dei conflitti. Un mondo più protezionista, autarchico e de-globalizzato, è, al contrario, un mondo più pericoloso.

Lo è tanto più alla luce del fatto che la pandemia ha reso sempre più evidente la necessità assoluta di maggiore cooperazione internazionale. Questa è la seconda lezione messa a fuoco chiaramente dai finalisti del Premio IAI. Sullo sfondo del Summit G20 sotto presidenza italiana, emerge chiaramente dai loro scritti l’interesse vitale per un multilateralismo rafforzato. Dalla lotta al Covid ai finanziamenti per il clima fino alla tassazione minima globale delle multinazionali, non esistono soluzioni nazionali quando si tratta di sfide transnazionali.

Ma l’Italia dunque cose deve fare? Investire le sue risorse nel rafforzamento di un’autonomia europea, un’autonomia che non è sinonimo di autarchia o di chiusura, bensì di capacità di governare l’interdipendenza rivendicando il proprio posto alla tavola delle grandi potenze, non stando sul loro menu. È un’autonomia europea letta come riflesso di un rapporto transatlantico rafforzato, perché una maggiore responsabilizzazione europea e un maggiore rispetto statunitense nei confronti dell’Europa sono due facce della stessa medaglia.

Questi sono solo pochi spunti del ricco elenco di idee e di analisi raccontate dai nostri finalisti. Vi invito a leggerle, sono certa che ispireranno anche voi.

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Un bilancio della presidenza italiana del G20

È stato davvero un successo il Vertice di Roma del G20, come asserito dal presidente del Consiglio Mario Draghi? O ha ragione il Segretario generale dell’Onu António Guterres a dichiararsi “insoddisfatto” per l’esito della riunione? Dipende naturalmente da dove si pone l’asticella, da quale termine di paragone si adotta, e da quale peso specifico si assegna ai singoli dossier di cui il G20 si è occupato in questo anno di presidenza italiana, poiché non tutti hanno la stessa rilevanza ed urgenza. Né è possibile ignorare l’evoluzione del contesto internazionale in cui la presidenza italiana si è trovata ad operare.

Il punto di partenza, vale la pena ricordarlo, non era dei più favorevoli. L’unilateralismo di Donald Trump aveva inferto colpi micidiali al G20, così come ad altri consessi della cooperazione internazionale. Trovare un terreno d’accordo su questioni come il commercio e il cambiamento climatico era diventato un’impresa improba, e l’annuncio del ritiro degli Usa dall’Organizzazione mondiale della Sanità aveva pesato come un macigno sulle prospettive di collaborazione nella lotta alla pandemia. Per dirla con Draghi, la capacità dei leader del G20 di “lavorare insieme” era “diminuita”.

Nell’ultimo anno, però, secondo lo stesso Draghi, “qualcosa è cambiato”. Merito di Joe Biden, si dirà, che è tornato a impegnare gli Usa su molteplici dossier internazionali, riabbracciando la prospettiva multilateralista. Ma è un indubbio merito del governo italiano aver saputo far leva sul nuovo corso politico americano per tentare di ridare smalto al G20. Secondo Draghi, il Gruppo avrebbe ritrovato “lo spirito” che lo animava in precedenza. Sicuramente alcuni fili della cooperazione internazionale sono stati riannodati.

Russia e Cina alla finestra
Tuttavia, la presidenza italiana ha dovuto fare i conti con alcuni sviluppi dello scenario politico ed economico internazionale che hanno complicato non poco l’azione diplomatica in ambito G20.  Primo fra tutti, l’inasprimento della rivalità geostrategica tra Usa e Cina e delle tensioni tra i Paesi democratici occidentali e quelli autoritari. Come si è visto anche al Vertice di Roma, è diventato sempre più difficile perseguire accordi globali in questo clima di crescente sfiducia reciproca. Comunque la si voglia interpretare, l’assenza fisica dalla riunione del presidente cinese Xi Jinping e di quello russo Vladimir Putin riflette anche una presa di distanza dal contesto del G20.

Il Vertice è stato, fra l’altro, un’occasione per rinsaldare i legami transatlantici e Biden si è impegnato a fondo in questa direzione, con ampi riconoscimenti, in particolare, agli alleati europei (cui ha fatto riscontro, in parallelo, la decisione della Casa Bianca di sospendere i dazi sulle importazioni di acciaio ed alluminio dall’Ue). Questo clima di maggiore intesa tra i Paesi occidentali non è però visto di buon occhio dal leader russo e da quello cinese, che vi scorgono l’intento di fare fronte comune contro di loro, e temono, fra l’altro, che i contesti di cooperazione come il G20 diventino sempre più a trazione occidentale.

Anche per questo Russia e Cina sono tornate a porre l’accento, proprio nei giorni del Vertice, sul ruolo del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove possono esercitare appieno la loro influenza. Va dato atto a Draghi, che, pur essendo in sintonia con una linea di franco confronto con i regimi autoritari, ha fatto del suo meglio, da presidente del G20, per attenuare le tensioni, nella convinzione, più volte ribadita, che “la diplomazia dello scontro non aiuta”.

I colli di bottiglia delle forniture
La presidenza italiana si è dovuta misurare con altre sfide in campo economico. Nel corso dell’anno sono emerse sempre più chiaramente alcune fragilità dell’economica internazionale, provocate perlopiù dalla pandemia, che gettano un’ombra sulla prospettiva di una ripresa equa e sostenibile.

Il fenomeno più vistoso è la perturbazione delle catene globali delle forniture che ha avuto effetti ad ampio raggio, complicando, fra l’altro, il raggiungimento di accordi internazionali in campo commerciale e tecnologico. Sono inoltre venute alla luce alcune difficoltà strutturali della transizione verso uno sviluppo ecologicamente sostenibile che erano state in precedenza sottovalutate e che la crisi energetica ha ulteriormente acuito.

Questi nuovi fattori di incertezza hanno condizionato i negoziati in seno al G20. La presidenza italiana non ha potuto non tenerne conto e ha compiuto un notevole sforzo per rivedere ed aggiornare l’agenda del Gruppo a queste nuove problematiche.

Riforma della governance globale
Draghi ha premuto molto sul tasto del multilateralismo, che ha definito la “risposta migliore ai problemi che abbiamo di fronte”. Ma quali concreti passi avanti sono stati compiuti per rafforzare la governance multilaterale? L’esempio di accordo multilaterale cui Draghi ha fatto più spesso riferimento è l’imposta minima globale sulle multinazionali, presentata un po’ enfaticamente come “riforma del sistema di tassazione internazionale: una decisione indubbiamente di alto valore simbolico, perché riguarda l’imposizione fiscale, uno dei settori pilastro della sovranità nazionale, ma anche perché è un tentativo concreto di governo di uno degli effetti perversi della globalizzazione.

Fiore all’occhiello della presidenza italiana, la tassa sulle multinazionali è stata frutto di un esemplare gioco di squadra, basato su un negoziato in corso da tempo in sede Ocse e su un preliminare accordo transatlantico, sancito dal G7, che è poi stato recepito dal G20.

Nessun progresso è stato fatto invece in materia di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio (Wto). Draghi ha però parlato di “linea di direzione positiva” perché sono state almeno superate, a suo avviso, le tensioni dell’era Trump. I leader del G20 poi hanno ribadito la generica intenzione di rivedere il sistema delle quote e la governance del Fondo monetario internazionale (Fmi), ma l’attenzione si è concentrata soprattutto sull’utilizzo di una parte della nuova allocazione dei diritti speciali di prelievo (Special Drawing Rights, Sdr) del Fmi – 650 miliardi di dollari – , entrata in vigore lo scorso agosto, per accrescere il sostegno ai Paesi a più basso reddito, un aspetto su cui Draghi ha posto un forte accento, ma che dipende da una decisione volontaria degli Stati. Dai lavori del G20 è, in generale, emersa l’esigenza di costruire un nuovo sistema di finanza per lo sviluppo, su cui, ci si attende, lavoreranno le prossime presidenze del Gruppo.

