Migrazioni. Come se ne parla in Europa

Quello delle migrazioni è stato, ed è tutt’ora, uno dei temi più caldi al centro del dibattito europeo. Nell’inquadrare i termini della discussione pubblica, i media giocano un ruolo centrale. I modi in cui i mezzi di informazione parlano di (im)migrazione, (im)migranti e richiedenti asilo non sono puramente neutrali, informativi, ma contribuiscono a costruire «narrazioni» cariche di significati politici e sociali. Più in generale, attraverso le narrazioni sulla (im)migrazione vengono espresse e trasmesse all’opinione pubblica differenti concezioni di giustizia – una giustizia che, dato lo status allo stesso tempo «interno» ed «esterno» dei migranti rispetto alla comunità nazionale, ne travalica i confini per declinarsi come «giustizia globale».


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È proprio alle diverse concezioni di giustizia veicolate dai media europei nel dibattito sull’immigrazione che è dedicato lo special issue Talking Migration di The International Spectator, a cura di Silvia D’Amato e Sonia Lucarelli. L’analisi è estesa a cinque diversi paesi: tre stati membri dell’Unione Europea con forti movimenti populisti di destra (Italia, Francia, Ungheria), un paese in uscita e non aderente a Schengen (il Regno Unito) e un paese non membro ma aderente a Schengen (la Norvegia). Per ciascun paese è stato studiato il discorso sulla (im)migrazione proposto su alcuni dei principali quotidiani in corrispondenza di alcuni eventi chiave della storia recente (come le elezioni europee del 2014 e l’accordo sottoscritto con la Turchia nel marzo 2016).

Nonostante alcune specificità nazionali, le narrazioni prevalenti nei diversi paesi studiati sono sorprendentemente simili. In particolare, a essere ricorrente nelle narrazioni mediatiche è una concezione Westfaliana di giustizia: il dovere principale degli stati nazionali sarebbe quello di difendere la sicurezza dei propri cittadini. Vengono così legittimate forme di controllo dell’immigrazione, che all’estremo possono spingersi fino a una chiusura totale dei confini. In questo caso, la giustizia globale è vista semplicemente come non-dominazione tra gli stati, cioè come una condizione in cui questi non cercano di soggiogarsi tra loro.

Di fatto, una concezione altrettanto limitata di giustizia caratterizza spesso anche l’altro approccio prevalente nelle narrazioni: quello umanitario. In questo tipo di discorso, i migranti vengono descritti come «vittime» di guerre e conflitti, verso cui si manifesta un atteggiamento di benevolenza; una narrazione in cui, tuttavia, finiscono per venir meno sia un riconoscimento imparziale dei diritti fondamentali dei migranti in quanto esseri umani, sia un riconoscimento del loro status di soggetti in grado di agire autonomamente. Al punto che, come dimostra in particolare il caso italiano, una narrazione di tipo umanitario può essere impiegata anche per invocare forme di controllo dell’immigrazione o di chiusura dei confini. Nel complesso, come evidenziano le curatrici dello special issue, le narrazioni sulla (im)migrazione prevalenti sui mezzi di informazione europei hanno contribuito a rafforzare le forze populiste di destra: rifacendosi alle concezioni Westfaliane di giustizia ampiamente «normalizzate» dai media, queste giustificano non solo misure restrittive verso i migranti, ma anche un aperto disinteresse per i diritti umani in quanto tali. Allo stesso tempo, sui media europei non hanno trovato spazio narrazioni alternative, che andassero oltre una declinazione meramente umanitaria della questione (im)migrazione e una rappresentazione dei migranti come vittime passive di ingiustizie perpetrate altrove.


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