A trent'anni dalla caduta del Muro di Berlino 1989 - 2019

Il racconto e l’analisi di uno dei più grandi eventi della storia contemporanea.

Prima parte: Quel 9 novembre 1989
Seconda parte: Il bilancio
Terza parte: La riunificazione della Germania

Con le voci di Gianni Bonvicini (Studioso di questioni europee e di politica estera. Già Direttore dello IAI. Consigliere dello IAI), Giampiero Gramaglia (Giornalista. Direttore di AffarInternazionali. Già Direttore dell’ANSA), Ettore Greco (Studioso di questioni europee e di politica estera. Vicepresidente vicario dello IAI), l’Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci (Diplomatico. Presidente dello IAI. Già rappresentante permanente d'Italia presso l’Unione europea a Bruxelles, è stato capo di gabinetto e direttore generale per l’integrazione europea presso il Ministero degli Esteri), Stefano Silvestri (Direttore editoriale AffarInternazionali e Consigliere scientifico dello IAI. Già sottosegretario di Stato alla Difesa) e Nathalie Tocci (Direttore dello IAI. Professore onorario all’Università di Tübingen e Special Adviser dell’Alto rappresentante Mogherini sulla nuova strategia di politica estera dell'Unione europea).

A cura di Francesco De Leo

Montaggio di Silvio Farina. Ha collaborato Sonia Nardinocchi.


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Prima parte: Quel 9 novembre 1989

Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci: “Il giorno preciso non ricordo dov’ero… certamente a Roma in quel periodo, al Ministero degli Esteri, ero responsabile di quella che allora si chiamava la Cooperazione Politica Europea, quel tentativo, all’epoca ancora un po’ embrionale, di costruire una politica estera comune dell’Unione europea e certamente, da quella postazione, tutte le vicende che precedettero e seguirono il crollo del Muro di Berlino erano al centro dell’attenzione, non tanto mia personale, quanto dei ministeri degli Esteri e dei governi di tutta Europa e del mondo. Direi quindi che quello che successe quel giorno non fu una sorpresa perché era ampiamente annunciato dagli eventi che precedettero il crollo del 9 novembre. Erano tra i più significativi per l’Europa e ripeto in buona misura anche per il resto del mondo.”

Gianni Bonvicini: “Quel giorno mi trovavo in Portogallo a una conferenza organizzata da un istituto fratello del nostro, dell’Istituto Affari Internazionali, per una conferenza sul futuro dell’Europa. A quei tempi non c’era ancora l’Unione europea, ma ci si interrogava su dove saremmo andati. Tutto d’un colpo arrivò la notizia dell’abbattimento del Muro e la cosa ci prese abbastanza di sorpresa perché c’erano già stati dei segni ben precisi che lasciavano prevedere che le porte del muro fra Germania dell’Est e Germania dell’Ovest si sarebbero aperte, ma nessuno pensava che sarebbe stata così veloce e traumatica la fine di quel Muro.”

Stefano Silvestri: “Io ero a Berlino quando è caduto il Muro per cui questa vicenda la ricordo abbastanza vivamente. Ero a una riunione dell’Aspen Institute in Germania e mentre stavamo lì ci fu questo strano messaggio del governo tedesco orientale per cui i cittadini tedeschi avrebbero potuto transitare liberamente a Berlino senza bisogno neanche del passaporto… anche se poi risultò che forse si erano sbagliati, però intanto il messaggio fu questo. Accadde che ci fu una travolgente quantità di gente che immediatamente andò a Occidente e questo naturalmente significò praticamente la caduta del Muro in una situazione di enorme confusione e di festa. Il primo giorno arrivammo lì tardi, a tarda notte, ma c’era ancora una grande confusione. Il secondo giorno ricordo che cercammo di oltrepassare il muro. Si passava non soltanto dai varchi che comunque c’erano, ma anche con le scale e ricordo che con un amico francese prendemmo una scala e andammo dall’altra parte e venimmo fermati dal VoPo, dalla polizia della Germania Est che ci domandò se fossimo tedeschi. Noi al poliziotto dicemmo di no, che non eravamo tedeschi e allora ci disse di passare dal Checkpoint Charlie… eh… tornammo indietro. Credo cercasse disperatamente di trovare una qualche regola nella totale confusione che c’era in quel momento. Comunque c’erano già quelli che cercavano di buttare giù il Muro con i martelletti, c’era insomma un’atmosfera di notevole festa ed eravamo tutti francamente estremamente impressionati perché questo significava, come poi si è visto, la fine di un impero. La fine di un impero in modo pacifico, cosa che nessuno si aspettava francamente.”