Altra questione di grande rilievo sono gli ulteriori sviluppi dell’iniziativa di sospensione dei pagamenti (Debt Service Suspension Initiative, Dssi) a favore dei Paesi economicamente più deboli entrata in vigore nel maggio dello scorso anno. La dichiarazione finale del Vertice pone l’accento sul negoziato in corso per la definizione di un quadro comune (Common Framework) che possa garantire una gestione più trasparente e coordinata del debito. In campo energetico, nonostante l’interesse ad assicurare la stabilità dei mercati, non s’intravvede alcuna iniziativa di rilievo per la creazione di meccanismi efficaci di cooperazione multilaterali.

Nonostante la crisi pandemica ancora in atto, manca un disegno organico di riforma della governance della saluta globale, in particolare del Wto. Nella dichiarazione finale del Vertice viene però menzionata l’idea di una facility per assicurare un’assistenza finanziaria adeguata alla prevenzione e gestione delle pandemie. La presidenza italiana si è adoperata per assicurare un più stretto coordinamento tra politiche sanitarie e finanziarie; è stata creata, fra l’altro, una task force congiunta tra ministri delle finanze e della salute. Restano le gravi inadempienze in materia di distribuzione dei vaccini ai Paesi a più basso reddito, anche se Draghi, mostrandosi ottimista, si è detto convinto che gli obiettivi, riaffermati a Roma, possano essere raggiunti entro le scadenze previste.

Clima al centro delle controversie
Le maggiori controversie sono sorte sul contrasto al cambiamento climatico. L’asserzione di Draghi che il Vertice G20 abbia creato un “solido fondamento” per le successive decisioni della Conferenza dell’Onu sul clima (Cop26) di Glasgow, attualmente in corso, è stata contestata da più parti. In effetti, Cina, Russia e India hanno rifiutato di impegnarsi per il raggiungimento della neutralità carbonica a livello globale entro il 2050 e forti rimangono le resistenze anche in molti altri Paesi. Draghi ha però insistito sulla novità rappresentata dal riconoscimento unanime della validità scientifica dell’obiettivo di limitare a un grado e mezzo l’aumento globale della temperatura sopra i livelli preindustriali.

In realtà, prendendo atto delle difficoltà che sta incontrando la transizione verde, Draghi ha sostenuto che è impossibile prefigurarne ora le tappe e che bisogna pertanto procedere un passo alla volta: una visione pragmatica, che è apparsa in stridente contrasto con gli scenari apocalittici evocati dal premier britannico Boris Johnson. Draghi si è d’altronde mostrato fiducioso anche sul ruolo che potranno avere le nuove tecnologie nel contrasto al cambiamento climatico, in sintonia con il ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani. La sua asserzione, poi, che “il denaro non è un problema” ha suscitato un certo clamore. L’intento era chiaramente quello di rimarcare il potenziale apporto dei capitali privati. Va ricordato a questo proposito che sotto presidenza italiana il G20 ha intensificato i lavori per la definizione di standard per misurare, attraverso un sistema di reporting, la performance degli investitori in materia ambientale. Resta da vedere se i Paesi economicamente più avanzati riusciranno finalmente a rispettare l’impegno di erogare cento miliardi l’anno per aiutare quelli più svantaggiati a far fronte al cambiamento climatico.

È ingenuo pensare che il G20, in quanto tale, possa fungere da trampolino di lancio di un nuovo multilateralismo. La presidenza italiana ha però dimostrato che può essere uno strumento utile per intensificare il dialogo sulle questioni cruciali da cui dipende il nostro futuro e per tenere aperta la prospettiva di una riforma della governance globale. I risultati ottenuti durante quest’ultimo anno testimoniano che una leadership accorta può creare, nonostante le persistenti tensioni tra i Paesi membri, un clima di collaborazione nel quale è possibile individuare e promuovere soluzioni di cui tutti possono beneficiare.

Foto di copertina EPA/FILIPPO ATTILI

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Il Sahel tra terrorismo islamico e Mosca

Il 16 settembre 2021 il presidente francese Macron ha annunciato ufficialmente “un grande successo nella lotta che conduciamo contro i gruppi terroristici nel Sahel”: dopo settimane di voci non confermate, la presidenza francese ha affermato che Adnan Abu Walid al-Saharawi, leader dello Stato Islamico nel Grande Sahara (Isgs) e considerato il “nemico pubblico numero uno” nel Sahel dal 2020, è stato ucciso da un drone armato nel quadro dell’Opération Barkhane a guida francese nella foresta di Dangalous in Mali il 22 agosto 2021.

La morte di al-Saharawi rappresenta un potenziale punto di svolta per i futuri sviluppi delle insurrezioni jihadiste nel Sahel. Dopo la fine dell'”eccezione saheliana” all’inizio del 2020, quando si erano registrati violenti scontri tra i sostenitori di Al-Qaeda e quelli affiliati allo Stato Islamico nel Mali centrale, Abu Walid era riuscito a riorganizzare le sue truppe e a rafforzare la presenza dell’Isgs nella zona di confine tra Mali, Niger e Burkina Faso. Sotto la sua guida, l’Isgs è diventato il gruppo più letale del Sahel, moltiplicando i suoi attacchi sia contro le forze di sicurezza locali e i civili, sia contro le numerose forze internazionali impegnate nella zona.

Inoltre, e nonostante i diversi successi tattici dell’antiterrorismo, che hanno permesso alle forze di Barkhane di eliminare la maggior parte della leadership dell’Isgs negli ultimi due anni, al-Saharawi ha portato avanti con successo il processo di “sahelizzazione” del suo gruppo. Seguendo quella strategia di insediamento locale e di “ancoraggio sociale” che caratterizza quasi tutti i gruppi jihadisti della regione, l’Isgs ha intercettato e incoraggiato le proteste locali e le tensioni intercomunitarie preesistenti – il più delle volte legate a modelli disfunzionali di governance e di gestione del territorio favoriti dai comportamenti predatori delle istituzioni statali – creando infine forti legami con specifici segmenti di popolazione. Di conseguenza, diversi esperti ritengono che il prossimo leader dell’Isgs potrebbe essere scelto tra la nuova generazione di capi reclutati tra la comunità Fulani della regione nigeriana di Tillabéry. Gli effetti a lungo termine della morte di al-Saharawi dipenderanno da questa decisione. La scelta del successore di Abu Walid determinerà probabilmente la capacità dell’Isgs di mantenere e rafforzare il suo dominio sulle popolazioni rimaste nell’area sotto il controllo del gruppo.

Dopo la morte del leader
Allo stesso tempo, l’impatto dell’eliminazione di al-Saharawi potrebbe essere più simbolico che effettivo. Le insurrezioni nell’area, infatti, hanno già dimostrato la loro capacità di sopravvivere alla morte dei loro leader formando nuove generazioni di capi, meno esperti nella conduzione di un’insurrezione, ma con legami più forti con le comunità circostanti.

Questo è uno dei maggiori limiti delle iniziative antiterrorismo condotte nella zona, che finora non sono riuscite ad affrontare le cause profonde delle insurrezioni, permettendo a questi gruppi di resistere e rafforzare la loro presenza nella regione. In questo senso, i toni trionfali impiegati dai decisori francesi per annunciare la morte del leader jihadista devono essere compresi soprattutto in relazione a un altro importante evento avvenuto pochi giorni prima. Il 13 settembre l’agenzia di stampa Reuters ha reso pubblico il negoziato in corso tra il governo del Mali e la compagnia militare privata russa Wagner Group, riguardante il possibile dispiegamento di circa 1000 contractor Wagner nel paese.

Il caso del Mali
Lungi dall’essere solo una società di sicurezza privata, negli ultimi anni Wagner Group è diventato uno dei principali strumenti utilizzati dalla Russia per espandere la sua influenza in Africa. La scelta del governo del Mali di cercare il sostegno della Russia sembra essere dovuta a due fattori principali. Da un lato, dopo che nel maggio 2021 il Mali ha conosciuto il suo secondo colpo di stato militare in meno di un anno, la Francia e gli altri partner internazionali hanno annunciato la loro volontà di riorganizzare la loro presenza nella regione, ritirandosi parzialmente dal Mali e reindirizzando i loro sforzi verso il Niger. Incapace di gestire le insurrezioni jihadiste nel centro e nel nord del paese, temendo il parziale “abbandono” da parte dei suoi alleati occidentali, e ancora indebolito da tensioni e divisioni interne, il regime militare maliano sta cercando di puntare sulla Russia per salvare la sua presa sul potere a Bamako.

