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Osservatorio sulla Difesa Europea, settembre 2002

15/09/2002

Settembre 2002
Europa - Questione Irakena

Il mese di settembre è stato caratterizzato da una intensa attività diplomatica degli stati membri dell’Unione circa le relazioni con l’Irak, a seguito delle pressioni poste in atto dal governo americano per dirimere la questione delle armi di distruzioni di massa potenzialmente in mano al regime dittatoriale di Bagdad. Il tema è stato posto all’ordine del giorno della maggior parte degli incontri formali ed informali a livello comunitario, intergovernativo, multilaterale e bilaterale, ma non sembra essere emersa una vera e propria “posizione europea” in merito. L’Unione Europea in quanto tale non sembra disporre delle risorse politiche ed operative necessarie per svolgere un ruolo preponderante nella crisi, al di là delle dichiarazioni delle sue istituzioni, fra cui spicca per attivismo il Parlamento Europeo. Gli esiti delle crisi irakena sono largamente incerti; sicuramente però il rischio che essa influisca negativamente sullo sviluppo della Pesc e della Pesd è elevato. Alla luce delle differenti posizioni dei paesi europei si è visto il potenziale divisivo che un eventuale intervento militare in Irak potrebbe esercitare sulle prospettive di sviluppo della politica estera, di sicurezza e difesa dell’Unione. In realtà, la presenza di due paesi europei nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu tende ad enfatizzare il ruolo delle diplomazie nazionali e dello squilibrio in termini di rango e ruolo fra i vari paesi europei. Sebbene vi sia un generale consenso a richiedere che la questione sia risolta in seno alle Nazioni Unite, la posizione inglese sembra possibilista riguardo l’eventualità di un intervento unilaterale americano, mentre all’opposto la Germania ritiene di non impegnarsi in alcun caso e la Francia propone una soluzione in due tempi (ispezioni a cui far eventualmente seguire un intervento armato solo in caso di fallimento dei controlli) sempre nel quadro e con l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Al di là della difesa di specifici interessi e attitudini nazionali, che continuano ad emergere nelle scelte di politica internazionale, rendendo a volte impossibile il raggiungimento di una posizione comune, si deve riscontrare come sia sempre più difficile, anche per i principali paesi europei, sviluppare una politica nazionale che abbia un effettivo peso in ambito internazionale.

24 Settembre 2002 
Ue-Nato - Response Force Nato

Nel corso della riunione dei Ministri della Difesa della Nato, tenutasi a Praga, gli Stati Uniti hanno presentato una proposta per sviluppare una nuova forza militare di reazione dell’Alleanza. La “Response Force” dovrebbe sostanziarsi in una struttura leggera e agile, capace di circa 20.000 uomini, facilmente proiettabile “fuori area” in tempi assai brevi e per periodi ridotti (dai 7 ai 30 giorni), dotata dei necessari mezzi predefiniti di supporto terrestre ed aeronavale per agire in scenari ad alta intensità. Le prime valutazioni politiche ritengono che questa forza (basata essenzialmente su assets già esistenti) dovrebbe porsi in maniera complementare, e non concorrenziale, rispetto alla iniziativa della forza di reazione rapida dell’Ue. La questione sarà oggetto di discussione del Vertice Nato che si terrà il 22 Novembre a Praga.

La reale portata della proposta americana è legata alla definizione dei dettagli di pianificazione, che verranno forse presentati e dibattuti al vertice Nato del 22 novembre. Per quanto concerne l’impatto sullo sviluppo della Pesd e della forza di reazione europea, il cui progetto, nonostante l’inerzia riscontrata negli ultimi mesi, dovrebbe divenire operativo nel 2003, la differenza nel tipo di missioni da compiere dovrebbe effettivamente favorire un rapporto di complementarietà. Dato però il contesto di scarsità di risorse politiche ed economiche in cui versa il settore della difesa in Europa, è difficile non pensare che l’iniziativa Nato concorra di fatto con quella europea in questo ambito.

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