The EU, the UN and Collective Security. Making Multilateralism Effective

13/05/2013, Roma

Presentazione del volume “The EU, the UN and Collective Security. Making Multilateralism Effective”, a cura di Natalino Ronzitti (IAI e LUISS) e Joachim Krause (Università di Kiel, Germania), edito da Routledge.

La mancanza di personalità giuridica dell’Unione europea è l'ostacolo che impedisce, ancora oggi, ai 27 Paesi dell'Ue di avere maggior peso decisionale nelle sfide internazionali affrontate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu: dal cambiamento climatico alla sicurezza idrica, dalla criminalità organizzata al democracy building. E ciò nonostante i 27 contribuiscano per il 40% al bilancio delle Nazioni Unite.

Questo uno dei punti centrali di cui si è discusso a Roma il 13 maggio, nello Spazio Europa delle Istituzioni comunitarie, durante la presentazione del volume “The Eu, the UN and Collective Security. Making multilateralism effective” curato da Joachim Krause, professore di relazioni internazionali e direttore dell'Istituto delle politiche di sicurezze all'Università di Kiel, e Natalino Ronzitti, professore di diritto internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali .

Secondo Michele Baiano, direttore centrale per le Nazioni Unite e i Diritti umani al Ministero degli Esteri, il Consiglio di Sicurezza dell'Onu è, oggi, poco democratico e rappresentativo: palese, difatti, è la difficoltà di fare le veci di tutte le 193 realtà nazionali presenti. La soluzione a lungo termine, per l’Italia, è quella di istituire seggi di più lunga durata, o semipermanenti; il problema, a breve termine, è la creazione di un consenso intorno alla propria candidatura a un seggio come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza nel biennio 2017-2018, cui sono pure candidati altri due Paesi Ue, Svezia e Olanda.

Un atteggiamento miope, per Sandro Gozi, deputato Pd, , è quello dei paesi dell'Ue membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con diritto di veto, la Francia e la Gran Bretagna, che, in una realtà internazionale poliedrica e multiculturale, ben diversa da quella del 1945, quando l’Onu nacque, sembrano non rendersi conto delle carenze di di rappresentatività geografica, democrazia e legittimità. Fermo rerstando che la visione di un seggio unico per l’Unione europea non è oggi sul punto di avverarsi.

Sul ruolo all’Onu delle realtà regionali s’è interrogato Agostino Miozzo, managing director for Crisis Response al Servizio europeo per l'Azione esterna. Il Seae, nato oltre due anni fa, dopo l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, prova ad accorpare culture diverse di politica estera e vive la difficoltà per i 27 Paesi di usare gli stessi codici di linguaggio. Miozzo ha raccontato come il Servizio abbia assistito alla decisione comune di “tirare il freno della politica estera” mentre dall'altra parte del Mediterraneo scoppiava la Primavera araba. Non può, quindi, essere il singolo Paese a trovare soluzioni ai dilemmi internazionali ed è difficile immaginare che gli interessi nazionali si possano conciliare col multilateralismo, con gli obiettivi delle Nazioni Unite e con la riforma del Consiglio di Sicurezza.

Il libro, luogo d'incontro tra il problema del multilateralismo e i difficili rapporti Ue-Onu, permette anche, secondo il direttore dello IAI Ettore Greco, una riflessione sulla cooperazione tra la Nato e l'Onu. Diverse le considerazioni che emergono: il sistema multilaterale è un sistema che ha resistito negli anni e l'Onu si è rivelata la struttura portante di questo mondo oltre che il punto di riferimento per i paesi membri. Inoltre, sono nati nuovi strumenti di governance internazionale e, sul fronte del regionalismo, è emersa un'importanza crescente dei singoli organismi. Nel complesso, tuttavia, la nascita di nuove potenze regionali è stata percepita come un pericolo e ha provocato ulteriori divisioni a livello internazionale. Rimane aperto, quindi, il problema di come si possa realizzare una cooperazione tra l'Onu e le organizzazioni regionali, il cui ruolo va continuamente valorizzato.

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