D’altra parte, il regime ha fallito nell’attuazione delle riforme politiche e costituzionali concordate con la comunità internazionale dopo il primo colpo di stato dell’agosto 2020. Secondo il compromesso negoziato con l’Ecowas, i militari avrebbero dovuto garantire un periodo di transizione di 18 mesi, dopo il quale si sarebbero dovute organizzare nuove elezioni presidenziali e legislative nel marzo 2022. In questi giorni, quasi tutti gli osservatori escludono che il periodo di transizione finisca effettivamente all’inizio del prossimo anno, e che il regime accetti di tenere nuove elezioni.

Considerando sia la posizione debole e divisa del regime, sia il parziale ritiro annunciato dalla Francia in giugno, l’accordo con il gruppo Wagner appare innanzitutto come un tentativo attuato dal governo di transizione per rafforzare il suo potere ed essere preparato se le proteste e la violenza iniziassero a diffondersi a Bamako. Confermando una tradizione consolidata, quindi, gli appaltatori russi dovrebbero svolgere il ruolo di garanti del regime al potere, piuttosto che quello di nuove truppe d’élite da schierare contro i gruppi jihadisti.

Il nesso tra i due eventi
Considerati insieme, la morte di al-Saharawi e l’affare Mali-Wagner lasciano pensare che ci si può aspettare un’ulteriore destabilizzazione del Sahel.

Da un lato, il fatto che dopo anni di operazioni limitate e sotto copertura, gli interessi russi nel Sahel stiano ora diventando espliciti potrebbe aprire una nuova fase di competizione internazionale e nuove potenziali linee di conflitto. Dall’altro, la riorganizzazione forzata che l’Isgs sta affrontando potrebbe implicare la necessità per il gruppo di riaffermare il suo potere e la sua coesione interna attraverso una recrudescenza della violenza e degli attacchi.

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Yemen (ancora) in guerra: il governo è sempre più nell’angolo

Fra mille dubbi, un dato certo esiste: il governo riconosciuto dello Yemen è sempre più nell’angolo. Dopo quasi sette anni di guerra, la risoluzione del conflitto si conferma un rompicapo diplomatico. Non vi è certezza neppure sul numero delle vittime dal 2015: secondo l’Onu, 100 mila yemeniti sarebbero morti per combattimenti e bombardamenti, cifra che salirebbe a 200 mila se si considerano anche cause indirette come crisi alimentare e sanitaria (Covid-19 e colera inclusi).

Mentre il nuovo inviato dell’Onu, lo svedese Hans Grundberg, entra ufficialmente in carica, gli scontri armati si intensificano. Stavolta nelle ultime roccaforti del governo, ovvero i governatorati centro-meridionali di Marib e Shabwa (qui solo nel nord), territori ricchi di petrolio, gas e infrastrutture energetiche: gli ultimi “salvadanai” delle esangui casse governative. Sarà una lunga e intermittente battaglia, ma le forze militari degli huthi (movimento sciita zaidita del nord sostenuto dall’Iran) hanno ormai sfondato, alternando violenza e accordi con tribù locali, nel cuore del potere economico del paese.

Crisi di nessuno?
Gli yemeniti sono “bloccati in una condizione di guerra indefinita” ha dichiarato Grundberg, già ambasciatore dell’Unione europea in Yemen. Le stesse Nazioni Unite –più in generale la diplomazia- “sono a corto di idee” e “stanno perdendo interesse” rispetto a questa crisi, come rimarca lucidamente un recente report dell’International Crisis Group.

Agli occhi del mondo, l’unico conflitto arabo ancora aperto pare condannato a una trascurabile marginalità. Non è così, invece, nei calcoli delle potenze mediorientali (Arabia Saudita, Iran, Emirati Arabi, in misura minore Qatar e Turchia) che anche sulle macerie di un paese fratturato hanno intanto costruito, o difeso, interessi, alleanze e aree d’influenza lungo il crocevia tra Mar Rosso, Golfo di Aden e Oceano Indiano. E ora vogliono continuare a contare nelle dinamiche yemenite, in pace o in guerra.

Conflitto armato e proteste sociali
Nel mese di settembre, gli huthi hanno preso il controllo del governatorato centrale di Al Bayda, in cui sono presenti anche al Qaeda nella Penisola Arabica (Aqap) e la cellula yemenita di “Stato Islamico”: da qui, i miliziani del nord hanno potuto riavviare l’offensiva su Marib. Per coprire le truppe filo-governative, la coalizione militare a guida saudita ha intensificato i bombardamenti sul governatorato di Marib, che ospita oltre un milione di sfollati interni: ma è guerra, anche mediatica, sul reale numero dei miliziani huthi caduti su questo fronte.

L’ingresso degli huthi nella città di Marib (capoluogo omonimo) e la conquista dei giacimenti petroliferi presenti nel governatorato rappresenterebbero un tornante militare, nonché politico, decisivo per gli equilibri di forza yemeniti. Il governo riconosciuto, che ancora si divide tra Aden e Riad per motivi di (in)sicurezza, ne uscirebbe sempre più indebolito e delegittimato, anche in prospettiva di un cessate il fuoco nazionale. Rispetto al 2015, il territorio controllato dal governo è sempre più ridotto e laddove gli huthi hanno dovuto ripiegare, come ad Aden o nell’area occidentale di Mokha vicina allo stretto del Bab el-Mandeb, sono formazioni politico-militari autonome, non i filo-governativi, ad averli sconfitti e ad amministrare ora il territorio. Inoltre, il governo non ha il controllo diretto delle coste dello Yemen: nient’affatto un dettaglio in tema di commercio, proventi e sicurezza marittima. Infatti, la maggior parte dei porti commerciali nonché dei terminal petroliferi e gasiferi del paese sorgono in aree amministrate dagli huthi o da gruppi che si oppongono al movimento sciita zaidita, ma non sostengono il governo.

La moneta yemenita, il riyal, continua a svalutarsi: la crisi economico-sociale è così acuta che proteste popolari si verificano sia in territori dove il governo è ancora presente (come Taiz nonché Sayoun in Hadhramaut), ma anche in aree controllate dal variegato fronte secessionista (come Aden e Mukalla nell’Hadhramaut costiero). Stretto fra l’inefficienza della governance locale e le tensioni con il governo per l’incompiuta condivisione del potere (Accordo di Riad), il secessionista Consiglio di Transizione del Sud ha imposto lo stato di emergenza per sedare le contestazioni persino ad Aden.

Variabili regionali a Marib e Shabwa
Nei combattimenti fra Marib e Shabwa, due variabili, dai potenziali riverberi regionali, vanno tenute d’occhio. La prima è il coinvolgimento indiretto delle principali potenze regionali. A Marib, gli huthi sostenuti dall’Iran si scontrano con soldati e miliziani appoggiati dai sauditi: tra di loro, i simpatizzanti della Fratellanza Musulmana ricevono sostegno dai qatarini; crescono segnali di aiuti militari da parte dei turchi, anche a Shabwa.

La seconda variabile è quella jihadista, legata in Yemen quasi esclusivamente ad Aqap. Da tempo, Aqap vive una fase di crisi e frammentazione interna: dal 2016 non controlla più centri urbani strategici. Ma proprio il fronte di Marib e Shabwa potrebbe offrire ai qaedisti un’occasione per rimobilitarsi e riorganizzarsi. Le ragioni sono tre: le aree in cui si combatte sono assai vicine ai tradizionali “santuari” di Aqap e uno dei leader del gruppo proviene da Shabwa; la presenza degli huthi può rafforzare dinamiche di polarizzazione settaria (sunniti vs sciiti); la presenza di milizie yemenite sostenute dagli Eau, protagoniste di passate campagne di contro-insorgenza contro Aqap proprio in queste zone, potrebbe innescare vendette da parte jihadista.

Tra crisi umanitaria ed economica, l’agenda del nuovo inviato Grundberg è dunque densa di missioni apparentemente impossibili. L’elemento più preoccupante, anche in prospettiva post-conflict, è proprio l’inarrestabile indebolimento delle istituzioni yemenite. E un esecutivo riconosciuto che governa su una porzione sempre più ridotta di territorio.

Foto di copertina EPA/YAHYA ARHAB

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Il messaggio del presidente Mattarella per il premio IAI 2021

Pubblichiamo di seguito il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella rivolto ai partecipanti alla quarta edizione del premio IAI “Il mondo post-Covid, l’Europa ed io”. 

