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The threat of contemporary piracy and the role of the international community

28/11/2013, Roma
Tornata d’attualità nel XXI Secolo, quando era già stata archiviata nei libri di storia, la pirateria è fenomeno destinato a non scomparire fin quando non s’interverrà sulle cause più profonde, non in mare, ma a terra. E’ il giudizio emerso in una conferenza internazionale a Roma, organizzata dall’Istituto Affari Internazionali (IAI) in collaborazione con il Centro Alti Studi di Difesa (CASD). Definiti dalla convenzione di Montego Bay del 1982 come atti illeciti di violenza o di sequestro che si verificano in alto mare, gli episodi di pirateria hanno luogo molto spesso nelle acque territoriali di Paesi politicamente instabili, come in particolare la Somalia, dove lo Stato dovrebbe normalmente esercitare la propria giurisdizione. La pirateria moderna ebbe il suo apice nel 2006, nel Golfo di Aden, dove la volatilità di molti Paesi rivieraschi d’intrecciava con l’intensità del traffico commerciale. Il 2008 è stato un anno d’oro per la cooperazione internazionale, specie nel contrasto alla pirateria somala, ma il problema non è stato eradicato. Se n’è discusso alla conferenza internazionale “The threat of contemporary piracy and the role of international community”, gestita e moderata da Natalino Ronzitti, consigliere scientifico dello IAI. Tra i relatori, esperti di diritto internazionale del mare, ammiragli e ricercatori. In un mondo sempre più interconnesso e globalizzato, il traffico delle merci via mare ha un’importanza fondamentale: il Mediterraneo accoglie attualmente il 20% del traffico mondiale, essendo il principale collegamento tra Europa, Asia e Africa. Pertanto è urgente il bisogno di una maggiore tutela a livello internazionale sia dell’equipaggio che del carico. La causa più evidente della pitareia moderna risiede nella condizione di estrema indigenza delle popolazioni che la praticano. Stando al rapporto presentato da Jonathan Lucas, direttore dell’Unicri di Torino (United Nations Interregional Crime and Justice Research Institute), i pirati in questione sono soprattutto giovani pescatori, età media sui vent’anni, che in gruppi d’una decina di persone assaltano petroliere, mercantili e container, sequestrandoli per ottenere un riscatto. L’esposizione alle minacce della pirateria condiziona sensibilmente l’andamento del commercio marittimo, incidendo soprattutto sui costi assicurativi per i bastimenti che transitano per le zone ad alto rischio. La reazione della comunità internazionale, quindi, non può perseverare nell’errore di un coordinamento insufficiente e di un’informazione tardiva. Inserendo la questione della difesa marittima nel contesto della difesa europea, il ricercatore dello IAI Alessandro Marrone ha fatto riferimento alla “smart defence”, ossia alla razionalizzazione degli strumenti a disposizione della difesa. Alcuni di essi vanno sostituiti o eliminati, altri invece vanno potenziati di comune accordo fra gli stati europei che dovrebbero coordinare i loro sforzi in settori differenti in modo da essere competitivi su più fronti, evitando sovrapposizioni. L’incontro è stato introdotto dall’ammiraglio Rinaldo Veri, presidente del CASD, che ha messo in evidenza come la riduzione della pirateria somala possa considerarsi un importante ma fragile successo, poiché la sfida fondamentale sta nel promuovere stabilità politica del paese e nel rendere quanto più possibile coordinati gli sforzi europei con quelli dell’Unione africana.

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