Ettore Greco: “Ricordo molto bene che quel 9 novembre ero a Roma, rimasi molto colpito dalla notizia che appresi dalla televisione, giungeva come evento finale di un processo che si era venuto sviluppando e che tutti avevamo seguito con grande attenzione e in un certo senso entusiasmo, ma anche con preoccupazione per le sue conseguenze. Ricordo che si profilava per me una borsa di studio alla Stiftung Wissenschaft und Politik, il principale centro studi di ricerca di politica internazionale della Germania e dopo pochi giorni sarei dovuto andare lì, in un paese vicino Monaco. Avrei studiato altri argomenti, ma era diventata anche un’occasione straordinaria per seguire da vicino il dibattito in Germania, il processo come si sarebbe potuto sviluppare. C’erano ancora all’epoca molte incognite e incertezze. Ebbi anche l’occasione di scrivere molti articoli e commenti su questo processo di riunificazione che si stava sviluppando all’epoca, in realtà con grandi punti interrogativi e incertezze. In Europa c’era poi anche un diffuso timore per le possibili conseguenze geopolitiche... questa Germania che in qualche modo rinasceva, riprendeva forza e vigore. Eravamo anche un po’ preoccupati per l’accelerazione che impresse il cancelliere Helmut Kohl al processo, ma con il senno di poi - anche gli storici penso che questo lo abbiamo sottolineato - Kohl ebbe effettivamente un ruolo decisivo e la sua spinta era probabilmente necessaria, anche se ovviamente non tutti erano d’accordo. Il partito socialdemocratico avrebbe voluto un processo più lento per non citare alcune forze che a Est frenavano, ma questo impulso di Kohl fu veramente decisivo, anche perché fu fatto in chiave europea. Ci fu insomma uno scambio politico importante. La riunificazione avvenne dunque nel contesto di un rafforzamento complessivo dell’Unione europea, il lancio di questo progetto importantissimo dell’Unione economica e monetaria.”

Giampiero Gramaglia: “Il 9 novembre del 1989 ero appena arrivato alla redazione Esteri dell’Ansa da Bruxelles, ero caporedattore e quella sera stavamo seguendo quello che succedeva a Berlino nel racconto del nostro corrispondente da Berlino Est, Riccardo Ehrman. Era forse il solo giornalista italiano di base a Berlino Est. Arrivarono notizie tumultuose di quello che stava accadendo e poi arrivò mi pare prima la Reuter, con un’informazione bulletin: il Muro è caduto. Cercammo di capire e scoprimmo che a far cadere il Muro era stato il corrispondente dell’Ansa, Riccardo Ehrman, che in una conferenza stampa improvvisata, ma stranamente teletrasmessa dalle autorità di Berlino Est, aveva fatto la domanda chiave al portavoce della DDR e, con una risposta non chiarissima che andava interpretata, il portavoce aveva dato la risposta che significava la caduta del Muro, la possibilità per i tedeschi dell’Est di passare all’Ovest. Poi i mezzi allora tecnologici della Reuter erano superiori a quelli dell’Ansa e quindi loro arrivarono prima nel trasmettere la notizia, ma il corrispondente dell’Ansa, Riccardo Ehrman, ebbe una notte di celebrità… fu portato in trionfo dai colleghi alla conferenza stampa e quando arrivò al Muro per vedere cosa stesse succedendo, la folla lo riconobbe, perché la conferenza stampa era stata teletrasmessa, e anche lì lo festeggiarono come l’uomo che aveva fatto cadere il Muro.”