Sono lieto di rivolgere il mio saluto ai giovani che partecipano alla quarta edizione del Premio a loro dedicato dall’Istituto Affari Internazionali.

La lotta al Covid ha chiamato a raccolta l’intera opinione pubblica internazionale. Affrontare tale questione in rapporto all’Europa e alla propria identità – come suggerisce il titolo del tema proposto alla vostra attenzione – comporta un’analisi del generoso contributo assicurato dall’Italia e dalle Istituzioni comunitarie per contenere il contagio, superare la pandemia, affrontare con slancio la ripresa economica e sociale. Durante la fase più acuta della crisi siamo stati testimoni ed artefici di significativi sviluppi nel processo di integrazione europea. Nelle drammatiche circostanze che il diffondersi del virus ha determinato, infatti, abbiamo trovato lo spunto per rinnovare i vincoli di unità e solidarietà tra gli Stati membri e tra i popoli dell’Unione europea.

Consapevole dei valori sui quali si fonda, il processo di integrazione continentale è chiamato a nuovi traguardi. Occorre dunque approfondire la riflessione sul nostro avvenire e identificare i cambiamenti necessari affinché la famiglia europea si dimostri all’altezza delle sfide dell’oggi e del domani.

Dall’esperienza della pandemia traiamo un’ulteriore lezione: ancora la cooperazione e il multilateralismo si confermano gli strumenti più efficaci per affrontare le questioni globali. È un insegnamento da non dimenticare, ad esempio, nell’affrontare i cambiamenti climatici e le sfide di uno sviluppo autenticamente equo e sostenibile.

È con l’auspicio di una sempre più dinamica e vibrante partecipazione dei giovani alla vita pubblica del nostro Paese e della nostra Europa che rinnovo a tutti i partecipanti i migliori auguri di buon lavoro.

L’Istituto Affari Internazionali ha promosso la quarta edizione del premio IAI

“Il mondo post-Covid, l’Europa ed io” rivolto ai giovani studenti dei licei e agli studenti delle istituzioni universitarie; trovate tutti gli articoli dei finalisti nello speciale dedicato su AffarInternazionali,

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La quarta edizione del premio IAI “Giovani talenti per l’Italia, l’Europa e il mondo”

È disponibile online, sul sito de La Stampa e su quello dello IAI, il video della cerimonia di premiazione con la quale si è conclusa la quarta edizione del Premio IAI “Giovani talenti per l’Italia, l’Europa e il mondo”, l’iniziativa dell’Istituto Affari Internazionali che ogni anno mira a coinvolgere studentesse e studenti delle università e delle scuole superiori nelle questioni che toccano l’Europa e la comunità internazionale.

“Il mondo post-Covid, l’Europa e io” è il tema che quest’anno ha visto impegnati le centinaia di ragazze e ragazzi che hanno partecipato al bando. Nove i finalisti premiati, a cui si aggiunge il Premio Speciale per la comunicazione “Antonio Megalizzi”. Gli estratti di tutti i saggi sono disponibili nel dossier speciale dedicato su AffarInternazionali. Nel corso dell’evento, moderato da Alessandra Sardoni de La7, i giovani hanno dialogato con numerosi esperti e personalità di rilievo del mondo politico-istituzionale, economico, culturale e dello sport.

 

I principali interventi

La cerimonia si è aperta con un’introduzione di Nathalie Tocci, direttore dello IAI, seguita dal presidente Ferdinando Nelli Feroci, che ha letto il messaggio del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Durante la fase più acuta della crisi siamo stati testimoni e artefici di significativi sviluppi nel processo di integrazione europea. Nelle drammatiche circostanze che il diffondersi del virus ha determinato, infatti, abbiamo ritrovato lo spunto per rinnovare i vincoli di unità e solidarietà tra gli Stati membri e tra i popoli dell’Unione Europea», ha affermato Mattarella, che ha concluso il suo messaggio invitando i giovani a «una sempre più dinamica e vibrante partecipazione alla vita pubblica del nostro Paese e della nostra Europa”.

Alessandra Sardoni ha invece dato voce alle parole del ministro degli Esteri Luigi Di Maio che ha invitato i ragazzi a rinnovare l’impegno dimostrato partecipando al Premio IAI “anche prendendo parte attiva alle consultazioni della Conferenza sul futuro dell’Europa. La Conferenza è un’occasione unica per ragionare sulle sfide e sulle priorità che attendono l’Europa. Farlo insieme a voi, che quelle sfide dovrete affrontarle, penso sia il vero valore aggiunto”.

Incoraggiamenti e temi
A seguire, il capo della Rappresentanza in Italia della Commissione europea, Antonio Parenti, ha ricordato le responsabilità delle istituzioni nei confronti delle nuove generazioni, mentre il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega allo Sport, Valentina Vezzali, ha inviato un videomessaggio di saluto e incoraggiamento ai ragazzi. Anche Massimo Giannini, direttore de La Stampa, si è rivolto ai giovani, incitandoli a mettersi in gioco e a correre dei rischi: 2Voi siete il nostro futuro, oltre che il vostro naturalmente. Occorre tutto l’impegno di cui siete capaci e che state dando prova di saper esprimere. La vostra libertà è tutto ciò che sapete.

Numerose sono state le tematiche affrontate nel corso dell’evento: dall’impatto della pandemia sulle nuove generazioni insieme al virologo Fabrizio Pregliasco, alla situazione negli Stati Uniti con la scrittrice Arianna Farinelli. Duilio Giammaria, direttore della Direzione Documentari della Rai, ha analizzato come i media italiani hanno raccontato questo fenomeno globale, mentre Fiorenza Sarzanini, vicedirettrice del Corriere della Sera, ha ricordato le sfide che ci attendono nell’immediato futuro.

Infine, l’atleta paralimpica e militare Monica Graziana Contrafatto ha raccontato la sua esperienza in Afghanistan, dove è rimasta tragicamente ferita perdendo la gamba. Tra gli altri, sono intervenuti anche Bernard Dika, consigliere del presidente della Regione Toscana con delega all’innovazione, alle politiche giovanili e GiovaniSì, Giuliana Mattiazzo, Vice Rettore per il Trasferimento Tecnologico, il maratoneta Giorgio Calcaterra e la street artist Alice Pasquini.

L’evento è stato organizzato dall’Istituto Affari Internazionali con il sostegno del Ministero degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, della Fondazione Compagnia di San Paolo e della Rappresentanza in Italia della Commissione europea.

VINCITORI PREMIO IAI 2021

 

Categoria Universitari e neolaureati

Roberto Baccarini – Primo classificato

Irene Paviotti – Seconda classificata

Sonia Bianconi – Terza classificata

Nicolò Miotto – Quarto classificato

Irene Alacqua – Quinta classificata

Sen Cicalò Ikeda – Sesto classificato

 

Categoria Scuole superiori

Chiara Andreazza – Prima classificata

Filippo Capraro – Secondo classificato

Lorenzo Pastorelli – Terzo classificato

Premio speciale per la comunicazione ‘Antonio Megalizzi’

Aurora Di Campli – vincitrice

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Giappone verso la riconferma della maggioranza conservatrice

Domenica 31 ottobre, cittadini e cittadine giapponesi saranno chiamati alle urne per eleggere i 465 membri della Camera dei rappresentanti. Chiamata anche Camera bassa, si tratta di uno dei due rami della Dieta giapponese, l’equivalente del Parlamento italiano.

La coalizione di maggioranza, composta dal Partito liberaldemocratico (Pld) e dal Kōmeitō e guidata dal neo-eletto primo ministro Kishida Fumio deve affrontare un’opposizione che sembra essere più coesa e in grado di proporre un’alternativa ideologica progressista rispetto alle precedenti tornate elettorali. Nonostante ci si aspetti una riconferma della maggioranza conservatrice, l’opposizione potrebbe riuscire a guadagnare alcuni seggi in bilico, fornendo un nuovo equilibrio alla Dieta giapponese e avendo un impatto sull’amministrazione Kishida.

Perciò, l’appuntamento elettorale di domenica si preannuncia una delle sfide più interessanti nel panorama politico giapponese negli ultimi dieci anni.

