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L’eredità e l’attualità di Altiero Spinelli, il discorso di Michele Valensise

22/05/2026
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Intervento del Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, Michele Valensise, al convegno su “L’eredità e l’attualità di Altiero Spinelli a 40 anni dalla scomparsa”
 

C’è qualcosa di mistico nella visione di un uomo, confinato su un’isola dalla dittatura fascista, che aspira con grande lucidità a un superamento dei nazionalismi attraverso la costruzione di un’Europa federale. È una visione straordinaria, perché concepita all’inizio del 1941, in piena seconda guerra mondiale, in una fase del conflitto nella quale nulla poteva far ancora presagire la sconfitta del nazismo e del fascismo.

Sarà del resto lo stesso Altiero Spinelli, molto tempo dopo, a scrivere con un afflato quasi sacrale - inconsueto per un laico - a scrivere testualmente: “Quegli anni in quell’isola sono ancora presenti in me con la pienezza che hanno solo i momenti e i luoghi nei quali si compie quella misteriosa cosa che i cristiani chiamano l’elezione… compresi che in quegli anni, in quel luogo il mio destino fu segnato, che io assentii ad esso e che la mia vera vita, che ora sto portando a termine, cominciò“.

Quando morì, quarant’anni fa, Altiero Spinelli deve aver ripensato a una vita fatta di rigore, di coraggio e di passione. E della capacità di guardare anche molto lontano. Quella capacità che ha consegnato alle sue battaglie politiche per un’Europa unita, ai suoi scritti, ai suoi progetti, spesso non realizzati come avrebbe voluto, ma pur sempre espressione di una visione e di una volontà limpida.

Conosciamo bene Spinelli per il suo sogno di una Europa capace di superare, in una logica di pace, le sue divisioni. Capace di darsi gli obiettivi ambiziosi del programma federalista, esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni alla libera circolazione tra gli Stati, rappresentanza diretta dei cittadini nei concessi federali, politica estera unica. Oggi alcuni di questi punti sono realtà, il mercato unico, l’Euro, il sistema di Schengen, l’elezione diretta del Parlamento europeo. Altri rimangono parzialmente attuati, come la politica estera comune, ostaggio del mancato superamento dell’unanimità. Altri punti ancora appaiono francamente lontani da una loro realizzazione, come l’esercito europeo. Tuttavia essi restano traguardi di fondo, validi e densi di ispirazioni. Forse anche oggetto di una crescente consapevolezza oggi, in direzione contraria a quella di una recente, miopissima contrapposizione all’Europa, tanto insensata quanto insidiosa. Opposizione ancora più insensata e stucchevole in quanto legata a una polemica antieuropea alimentata proprio da chi è meno disposto ad assegnare all’Europa strumenti e risorse necessari per il suo funzionamento.

Nel solco del pensiero di Spinelli, è naturale riconoscere che la costruzione europea rimane incompleta. Basta pensare al divario tra la politica monetaria comune e le politiche economiche che restano in gran parte prerogativa nazionale. Allo stesso modo mantiene tutta la sua potenza l’intuizione di Spinelli che integrazione economica e politica sono entrambe essenziali. L’Europa deve essere saldamente basata su istituzioni democratiche e sul parlamento eletto, dotato di adeguati poteri.

Altro elemento di attualità nel pensiero di Altiero Spinelli è la convinzione di quanto la formazione di una componente europea sia positiva per l’Alleanza atlantica, a sostegno della vitale funzione della Nato di salvaguardia dell’equilibrio e della sicurezza. Era ben chiara, in questa argomentazione, l’esigenza di preservare con vigore la collocazione occidentale del continente europeo e di coltivare, con un ruolo di crescente responsabilità per l’Europa, il più proficuo di dialogo transatlantico con gli Stati Uniti. Per converso, sono evidenti e declinate con precisione le profondissime riserve di Spinelli sul collettivismo marxista e sui suoi soffocanti limiti.

Una parte dell’eredità del pensiero di Spinelli è stata lasciata a una sua creatura, a cui voleva molto bene: l’Istituto Affari Internazionali (IAI). Fortemente voluto e creato da lui nel 1965, l’Istituto ebbe una genesi non semplicissima ma molto interessante. Su impulso iniziale condiviso con il gruppo del Mulino e con la Fondazione Olivetti, si cominciò a delineare un progetto di istituzione che avrebbe avuto il compito di sviluppare ricerche e analisi documentate e indipendenti, sul modello di collaudati, autorevoli istituti di ricerca perlopiù anglosassoni. Ma nelle intuizioni di Spinelli avrebbe dovuto anche svolgere un’importante funzione di formazione - o, se vogliamo, di sprovincializzazione - della classe politica italiana, avvicinandola alle questioni di politica internazionale in un’ottica europea, europeista e transatlantica. Quel mandato, nel panorama politico-culturale italiano dell’epoca, avrebbe avuto un impatto notevolmente innovativo. Non a caso Spinelli puntava con decisione all’aggregazione di giovani, brillanti e indipendenti ricercatori, per instillare nel nucleo originario dell’Istituto un orientamento che oggi definiremmo “liberal”, aperto alle sfide internazionali e anche ai suoi inevitabili riflessi sul quadro domestico.

Altri, tra i primi promotori, rappresentavano un’ala più tradizionalista e propugnavano sostanzialmente un’attività di ricerca destinata solo “agli addetti ai lavori” istituzionali, insomma agli esponenti del sistema. Interlocutori di cui al contrario Spinelli diffidava, preferendo nettamente rivolgersi a una platea più giovane, più ampia - non composta necessariamente da esponenti dell’establishment - ma piuttosto a forze intellettuali nuove e determinate a svolgere anche una funzione formativa e di orientamento di una classe politico-diplomatica ancora molto legata agli interessi e schemi di azione meramente nazionali. Anche se, ad esempio, alla Farnesina non mancarono alcuni esponenti di punta, in termini di qualità intellettuali, che Spinelli riconobbe come interlocutori validi e interessanti: Cesidio Guazzaroni, Pietro Quaroni, Roberto Ducci, permettetemi di ricordarli per nome come diplomatici di grande spessore culturale e di innato senso dello Stato.

Alla fine, nella necessaria, iniziale azione di raccordo con il mondo delle fondazioni americane per un primo sostegno anche finanziario all’Istituto che stava per nascere, furono Spinelli e la sua impostazione “liberal” a spuntarla. Anche Gianni Agnelli, con la Fiat, ebbe un ruolo positivo nel favorire contatti oltre Oceano e nel sostenere il progetto di creazione dell’Istituto. Lo IAI vide così la luce con un piccolo gruppo di giovani collaboratori del capo nella sua prima, storica, romantica sede, un piccolo appartamento di Piazza Mazzini a Roma.

L’avventura dello IAI dura da sessantun anni. Il nostro Istituto vive di ricerca, di studi, di scambi con una fitta rete di centri di ricerca europei ed extra europei e di contaminazioni positive con l’Accademia, con la stampa e con le istituzioni. Ricorda sempre il monito di Spinelli: “Anche se la responsabilità diretta per i difetti nella politica estera del nostro Paese può essere attribuita ai politici che la perseguono, la vera ultima responsabilità resta in capo a chi dovrebbe produrre idee, cioè visioni di quello che merita di essere fatto e del modo razionale di farlo”. Chi ha l’onore di essere oggi parte della famiglia creata da Spinelli sente tutto il peso di un’eredità importante e allo stesso tempo l’orgoglio di un legato impegnativo e sempre attuale, specie in questa fase storica così complessa per l’Italia, per l’Europa e per il mondo.


Roma, 22 maggio 2026