Seconda parte: Il bilancio

Nathalie Tocci: “Negli ultimi trenta anni, l’Unione europea si è sviluppata ed è cresciuta in un contesto globale in profonda trasformazione. Se guardiamo ai primi dieci anni dopo la caduta del Muro, notiamo come siano stati gli anni dell’apice dell’ordine internazionale liberale e di massima espansione e sviluppo interno dell’Unione europea. Sono stati gli anni del Trattato di Maastricht, della moneta unica, di tutta l’integrazione economica e soprattutto - e questo lo dico da politologa - dell’allargamento ad Est. Quest’ultimo è stato, di fatto, la riconciliazione dell’Europa dopo la spaccatura della Guerra Fredda, periodo che si è concluso con l’allargamento del 2004 e del 2007. Gli anni immediatamente seguenti, invece, hanno visto l’emergere di una fase infinitamente più complessa, di mutamento del contesto globale, che ha provocato un’implosione. L’11 settembre ha aperto l’era in cui stiamo attualmente vivendo, un’era di multipolarismo, di competizione e rivalità globale e ciò non ha risparmiato nemmeno l’Unione europea, prima parte del sistema egemone dominato dagli Stati Uniti, che si trova ora in competizione con altri modelli politico-economici. In particolare, è crescente l’attrattività, sulle popolazioni europee e occidentali, di modelli illiberali, anche a causa della difficoltà degli Stati Uniti di resistere a questo trend, che anzi si trovano a vivere per certi versi in modo molto più drammatico. L’Unione europea, poi, vede crescere le proprie fragilità interne, almeno dal 2005 ad oggi. Gli ultimi 14 anni, quindi la metà del tempo trascorso dalla caduta del Muro di Berlino, sono stati anni di crisi esistenziale per l’Europa. Dalla crisi costituzionale del 2005 a quella dell’eurozona dal 2008/2009, si è arrivati alla crisi migratoria dal 2015 e alla diffusione dei vari nazional-populismi e sovranismi in Europa…di cui naturalmente anche la Brexit in qualche modo è conseguenza. Riassumendo, perciò, dopo i primi 10/15 anni di boom, di espansionismo e di integrazione interna, i restanti ultimi 15 anni, fino ai giorni nostri, sono stati caratterizzati da una profonda crisi esistenziale, ma - e questa è forse una nota positiva a conclusione dell’analisi - una crisi esistenziale in cui oramai sappiamo che non è tutto dato per perso. È vero, infatti, che emergono altri modelli e che quello liberale, di cui l’Unione europea è una lampante manifestazione, è ampiamente contestato, ma l’esistenza stessa di una contestazione dimostra che non è persa la battaglia. Viviamo e continueremo a vivere in un contesto permeato da questa rivalità, ma la possibilità contestazione, di conflittualità, ci ricordano che abbiamo ancora una partita da giocare”.

Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci: “La caduta del Muro è stata un evento fondamentale e forse nel momento in cui accadeva non se n’erano calcolate tutte le implicazioni. Essa ha segnato plasticamente, se così posso dire, la fine dell’Impero Sovietico, nel senso più ampio del termine, cioè non quella che oggi è la Federazione russa, ma tutta la galassia dei paesi satelliti del Patto di Varsavia, del Comecon. Ha significato la fine della contrapposizione fra blocchi in Europa, che aveva caratterizzato lo scenario nel nostro continente a partire dall’immediato dopoguerra e aveva segnato l’inizio della fine della Guerra Fredda. Si è aperto dopo l’89 uno scenario completamente nuovo, diverso e che ha segnato anche un passaggio fondamentale nella storia dell’Unione europea. La contropartita dell’accordo dei partners europei sulla riunificazione delle due Germanie - secondo la vulgata più diffusa, ma con solidi fondamenti - fu il Trattato di Maastricht e la conseguente rinuncia alla sovranità monetaria da parte della Germania riunificata. Fu uno scambio, un trade-off, di enorme portata, che, comunque lo si voglia giudicare, ha segnato un balzo in avanti fondamentale nella storia dell’Unione europea”.