Come si vota
La Camera dei Rappresentanti viene eletta attraverso un sistema elettorale misto, il cosiddetto “voto parallelo”, che combina sistema maggioritario e proporzionale. Ogni elettore esprime due voti: uno per il candidato e uno per il partito politico. Nei collegi uninominali (Smd) – uno per ciascun distretto elettorale – vengono eletti 289 parlamentari attraverso il sistema maggioritario. Il Paese è ulteriormente suddiviso in 11 blocchi elettorali, che assegnano i restanti 176 rappresentanti in maniera proporzionale (Pr) in base ai voti ricevuti dai partiti.

Tuttavia, i due sistemi non sono collegati: i seggi non sono distribuiti in modo tale che la somma dei seggi Smd e Pr sia proporzionale ai voti ottenuti dalle liste nel suo complesso. Se da una parte questo sistema permette anche a partiti più piccoli di ottenere rappresentanza in Parlamento, dall’altra non fornisce una rappresentanza di tipo proporzionale, andando a vantaggio delle liste più grandi che hanno un maggior numero di candidati. Il “voto parallelo” è uno dei fattori che ha consentito alla coalizione Pld-Kōmeitō di mantenere la maggioranza quasi ininterrottamente dal 1994 – fatta eccezione per il triennio 2009-2012 – perché i due partiti si distribuiscono i candidati nei vari collegi in base alla loro forza su base regionale.

Promesse di rinnovamento
I due partiti di maggioranza pagano in termini di consenso una gestione poco ordinata della pandemia, con una campagna vaccinale molto lenta e segnata dalla decisione di far svolgere i Giochi di Tokyo nonostante l’emergenza sanitaria. In questo contesto, Kishida si presenta alle elezioni con un tasso di gradimento del 45%, uno dei più bassi per un governo appena formato.

Nonostante abbia dichiarato più volte durante la campagna elettorale per la presidenza del Pld di voler rinnovare il partito, Kishida deve la sua nomina a presidente all’appoggio dell’ala maggiormente conservatrice del Pld. Pertanto, era pronosticabile che sarebbe rimasto nel solco tracciato dall’ex primo ministro Abe Shinzō e poi proseguito da Suga Yoshihide, non facendo fede alle sue promesse di rinnovamento.

Il manifesto elettorale del Pld ne è un segno evidente: non vi è alcun riferimento al piano per raddoppiare gli stipendi e la promessa di redistribuire ricchezza costruendo un “nuovo capitalismo giapponese” è ridimensionata. Al contrario, il manifesto riprende esplicitamente le linee economiche di Abe – la cosiddetta Abenomics – e alcune proposte sulla politica di sicurezza dell’ala maggiormente conservatrice del partito.

Opposizione e astensionismo
La coalizione dei partiti di opposizione è formata dal Partito costituzionale democratico del Giappone, dal Partito comunista giapponese e dal Partito socialista giapponese. Solitamente poco incisiva, l’opposizione si presenta al voto del 31 ottobre in modo coeso e organizzato, con accordi per appoggiare candidati comuni in numerosi distretti. Inoltre, l’opposizione sta cercando di fornire un’alternativa ideologica alla maggioranza, focalizzandosi sui diritti civili, la parità di genere e sull’economia.

Tra i punti fondamentali del manifesto elettorale ci sono l’introduzione del matrimonio egualitario e la possibilità per le donne di mantenere il proprio cognome una volta sposate (senza prendere obbligatoriamente quello del marito), l’aumento delle tasse sugli stipendi più elevati e dei fondi pubblici per i servizi di base, come quelli sanitari.

Un fattore da tenere in considerazione è l’elevata disaffezione alla politica della popolazione giapponese. Generalmente, poco più della metà della popolazione si reca alle urne: poiché l’esito delle elezioni è spesso scontato, molti hanno la sensazione che il proprio voto non faccia differenza. Se il Pld ha una base fedele e affidabile a ciascuna elezione, per vincere l’opposizione ha bisogno di un tasso elevato di affluenza alle urne.

Ad esempio, alle elezioni del 2009 – la seconda vittoria dell’opposizione dal 1955 – con il 70% dell’affluenza l’opposizione riuscì a guadagnare una maggioranza di circa 300 parlamentari. Gli attuali sondaggi sulle intenzioni di voto rivelano che il 73% della popolazione ha “assolutamente intenzione di votare”: una percentuale simile a quella del 2017 (69%), quando però soltanto il 54% si presentò effettivamente alle urne. Una percentuale simile difficilmente basterebbe ai partiti di opposizione.

Stessa coalizione, diversi equilibri
Secondo i principali quotidiani nazionali, ben 40 seggi attualmente appartenenti alla maggioranza potrebbero passare all’opposizione. Nonostante ciò, l’opposizione non ha reali possibilità di vittoria: negli Smd, l’opposizione candida soltanto 214 persone, meno delle 233 necessarie per ottenere la maggioranza alla Camera bassa. Pertanto, la maggior coesione dei partiti di opposizione non sembra sufficiente per garantire un cambio di maggioranza. Tuttavia, se l’opposizione dovesse conquistare tutti i seggi in bilico, la maggioranza conservatrice sarebbe ridotta e si potrebbero modificare gli equilibri all’interno della Dieta.

Kishida stesso ha dichiarato che ottenere la maggioranza semplice – e non una super maggioranza – sarebbe una vittoria per la coalizione conservatrice. In sostanza, molto dipenderà da quanti elettori decideranno di recarsi alle urne: nonostante l’opposizione stia fornendo l’alternativa più credibile al Pld negli ultimi dieci anni è probabile che molti elettori rimarranno a casa, votando implicitamente per lo status quo e il mantenimento della maggioranza conservatrice.

A cura di Veronica Barfucci, caporedattrice Asia de Lo Spiegone

Foto di copertina EPA/FRANCK ROBICHON

***Lo Spiegone è una testata giornalistica formata da studenti universitari e giovani professionisti provenienti da tutta Italia e sparsi per il mondo con l’obiettivo di spiegare con chiarezza le dinamiche che l’informazione di massa tralascia quando riporta le notizie legate alle relazioni internazionali, della politica e dell’economia.

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G20: il bilancio di una presidenza multilaterale e inclusiva

Il bilancio della presidenza italiana del G20 è molto positivo. Un dato che è stato riconosciuto e apprezzato da tutti i nostri partner anche oltre dalla ristretta cerchia dei Paesi appartenenti a questo foro. Era un anno particolare: dopo il G20 tutto virtuale dell’Arabia Saudita, l’Italia è riuscita a fare un G20 tutto in presenza, con numerose riunioni ministeriali ed una logica molto inclusiva, cioè aperta alla partecipazione di Stati che pur non facendo parte del G20 possono esercitare ed esercitano una funzione positiva nell’ambito del multilateralismo.

Il cuore del nostro G20 è stato questo: cercare di rilanciare il multilateralismo all’indomani, e forse ancora nel pieno, di una crisi enorme, globale, che ha coinvolto la salute e la sanità, ma anche l’economia ed i temi sociali.

Siamo ancora nella crisi causata dalla pandemia, e tutti abbiamo pagato un prezzo, ma naturalmente le responsabilità che gravano sui grandi della terra – sui Paesi più industrializzati e sviluppati –sono enormi. Perché per uscire da questa crisi oggi serve il rilancio di una responsabilità collettiva. In questo senso, ritengo che la presidenza italiana del G20 si sia mossa con molta coerenza e linearità in tutte le iniziative che ha preso. Abbiamo chiesto a tutti i nostri partner di misurarsi con l’accresciuta responsabilità determinata dalla pandemia, una pandemia che ci dimostra quanto serva un multilateralismo efficace.

Per questo, oltre alle ministeriali abbiamo ospitato il Global Health Summit convocato insieme alla Commissione europea, da cui è scaturita una dichiarazione significativa per il futuro. Non solo per confrontarci con questa pandemia, ma anche con altre crisi, se e quando si presenteranno. Abbiamo preso atto che non eravamo preparati ad affrontare una pandemia globale e che ci dobbiamo preparare per il futuro. Ci sarà ancora in questi giorni la discussione su come finanziare dei sistemi sanitari più resistenti, più capaci di combattere queste eventualità. E questo vale per i Paesi ricchi, ma anche e soprattutto per i più poveri. Perché non possiamo guarire, se non guariscono tutti.

