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La revisione dello strumento militare italiano

15/11/2012

La riforma presentata dal Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola nel febbraio 2012 ha due obbiettivi: correggere gli squilibri tra le voci del bilancio della Difesa e migliorare la qualità dello strumento militare. Migliorare, cioè, l'efficienza della spesa, aumentandone contestualmente anche l'efficacia. La riforma agisce su quattro punti fondamentali: la riorganizzazione del Ministero della Difesa, la riduzione del personale militare e civile, la rimodulazione dei programmi di ammodernamento e rinnovamento degli armamenti e l'introduzione di misure di flessibilità nel bilancio della Difesa. Questa riorganizzazione è resa necessaria dalla grave crisi attraversata dalle forze armate, che ne mette in forse la stessa capacità operativa. La serie di riforme precedenti, che hanno segnato il passaggio delle forze armate da statiche e di leva a mobili e professionali, non sono state infatti portate al loro razionale compimento, provocando pesanti e pericolosi squilibri nel bilancio. In questo senso il disegno di legge, più che riformare le forze armate,va semplicemente a concludere una transizione iniziata un decennio fa, introducendo misure di buon senso decisamente condivisibili, anche se tardive. Non mancano certo aspetti critici: in particolare, la mancata inclusione della riforma all'interno di un più ampio processo di riflessione sulla politica italiana di difesa. Invece di partire dagli obbiettivi della nostra politica, e poi commisurare rispetto a questi lo strumento ed i necessari finanziamenti, si è dovuti partire dai fondi disponibili, per poi cucire lo strumento sulla misura di questi.Ma questo procedimento non ottimale, così come altri aspetti non del tutto condivisibili, sono stati imposti dall'urgenza della crisi. L'auspicabile successo della riforma, dal quale verosimilmente dipende il funzionamento dello strumento militare nazionale, sarà determinato dall'atteggiamento della classe politica e dal contenuto dei decreti delegati. Bisognerà, in primo luogo, assicurare una continuità nei finanziamenti. Già una volta abbiamo lasciato arenare una riforma, quella sì strutturale, anche per mancanza di fondi: impariamo dagli errori del passato. Il secondo punto, peraltro contenuto nel disegno di legge, è legato alla flessibilità del bilancio. Esso dovrà essere abbastanza rigido da permettere una pianificazione a lungo termine sia delle acquisizioni che dei reclutamenti, ma abbastanza flessibile da permettere di reagire a circostanze inaspettate. Infine, ma non meno importante, la riforma dovrebbe essere in qualche modo armonizzata, se non concordata, con gli altri paesi membri dell'Unione Europea al fine di coordinare gli interventi che ciascuno Stato sta attuando e renderli complementari. In questo modo, l'Unione Europea potrà assicurare il mantenimento di un ampio spettro di capacità di intervento a supporto di una futura politica estera comune.

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