Gianni Bonvicini: “La caduta del Muro ha rappresentato un sogno irrealizzato. Ricordo ancora che il decennio che ne era seguito, o meglio che seguì il dicembre 1991, quando si dissolse senza colpo ferire l’Unione Sovietica, obiettivamente fu un decennio straordinario. I politologi francesi l’avevano chiamato la Belle Époque perché sembrava l’età dell’oro; tutti pensavano, infatti, che finito il grande confronto fra Est e Ovest si andasse verso un mondo organizzato intorno alle Nazioni Unite, ritenute espressione di un governo mondiale, e che nello stesso tempo le relazioni internazionali avrebbero avuto finalmente una riorganizzazione su base paritaria, in cui tutti gli stati potessero godevano di questo evento epocale. Ricordiamo La fine della storia di Fukuyama e in genere questo ottimismo, che però si ruppe immediatamente, quando gli Stati Uniti si imposero quale gendarme del mondo e affossarono l’idea di Nazioni Unite come vero e proprio governo mondiale. Inoltre, è iconica la profezia di un altro politologo, Huntington, che parlava di un futuro dominato da clash of civilizations, lo scontro di civiltà come sarebbe stato anche quello fra il mondo occidentale e il mondo islamico, esploso alla fine del decennio con l’attacco alle torri gemelle di New York nel 2001.”

Stefano Silvestri: “È stata una grande occasione e una grande delusione nello stesso tempo. Sembrava onestamente che saremmo riusciti finalmente ad avere un’Europa unificata e liberal-democratica. Ricordiamoci, infatti, il trend, sebbene non chiarissimo al tempo, di allargamento che avrebbero avuto la Nato e l’Unione europea, oltre alla reazione molto interessante da parte degli altri stati - in particolare della Francia di Mitterrand e dell’Italia di Andreotti - che all’epoca in qualche maniera forzarono Kohl ad accettare definitivamente il varo dell’euro per bilanciare quella che sarebbe poi stata l’unificazione della Germania. Successivamente venne anche lanciato il tentativo di Costituzione europea per bilanciare politicamente l’eccesso di allargamento. Purtroppo, però, l’euro fu incompleto e la situazione europea peggiorò con il fallimento del progetto costituzionale, pertanto, l’Europa non è riuscita in realtà ad allargarsi in maniera politicamente equilibrata come è evidente anche oggi. Infine, una certa maldestra gestione - non solo per colpe europee direi, ma soprattutto per colpa americana - dei rapporti con la Russia ha provocato una reazione negativa e il ritorno a una posizione di confronto ideologico e militare con l’Europa, che è molto preoccupante e rappresenta un fallimento dopo la caduta del Muro.”