Abbiamo voluto mettere al centro il tema dello sviluppo, dell’agricoltura e della sicurezza alimentare quando abbiamo riunito i ministri degli Esteri con quelli dello sviluppo, lanciando l’allarme sul fatto che la pandemia ha prodotto più ingiustizie e più disuguaglianze. E abbiamo inserito come elemento trasversale in tutti gli incontri ministeriali il tema delle donne e dei giovani; perché se c’è un altro elemento che emerge in modo molto evidente dalla crisi di questa pandemia, è che le donne e i giovani sono stati i più penalizzati. Ma le donne e i giovani devono essere le risorse nuove e aggiuntive da mettere in campo per la ripresa e per la costruzione un modello di sviluppo più inclusivo.

Ovviamente c’è un filo che ci lega alla Cop26 (che è un appuntamento importantissimo), ma sul clima quello che il G20 e la presidenza italiana potevano fare hanno fatto. Affrontare il cambiamento climatico è un tema urgentissimo, straordinariamente sfidante, e che riguarda tutti i Paesi. Il G20 non poteva che sollecitare, anche in virtù della nostra partnership con il Regno Unito nell’organizzazione della Cop26, i maggiori Paesi industrializzati a prepararsi alla conferenza di Glasgow con temi concreti. Ovviamente i risultati si dovranno valutare strada facendo.

Quello che però mi sembra si possa dire è che è molto chiaro l’impianto che la presidenza italiana ha voluto dare: rilancio del multilateralismo e inclusività, anche dal punto di vista politico. Abbiamo organizzato  come ministero degli Esteri, ad esempio, in funzione anche della presidenza del G20, gli Incontri con l’Africa che hanno avuto uno straordinario successo in termini di partecipazione e presenza da parte dei ministri africani. O anche la X Conferenza Italia-America Latina e Caraibi, che ha visto anch’essa una straordinaria presenza di politici latinoamericani. Ciò ha dato il senso di una presidenza italiana che voleva far partecipare e dialogare l’insieme della comunità internazionale, e in particolar modo voleva rendere ancora più forti i rapporti tra l’Italia (e grossomodo anche l’Europa) e aree del mondo davvero strategiche, come appunto l’Africa ed l’America Latina.

Testo raccolto dalla redazione

Foto di copertina ANSA/MASSIMO PERCOSSI

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Il G20 italiano e la sfida della ripresa economica mondiale

La ripresa dell’economia mondiale dallo shock della crisi pandemica inizia a mostrare segnali di incertezza. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ne ha preso atto rivedendo al ribasso le stime di crescita economica che comunque prevedono un aumento del prodotto globale del 5,9% nell’anno in corso e del 4,9% nel 2022.

Mentre nei Paesi avanzati il principale fattore che frena il rilancio economico è rappresentato dai ritardi delle reti produttive internazionali e dalle conseguenti pressioni inflazionistiche, l’accesso limitato ai vaccini e il ridotto spazio di manovra fiscale hanno rallentato la ripresa delle economie a basso reddito con un conseguente peggioramento delle disuguaglianze economiche su scala globale.

Accordo storico sulle multinazionali
La presidenza italiana del G20, in particolare nell’ambito del filone finanziario (“Finance Track”) che coinvolge i ministri delle Finanze e i governatori delle Banche Centrali, ha riaffermato, alla vigilia del Vertice, l’intenzione di continuare a supportare la ripresa evitando ogni prematuro ridimensionamento – “for as long as required” – delle diverse misure di risposta alla crisi pandemica, in particolare quelle volte a sostenere le categorie più colpite (donne, giovani e lavoratori a bassa qualifica) con l’obiettivo di ridurre le disparità tra i paesi e all’interno di essi.

Il G20 sotto presidenza italiana può vantare il raggiungimento di uno storico accordo su due pilastri del processo di costruzione di un sistema fiscale internazionale più equo e coerente con le sfide della digitalizzazione dell’economia: un’aliquota fiscale globale minima per le multinazionali e la riallocazione dei loro profitti. Per la definizione del quadro regolamentare e degli strumenti multilaterali necessari ad attuare queste decisioni, i membri del G20 si affidano all’OECD/G20 Inclusive Framework on Beps, l’iniziativa che coinvolge 140 Paesi nella lotta alle pratiche di erosione della base imponibile e alla traslazione dei profitti nei paesi a tassazione nulla o ridotta. L’obiettivo ambizioso è quello di un’entrata in vigore delle nuove regole a livello globale entro il 2023.

Sinergia tra finanza e salute
La presidenza italiana ha inoltre promosso un approccio integrato tra i diversi filoni di lavoro del G20 per la soluzione delle principali sfide del mondo post-pandemico, in particolare la tutela della salute globale ed i cambiamenti climatici. La riunione congiunta dei ministri della Salute e delle Finanze che si tiene il 29 ottobre alla vigilia del Vertice dei Capi di Stato e di Governo del G20 in programma a Roma il 30 e 31 ottobre mira infatti al rafforzamento della prevenzione, prontezza e risposta alle pandemie e a dare sostanza, attraverso l’attivazione di vari strumenti finanziari, al riconoscimento dell’immunizzazione dal Covid-19 quale bene pubblico globale.

I ministri delle Finanze ed i Governatori delle Banche centrali del G20 hanno sostenuto i Paesi più colpiti dalla pandemia di Covid-19 attraverso l’emissione di 650 miliardi di dollari aggiuntivi di diritti speciali di prelievo da parte del Fmi, decisa nell’agosto dello scorso anno, e, soprattutto, tramite il seguente accoglimento degli sforzi di canalizzazione volontaria di parte delle nuove quote e della richiesta di ampliamento dei finanziamenti a lungo termine per le economie più vulnerabili, al fine di neutralizzare i rischi di instabilità della bilancia dei pagamenti.

Progressi sono stati compiuti nella definizione della cornice strutturale per il trattamento caso per caso del debito dei Paesi a più basso reddito. Vi sono coinvolti sia i membri del G20 che i creditori del Paris Club. È una tappa importante verso il consolidamento di un processo strutturale di risposta alle crisi del debito che è auspicabile trovi nuovo slancio nella dichiarazione finale dei leader a Roma e concreti sviluppi durante la prossima presidenza indonesiana.

L’impegno per la lotta ai cambiamenti climatici e per la protezione dell’ambiente dei ministri delle Finanze e Governatori delle Banche centrali si è tradotto in un richiamo ad un’azione coordinata dei ministri G20 per un’attenta considerazione degli effetti distributivi delle politiche di mitigazione e per l’identificazione di un mix di politiche che includano investimenti in infrastrutture sostenibili e tecnologie innovative, oltre a strumenti quali i meccanismi di carbon pricing.

Finanza al servizio dello sviluppo sostenibile
In questo contesto, la presidenza italiana del G20 ha rilanciato i lavori del Sustainable Finance Study Group all’interno della “Finance track” e ha deciso di promuoverlo al livello di Working Group. La decisione non ha una valenza meramente formale, in quanto il gruppo di lavoro ha sviluppato in questi mesi un’agenda G20 di lungo periodo che potrebbe dare impulso all’azione politica delle future presidenze G20 su clima e sostenibilità, contribuendo ad allineare il sistema finanziario internazionale all’Accordo di Parigi e agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.

In un’epoca di trasformazioni strutturali profonde nell’ordine mondiale, le sfide globali in corso, dai cambiamenti climatici al Covid-19 passando per i molti fattori di instabilità finanziaria, richiedono risposte multilaterali, le uniche che possano assicurare prospettive di crescita mondiale durature, sostenibili ed eque.

Foto di copertina ANSA/CLAUDIO PERI

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Il Vertice dei Grandi e il nuovo modello di cooperazione allo sviluppo

Il 2021 è stato un anno cruciale per le sfide della cooperazione allo sviluppo. Il G20 sotto presidenza italiana le ha poste al centro della sua agenda, individuando anche alcune soluzioni innovative. Tanti sono i temi sul tavolo dei leader del G20 che si riuniranno a Roma il 30 e il 31 ottobre: dal rifinanziamento del debito dei Paesi più vulnerabili, alla distribuzione equa dei vaccini, fino all’adozione di nuovi strumenti finanziari per il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Oltre a intraprendere varie iniziative su queste ed altre questioni, la presidenza italiana ha affrontato alcune criticità strutturali del processo del G20, promuovendo, fra l’altro, un rafforzamento del Development Working Group (DWG) del G20.  Facendo tesoro dell’esperienza maturata quest’anno, le prossime presidenze del G20, che saranno detenute da Paesi del Sud globale (Indonesia, India e Brasile), avranno un’opportunità storica: far valere le istanze di regioni spesso poco rappresentate in vista di un rinvigorimento della cooperazione allo sviluppo in un momento di forte crisi del multilateralismo.

I colli di bottiglia
Nonostante una burocrazia molto più agile di altre realtà multilaterali, il G20 soffre per le rivalità istituzionali tra i vari track tematici coordinati dai diversi ministeri. Ciò rende difficile includere le politiche per la cooperazione – per loro natura orizzontali – nel processo decisionale. Nel caso del Dwg le tensioni più forti si sono storicamente verificate tra i ministeri degli Esteri e quelli dell’Economia.

Il Dwg si contraddistingue poi per una rappresentanza poco omogenea, sia perché molti Paesi non hanno un ministero dedicato alla cooperazione internazionale, sia perché all’interno del DWG i delegati nazionali spesso arrivano da ministeri che poco hanno a che fare con le politiche di cooperazione. Questo non solo ha creato forti divergenze di vedute, ma anche rallentato il processo decisionale, dal momento che molti Sherpa e delegati nazionali non erano in grado di prendere decisioni durante le riunioni.

Inoltre, a sei anni dall’adozione degli accordi di Parigi sul contrasto ai cambiamenti climatici manca ancora una visione collettiva di come raggiungere gli obiettivi. Nel Dwg permane un forte contrasto tra quei Paesi che rivendicano “il diritto a inquinare” e coloro che cercano di spingere invece verso l’adozione di misure stringenti per la mitigazione e l’adattamento climatico. Risolvere queste divergenze nei prossimi anni non sarà facile tenuto anche conto che le presidenze del G20 saranno detenute da Paesi che hanno mostrato più di una remora a aderire all’agenda climatica mondiale.

In quarto luogo, nonostante affronti una serie di questioni fondamentali per i Paesi in via di sviluppo, il G20 non dà piena rappresentanza ai Paesi meno sviluppati o ad alcuni continenti come l’Africa. Ciò ha minato la sua credibilità e la legittimità delle sue decisioni in questi Paesi. Causando un rallentamento dell’aiuto pubblico allo sviluppo verso i Paesi meno sviluppati, il Covid ha acuito tutte queste difficoltà.

Infine, l’efficacia delle politiche di cooperazione del G20 è minacciata dall’assenza di una continuità fra le agende delle diverse presidenze, le quali hanno progressivamente abbandonato la programmazione pluriennale, privilegiando agende nazionali. Ne ha notevolmente risentito la continuità degli interventi in un settore che necessita, invece, di una programmazione di medio e lungo periodo.

Le lezioni della presidenza
La presidenza italiana del G20 ha cercato di porre rimedio a questi colli di bottiglia, provando, fra l’altro, a coordinare i lavori del Finance track e del Dwg attraverso sessioni tematiche congiunte volte a garantire una maggiore coerenza delle politiche su alcune materie come il rifinanziamento del debito dei Paesi meno sviluppati e la riallocazione dei diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale.

In secondo luogo, lo scorso giugno la presidenza italiana ha organizzato per la prima volta una riunione ministeriale G20 ad hoc sulla cooperazione allo sviluppo. Tale riunione, che ha adottato documenti importanti, come la Dichiarazione di Matera sulla sicurezza alimentare, ha anche spinto le burocrazie dei singoli Paesi del G20 a intraprendere azioni significative su questi temi in misura maggiore che in passato.

Infine, la Presidenza italiana del G20 ha costruito un dialogo molto proficuo e costruttivo con tutti gli engagement groups ufficiali del G20. Il Think20 (T20), in particolare, ha avuto la possibilità di contribuire sin dall’inizio alle attività e ai meeting del DWG, fornendo suggerimenti e raccomandazioni alla presidenza e portando sul tavolo degli Sherpa una serie di istanze provenienti dal mondo della ricerca su numerosi temi come il rifinanziamento del debito dei Paesi vulnerabili, la sicurezza alimentare, e l’adozione di nuove metriche per misurare le performance degli Stati nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Una troika per il G20?
Le future presidenze del G20 saranno chiamate a traghettare la comunità internazionale verso l’uscita dalla fase emergenziale della pandemia. È irrealistico aspettarsi cambiamenti nella composizione del G20 che diano maggiore peso e rappresentanza ai Paesi più vulnerabili; la presidenza indonesiana potrà però promuovere un piano di lavoro coordinato con la presidenza uscente (Italia) e quella successiva (India), in un’ottica di troika.

Inoltre, il G20 dovrà lavorare a stretto contatto con la presidenza tedesca del G7 del 2022 per garantire un’azione collettiva coordinata. La prossima Presidenza indonesiana è chiamata a mantenere un forte spirito di collaborazione anche con gli engagement groups come il T20, che hanno dimostrato di essere in grado di fornire un sostegno scientifico e indipendente alle attività e i lavori del G20, aumentandone anche la credibilità e la legittimità internazionale.

Sin dal 2008 il G20 ha dimostrato di poter dare un contributo importante alla gestione delle crisi di natura globale. Oggi il gruppo è chiamato a sostenere la transizione verso un modello di sviluppo socio-economico mondiale che assicuri maggiore inclusività, tutela degli ecosistemi e una crescita sostenibile che non lasci nessuno indietro.

Foto di copertina ANSA/RICCARDO ANTIMIANI

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Pandemia e sistema multilaterale: quale ruolo per l’Ue?

La pandemia da Covid-19 ha costituito una congiuntura critica per l’Unione europea, catalizzando il declino dell’ordine internazionale post-Guerra Fredda e l’emergere di un mondo multipolare.

Con la fine della Guerra Fredda, gli Stati Uniti hanno assunto il ruolo di leader globale, dando inizio a quello che è stato battezzato come il “momento unipolare”. La sovrabbondanza di potere politico, economico, militare e culturale ha fatto sì che gli Stati Uniti fossero in grado di influenzare profondamente il sistema internazionale, strutturandolo in modo multilaterale senza che comunque questo costituisse un limite per gli Stati Uniti stessi. Il multilateralismo è stato lo strumento utilizzato dagli Stati Uniti per proiettare potere e influenza nel mondo e promuovere valori e comportamenti in linea con l’ideologia liberale occidentale basata su democrazia e neoliberalismo.

Con l’inizio del nuovo millennio, questo sistema unipolare è entrato in una fase di progressiva crisi. Tre eventi in particolare hanno segnato questo processo: gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001 al World Trade Center e la conseguente “War on terror”, la crisi economico-finanziaria del 2008, l’elezione a Presidente degli Stati Uniti di Donald Trump. Vent’anni dopo l’inizio di questo processo, gli Stati Uniti hanno sperimentato un calo della influenza esercitata a livello mondiale e specialmente sugli alleati in contemporanea a un rafforzamento dei principali ‘avversari’ degli Stati Uniti, ovvero Russia e Cina. Nonostante questo, gli Stati Uniti tuttora mantengono il primato a livello mondiale, ma questa posizione è sempre più insidiata e instabile.

La tempesta perfetta
La pandemia da Covid-19 e le crisi ad essa collegate hanno costituito la ‘tempesta perfetta’ per l’indebolito ordine unipolare. La crisi ha evidenziato i limiti di un sistema economico costruito sulla globalizzazione, libero commercio e catene globali del valore. La pandemia da Covid-19 ha anche danneggiato la percezione dei meriti della democrazia liberale. Da un lato, le necessarie misure di prevenzione del contagio hanno comportato una compressione delle libertà individuali mentre dall’altro paesi illiberali e non democratici sono sembrati essere più efficaci, almeno all’inizio, nell’affrontare la pandemia.

Inoltre, la pandemia ha offuscato la reputazione degli Stati Uniti a livello mondiale. Questa è stata la prima crisi globale durante la quale gli Stati Uniti hanno rinunciato al ruolo di leader nell’affrontare la crisi e governare la ripresa. In aggiunta, il virus ha indebolito il multilateralismo sia all’interno dell’Unione europea stessa, dove nei primi mesi dell’emergenza ogni tentativo di organizzare una risposta corale è fallito, sia a livello internazionale dove le organizzazioni preposte a tutela e gestione del commercio (Wto) e della salute (Who) hanno rivestito un ruolo secondario nella gestione dell’emergenza.