Ettore Greco: “Vorrei sottolineare che la caduta del Muro e la successiva riunificazione della Germania, furono parte di un processo di democratizzazione generale che investì anche altri continenti e fu, pertanto, un evento significativo anche da questo punto di vista. Gli anni ‘90 furono anni importantissimi per l’avanzata di processi di globalizzazione e certamente la vicenda dell’89 e le successive, tra cui il processo di liberalizzazione dei paesi dell’Est, fu un punto di riferimento e un modello. Negli ultimi anni ovviamente abbiamo assistito all’emergere di nuovi problemi per le democrazie, anche quelle mature, però, non bisogna dimenticare quanti progressi sono stati fatti anche grazie alla spinta dell’89. Con la crisi dell’Unione Sovietica, e il suo scioglimento due anni dopo, nel ‘91, si aprì, o meglio si consolidò, la stagione, di rafforzamento del multilateralismo e della cooperazione multilaterale. Questo è un altro aspetto che adesso è entrato in crisi. Nel momento nel quale ci troviamo, pertanto, con queste difficoltà che tutti conosciamo, nel tentativo di difendere queste acquisizioni, vale la pena ricordare il nesso che c’è stato fra questo momento di emancipazione, di democratizzazione, e gli effetti positivi che ebbe sulla scena internazionale. Infine, vorrei sottolineare che gli storici, specie negli ultimi tempi, hanno analizzato questo periodo e rivalutato molto il ruolo che ebbero i governi europei: basti pensare all’azione decisiva del governo ungherese, per esempio, nel determinare la caduta del Muro e i successivi sviluppi”. Giampiero Gramaglia: “Quello è un momento che corona e rilancia una fase già positiva dell’Unione europea, incominciata nel 1985, e che dalla caduta del Muro acquistò una nuova velocità. La riunificazione della Germania fu uno dei motori anche della unificazione monetaria europea, con il gesto generoso di Kohl nei confronti della Germania dell’Est, ma in qualche modo condiviso da tutti gli europei ed espresso nella volontà di cambiare il marco dell’Est a uno con il marco dell’Ovest, con l’inizio dell’esperienza dell’euro. Dopodiché nel processo successivo dell’Unione europea, le difficoltà d’integrazione della Germania, dove c’è ancora un Est e un Sud, che sta a Est rispetto alle nostre geografie tradizionali, hanno condizionato anche altri momenti di crescita dell’Unione e in questo momento rallentano la economia di tutta l’Ue. La lentezza di crescita relativa della Germania, infatti, è dovuta anche al peso dell’Est non ancora completamente integrato nell’economia tedesca”.

Terza parte: La riunificazione della Germania

Nathalie Tocci: “È stata se vogliamo un po’ il nocciolo di questa riconciliazione dell’Europa. L’unione delle due Germanie all’interno dello stesso stato è il simbolo dell’Europa che si riunisce, seppur con tutte le sue difficoltà e diversità. Non è un caso che ancora oggi, nonostante i passi avanti enormi che sono stati fatti in Germania, non soltanto per la trasformazione di un sistema politico ma anche per ridistribuire la ricchezza interna del Paese, continuiamo ad avere una Germania dell’Est che politicamente tende ad avere “un’attrazione fatale” verso modelli politici di carattere più autoritario. Basta pensare al successo dell’Alternativ für Deutschland nelle regioni orientali della Germania. C’è un collegamento tra questo e i Paesi Visegrád, in particolar modo Polonia e Ungheria, in cui esiste pure questa recrudescenza dell’autoritarismo. C’è, pertanto, ancora qualcosa di irrisolto, perché tali transizioni che avvengono lentamente, non sono lineari, presentano molti alti e bassi, Credo, perciò, che sia importante mantenere l’occhio vigile da questo punto di vista; la direzione di marcia continua ad essere positiva, ma è altamente incerta.” Ambasciatore Ferdinando Nelli Feroci: “Oggi se si riguarda con occhio critico, sicuramente si nota come qualcosa non abbia funzionato. È ovvio, forse fin troppo ovvio, tanto che basta confrontare i livelli di sviluppo, di benessere, pil pro-capite delle due Germanie per rendersi conto delle differenze ancora troppo marcate, troppo eccessive. Anche sotto il profilo delle sensibilità politiche non è un caso che questi fenomeni di successo dei partiti dell’ultradestra, populisti e nazionalisti, siano particolarmente radicati in quella parte della Germania. L’azzardo che corse Kohl con la decisione di riunificare, dall’oggi al domani e senza passi progressivi, sulla base dello scambio “un marco - un marco”, evidentemente era un’esigenza politica fondamentale per evitare indugi e ritardi, ma ha avuto qualche conseguenza negativa. Con un drenaggio massiccio di risorse dalla Germania occidentale alla Germania orientale, dall’Europa alla Germania orientale, sono rimasti dei divari di sviluppo significativi che hanno provocato quei conseguenti fenomeni politici che citavo poco fa. Questi costituiscono un problema e in qualche modo forse hanno impedito alla Germania di svolgere quel ruolo di leadership in Europa che avrebbe dovuto competerle per le sue dimensioni e per il suo potenziale economico e politico.”