L’emergente mondo multipolare e il dilemma per l’Ue
In una frase, la pandemia da Covid-19 ha catalizzato il processo di trasformazione verso un mondo multipolare, ovvero dove il potere è diviso fra più di due attori questo limitato numero di poli detiene molto più potere di ogni altro attore presente nel sistema. In un sistema multipolare la situazione del multilateralismo appare paradossale. L’assenza di un leader, infatti, rende più complessa la creazione, il mantenimento e il funzionamento di un sistema multilaterale mentre allo stesso tempo questa cooperazione tra i poli è fondamentale per affrontare sfide globali.

Il multilateralismo è una delle caratteristiche essenziali dell’Unione europea. Esso ha caratterizzato la formazione e lo sviluppo dell’Unione e costituisce il principale strumento attraverso cui l’Unione si relaziona esternamente con gli altri attori. Nel contesto attuale, l’Unione europea si trova tra il martello di un crescente multipolarismo e l’incudine di sempre più gravi e numerose crisi globali e un costante declino del multilateralismo. Come ricordato da Niccolò Machiavelli, è “infelice quello che con il procedere suo si discordano e ‘tempi”. L’Unione europea si trova di fronte a un bivio: mantenere lo status quo o evolvere diventando essa stessa un polo per promuovere e difendere il multilateralismo.

Per diventare tale, l’Unione deve acquisire una forma di autonomia strategica. L’Unione deve diventare autonoma, ovvero in grado di vivere secondo le proprie leggi acquisendo la capacità di agire da sola se il contesto lo richiede, e usare questa autonomia in modo strategico, ovvero orientato a proteggere i propri valori e proiettarli esternamente creando un sistema internazionale nel quale può prosperare.

Tuttavia, non c’è un percorso predeterminato per acquisire una autonomia strategica ma tre passaggi indispensabili a questo scopo possono essere individuati: la creazione di una politica estera e di difesa comune, il completamento dell’unione fiscale, abolizione dell’unanimità in relazione a queste unioni. In conclusione, l’Unione europea deve acquisire una autonomia strategica per poter diventare polo nell’emergente mondo multipolare e sfruttare questa posizione per strutturarlo in maniera multilaterale.

Il PremioIAI è stato realizzato con il contributo del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale ai sensi dell’art. 23- bis del DPR 18/1967

Le posizioni contenute nel presente report sono espressione esclusivamente degli autori e non rappresentano necessariamente le posizioni del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale

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I timori dei militari dietro il golpe in Sudan

Il 25 ottobre il Sudan è stato teatro dell’ennesimo colpo di Stato manu militari della sua storia. Il braccio di ferro fra militari e civili era diventato incandescente nelle ultime settimane, contrassegnate già da un tentativo di golpe il 21 settembre e da successive proteste di piazza culminate in un imponente manifestazione il 21 ottobre, data che, non a caso, segna l’anniversario della rivoluzione sudanese del 1964 che depose il regime militare del generale Ibrahim Abboud.

Dopo aver ripudiato il colpo di Stato e lanciato un appello alla resistenza civile, il primo ministro Abdalla Hamdok, che da circa due anni guida il governo di transizione, è stato arrestato dai militari, insieme a diversi suoi ministri e consiglieri civili. I militari, guidati dal generale Abdel Fattah Burhan, hanno sciolto il Consiglio sovrano e il governo ad interim, istituiti nel 2019 a garanzia della transizione politica, dichiarato lo stato di emergenza, occupato le strade della capitale Khartoum e bloccato tutte le comunicazioni e i collegamenti con l’estero. Immediata la condanna internazionale attraverso i comunicati ufficiali di Stati Uniti, Unione europea, Nazioni Unite, oltre ad altri Paesi europei, fermi a dichiarazioni di principio ma forti dell’importanza che i loro aiuti economici e riconoscimento politico rivestono per le sorti del Paese africano.

Il putsch è apparso come una chiara prova di forza dei militari. Ciononostante, è una reazione che nasconde non pochi segnali di timore rispetto allo sviluppo di una componente civile sudanese sempre più strutturata, organizzata e militante. Nonostante la pesante eredità del regime autoritario di Omar al-Bashir, durato un trentennio, la partecipazione civile alla transizione ha contribuito a inaugurare una nuova fase di trasparenza dell’azione governativa e di maggiore responsabilizzazione della leadership del Paese. È questa nuova tendenza a impensierire i vertici militari, dimostratisi riluttanti nel trasferire il potere ai civili.

Le contingenze e la situazione regionale
Nonostante le avvisaglie degli ultimi mesi, il colpo di Stato sembra spezzare all’improvviso le speranze della transizione. Tuttavia, non è la prima volta che questa subisce delle battute d’arresto a causa delle intemperanze nel dialogo istituzionale fra militari e civili (il ritardo accumulato rispetto alle scadenze inizialmente pattuite è già di oltre un anno). I costi maggiori di questi strappi politico-istituzionali sono stati puntualmente sostenuti in larga parte dalla popolazione sudanese, in particolare dai gruppi più vulnerabili.

Il golpe è lo “strappo” che esaspera maggiormente le criticità preesistenti. In Sudan, dove l’economia è al collasso e l’inflazione è una delle più alte al mondo, gli effetti immediati di questa rottura sono soprattutto socio-economici. Il blocco provocato dallo stato di emergenza colpisce infatti l’economia informale, privando gran parte della popolazione dei propri mezzi di sussistenza. Inoltre, viene compromesso l’accesso ai servizi di base e all’assistenza umanitaria, soprattutto nelle zone del Paese più periferiche e già interessate da conflitti interni.

Le turbolenze politiche sudanesi non risparmiano inquietanti incertezze per la stabilità di tutto il Corno d’Africa, regione di interesse geostrategico e importante crocevia delle rotte commerciali e migratorie che collegano l’Africa all’Europa e al Medio Oriente.  La regione è già dilaniata dalle guerre civili in Sud-Sudan e nella regione etiope del Tigray, e si regge su equilibri sempre più precari e polarizzati, che vanno dall’autoisolamento del regime eritreo alla faticosa ricostruzione dello stato somalo.

Il Sudan sopporta già molte delle esternalità legate ad un vicinato instabile, fra cui l’influsso di sfollati eritrei e sud sudanesi e l’instensificarsi degli scontri armati lungo le terre di confine con Etiopia ed Eritrea, specie per lo sfruttamento dei terreni agricoli nella zona fertile di Al-Fashega. Un’ implosione nazionale sudanese potrebbe indurre un effetto domino con conseguenze regionali più estese, ampliando le fratture già presenti.

Previsioni difficili
Difficile tracciare scenari futuri. Con tutta probabilità, l’intransigenza dei militari rimarrà e le proteste continueranno a scuotere il Paese. Ma nonostante gli attriti evidenti e la posta in gioco, nessun attore sembra volere lo scontro aperto. Lo spettro di un’altra guerra civile nel Corno d’Africa incombe per ora solo alla lontana e può essere dissolto attraverso una ricostruzione paziente del dialogo fra militari e civili.

Un nuovo accordo di transizione, qualora venisse raggiunto, difficilmente rappresenterà una formula ideale per tutti i contendenti ma, idealmente, dovrebbe cercare di scontentare il fronte militare e quello civile in egual misura, con l’obiettivo di infondere nuova credibilità, realismo e speranze alla transizione.

Nel frattempo, la comunità internazionale può e deve mantenere alte pressioni e aspettative per un’evoluzione concertata e pacifica della crisi, senza distogliere l’attenzione dal Paese una volta superata l’emergenza. Il colpo di Stato in Sudan non rappresenta un caso isolato: negli ultimi mesi episodi analoghi si sono verificati in Ciad, in Mali e in Guinea (senza contare i tentativi di golpe abortiti).

Una più seria e onesta riflessione sull’origine e sulle motivazioni di queste preoccupanti involuzioni socio-politiche consentirà di accompagnare con maggiore consapevolezza questi Paesi sulla via di uno sviluppo istituzionale ed economico sostenibile, scongiurando un ritorno ad un’epoca africana che sembrava archiviata nei libri di storia, quella dei colpi di Stato.

Foto di copertina EPA/STRINGER

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