Gianni Bonvicini: “Allora, anche la riunificazione della Germania sembrava veramente un elemento di fondamentale importanza per il futuro dell’Unione europea. Ricordo che proprio grazie alla riunificazione si era riusciti a partire con una delle grandi avventure, delle grandi realizzazioni dell’Unione europea che è l’euro. Tutti ricordano il grande patto fra Mitterrand e Kohl per portare avanti una maggiore integrazione europea; tutti sottolineavano il fatto che una Germania riunificata doveva essere in qualche modo controbilanciata da una maggiore integrazione europea. Anche questa speranza e questo tragitto, però, alla fine si sono indeboliti negli anni a seguire e perfino la Germania al proprio interno continua rimanere un paese diviso, non solo dal punto di vista economico, delle prospettive di lavoro e quant’altro, ma anche politicamente. La nascita e la crescita, nell’Est della Germania, di movimenti di destra, nazionalisti e addirittura con richiami nazisti, fa pensare che il paese non abbia digerito completamente questa grande prospettiva che è stata la riunificazione tedesca.”

Stefano Silvestri: “La riunificazione della Germania è stata solo la riunificazione tedesca, mentre tutti noi speravamo fosse una riunificazione europea. Una delle ragioni per annettere i paesi dell’Est Europa era, infatti, quella di riunificare l’Europa attorno a un nucleo anche tedesco, che era quello più potente, affinché diventasse un nucleo europeo. Sono stati realizzati degli aspetti di questo processo, ma è incompleto. In un periodo di crisi economica, e di crisi anche politica, come è attualmente in Europa, finisce che l’aspetto nazionale tedesco primeggi su quello europeo e questo ci indebolisce. Il rischio è che da questo rinasca quell’Europa delle patrie che è sempre molto interconnessa, come interconnessa è sempre stata nei secoli, tuttavia tale interconnessioni erano state risolte da ultimo con la guerra, oggi invece, c’è almeno la speranza di fare altrimenti”.

Giampiero Gramaglia: “A giudicare dai dati economici e a giudicare soprattutto dai dati politici, sembra non essere pienamente avvenuta una riunificazione della Germania. Non c’è nessuna frontiera fisica fra le due Germanie, ma resta una frontiera di benessere economico e soprattutto resta una frontiera di percezione politica. L’Est è nostalgico del passato, in parte nei suoi elettorati anziani, e sembra nostalgico di un passato ancora più lontano nei suoi elettori giovani. È una ferita, un vulnus per la democrazia tedesca ed è un vulnus per la democrazia europea. Penso, però, che la Germania abbia gli strumenti per lenire e curare questo vulnus”.

Ettore Greco: “Questa è un’importante acquisizione della conoscenza storica, perché si tende a guardare alla Guerra Fredda come a un contrasto giocato fra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, mentre bisognerebbe rivalutare anche il ruolo che hanno svolto i Paesi europei e le dirigenze europee, a partire da quella della Repubblica Federale tedesca, ma ovviamente anche gli altri partner che comunque assecondarono questo processo e lo cogestirono in maniera cooperativa molto efficace. Inoltre, va rivalutato anche il ruolo specifico delle dirigenze più aperte all’Est, come quella ungherese, ed è una cosa di cui noi europeo credo dobbiamo andare fieri.”

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